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Emanuele Bonati
Questa edizione dei Mondiali, cominciata ormai da un paio di settimane, si gioca in Nuova Zelanda – dove il rugby non è tanto lo sport nazionale, quanto piuttosto lo sport che si identifica con la nazione. Identificazione totale, direi – raccontano le cronache del voto di castità fatto non tanto dagli All Blacks (la squadra prende il nomignolo dal colore nero delle divise), quanto dalla nazione tutta (ok, immagino da una parte della popolazone, ma poco importa…) per sostenere lo sforzo sportivo dei loro atleti in questo mese e passa di competizione. Immagino che comunque anche gli All Blacks conducano una vita morigerata – leggo che è stato loro proibito anche l’uso di social network quali Facebook, Twitter ecc.
Quest’anno poi il tutto assume una connotazione particolare – il recente terremoto che ha colpito la nazione ha gravemente danneggiato Christchurch, una delle città principali e delle sedi del campionato (la città è stata colpita proprio durante un allenamento degli All Blacks, che essendo sul campo non ne hanno valutato esattamente la portata, salvo uscire e ritrovare la città semidistrutta), ha probabilmente costituito uno sprone in più per affrontare il mondiale.
Le loro gare si aprono sempre con la Haka, la danza rituale, mutuata dagli indigeni neozelandesi, che coinvolge tutto il corpo nell’espressione dei propri sentimenti – in questo caso, di sfida, di intimidazione. Si tratta di un elemento molto scenografico, ma anche molto bello per la “definizione” di questo sport, assieme al “terzo tempo”, il momento conviviale finale. Virilità, sfida, violenza, rispetto, sportività, tutti assieme.
Al momento, la Nuova Zelanda è in testa al suo girone A, con tre vittorie in tre partite: l’ho visto su 4rugby, il sito a cui faccio riferimento per le notizie sui mondiali, le curiosità, le classifiche (visto che BlogVs – chissà perché – non mi manda in Nuova Zelanda a seguire il tutto…).
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I giocatori neozelandesi sono anche detti “kiwi”, dal nome dell’uccello nazionale – che infatti vive solo qui.
Non ho idea se il kiwi sia commestibile, e se di conseguenza vi siano ricette per cucinarlo – una rapida ricerca in rete non ne ha evidenziate; per questo motivo vi propongo una ricetta alternativa, sempre però a base di kiwi.
La ricetta mi è stata insegnata a un corso di cucina per single, in cui la cuoca maestra aveva un allievo single (anzi doppio single; senza fidanzata, e allievo unico), e per farlo sentire meno single mi aveva invitato a seguire le lezioni…
La ricetta è semplice: pulire e tagliare il kiwi a fette di spessore a piacere, ma diciamo fra mezzo centimetro e un centimetro; immergere (completamente, o in parte) le fette nel cioccolato (amaro) fatto precedentemente fondere sul fuoco (con aggiunte a piacere di latte panna); eventualmente decorare con frutta secca tritata, granella di zucchero; cercare di resistere e far solidificare il cioccolato su un foglio di carta forno.
Una delizia.
Ah… sì… ovviamente i kiwi non sono i volatili, ma i frutti…
Sì, lo so, la battuta non è un gran che, ma non c’è bisogno di fare quella faccia…
Emanuele Bonati
It’s not that chocolates are a substitute for love. Love is a substitute for chocolate.
Non pensate che il cioccolato sia un sostituto dell’amore… è l’amore che è un sostituto del cioccolato
Miranda Ingram
Tutto è cominciato dal nonno: a quanto pare, non sono solo le mamme, o le nonne, a marcare la prole con il loro imprinting – nel mio caso, è stato mio padre, che la domenica mattina si metteva a cucinare il brasato, o il risotto alla certosina, tagliuzzando verdure, riempiendo la cucina di piatti zuppiere utensili, e l’intera casa di aromi e profumi; nel caso di Vittoria, invece, è stato il nonno.
Ma – diranno i miei piccoli lettori – chi è Vittoria? Facile: Vittoria è Gelato Giusto. Beh, certo, è anche Piri Piri. E un’ottima pasticcera. E la nipote del nonno.
Andiamo con ordine. Vittoria nasce in Italia, cresce tra Milano e Londra, scuole, l’università a Milano interrotta per ri-partire per Londra a inseguire un sogno col cappello da cuoco – da pasticcere, anzi, o meglio pasticcera… Un sogno che si chiama Le Cordon Bleu, ma anche William Curley. Un sogno che la porta da Ladurée, quello londinese ovviamente, all’interno di Harrods, e poi da Lenotre a Parigi, e poi all’Accademia Valrhona. Vittoria torna in Italia – dove incontra Alessandro, fotografo, che in realtà vuol fare il gelataio. Si sa come vanno queste cose… una parola tira l’altra, si arriva alle paroline… che in questo caso (posso dirlo?) sono due – Piri Piri.
[OK – digressione: perché Piri Piri? Memoria di una vacanza nella località costiera tarantina, vicino a Manduria? O dal nome della varietà di peperoncino detta anche diavolo africano, che forse trova una qualche corrispondenza nell’essere persona piccante di Vittoria? O magari per estensione dell’accezione piccante dal nome della salsa piri piri, estrusione all’ennesima potenza della capsicina, ai comportamenti di Vittoria? Un nomignolo ottenuto raddoppiando il cognome della prima concorrente eliminata dal grande fratello 1, Francesca Piri? Una reminiscenza classica, del guerriero troiano ucciso da Patroclo nel XVI libro dell’Iliade? Mah…]
Insomma, un incontro che non può rimanere senza seguito. Deve per forza venirne fuori qualcosa. Che cosa, diranno i miei venticinque lettori, un po’ spazientiti. Ma è semplice: nasce Gelato Giusto. Poiché Alessandro non fa Giusto di cognome, ne deriva che non si tratta di un pargolo.
Quindi sarà una gelateria. Anzi, è una gelateria, in via San Gregorio a Milano. Ottima, piccola, deliziosa, accogliente – “giusta”. Anche cioccolateria, poi. (Piri Piri… ricordate? l’avete letto qualche riga fa… è il nome della linea di cioccolati di Gelato Giusto…) Quale miglior connubio?
I gelati sono una meraviglia. Gli ingredienti sono quelli che sono – i pistacchi di Bronte, le mandorle di Noto, la vaniglia del Madagascar, i cioccolati… Ma è la fattura, la presentazione dei gelati, la cremosità, che uniti agli ingredienti si sublimano in una serie di sensazioni che – insomma, sono una meraviglia (l’ho già detto?), buonissimi… Assaggiato: il sorbetto al cioccolato, pera, cachi, tè Earl Grey, noce, marron glacé, crema al passito di pantelleria e cantucci, e non so cos’altro – ah, anche le fette di arancia candita al cioccolato, i fichi al cioccolato, il cioccolato al sesamo… Tutto rigorosamente fatto a mano da Piri Piri.
Ne è passato del tempo dalla bimba che osservava il nonno cucinare…
Vittoria è una nostra amica. Gelataia gelatiera cicoccolataia – ma anche pasticcera. E ci proporrà i suoi dolci, e consigli, e varie amenità e sfiziosità, nella sua nuova rubrica su BlogVs – il blog di CibVs: Victoria’s Secrets…
[PS – e Piri Piri? dirà il mio ultimo esasperato lettore… ma è semplice – da “pirottina”… non è romantico?]
[PS2 la foto, ovviamente, è di Alessandro Iamone - e chi è, sbraiterà il mio ultimo unico se c'è ancora esasperato lettore - beh, lo diremo in un prossimo post...]
Emanuele Bonati
Quando Chuck Norris fa il salame al cioccolato usa dei veri maiali al cioccolato.
(http://welovechucknorris.blogspot.com/ – spedita da apollo)
Ancora gelato. Potrei fare delle prove comparate di gelato: l’altro giorno, da Grom via Boccaccio, fiordilatte e cioccolato all’arancia; oggi, dal Massimo del gelato via Castelvetro (Milano sempre…), fiordilatte e fiji (cioccolato con arancia e…). Meglio il fiordilatte di Massimo, più ‘lattoso’ forse; con qualche differenza i due cioccolati, non mi sembra il caso di fare classifiche…
Cioccolato – anzi, cioccolati. Notato la crescita esponenziale di tipi di cioccolato, non solo in gelateria? Per restare in questo ambito – bianco, nero, bacio, al 70%, 90%, all’arancia, con pagliuzze d’oro, con le pere, alla cannella, allo zenzero, con noci macadam e quant’altro… Rispetto al ‘cioccolato’ e basta dei miei tempi, una proliferazione (in qualche caso eccessiva) di gusti sapori varianti più o mneo fantasiose originali… Non sto parlando di nostalgia dell’antico – ma forse a volte il gusto di stupire attrarre vendere viene in parte a distogliere in qualche modo l’attenzione, a giustificare abbinamenti di ogni tipo… Non so, mi fa un effetto strano…