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BLOGVS | July 3, 2022

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Un posto a Milano per Totò

Emanuele Bonati

“Chissà se c’è un posto a Milano dove uno…”

Sì, c’è.

“Ma lasciami finire! Dicevo, vorrei trovare un posto a Milano che uno…”

Lasciami fare, ci penso io.

“Ma cosa…”

E così siamo andati, con qualche amica/o, a provare Un posto a Milano – Cucina e bar in Cascina Cuccagna, la nuova avventura di Nicola Cavallaro dopo la chiusura del locale a San Cristoforo, sui Navigli.

Il posto è a Milano – “Ah, ah, ah: è una battuta?” – nella Cascina Cuccagna, un’antica cascina del Settecento in piena Milano, fra Porta Romana e Porta Vittoria. La Cascina è stata da qualche anno oggetto di un recupero che ha visto coinvolte varie associazioni e cooperative, e che da ultimo è sfociato nell’apertura di questo luogo-ristorante, con giardino e orti attorno – ma ci sono anche altri spazi, tra cui un negozio di prodotti bio.

Il progetto di Un posto a Milano, nell’ambito del Consorzio Cantiere Cuccagna, è stato curato da esterni, un’impresa culturale presente a Milano da oltre 15 anni e che si occupa di servizi, spazi pubblici, eventi (il Milano Film Festival, il Public Design Festival per il Fuorisalone 2012). Il locale consiste in una sala d’ingresso, spazio conviviale, con tavoli e sedie e tavolini piccini e sedioline piccine per i bambini, con giochi, carta e matite colorate, per colazioni aperitivi spuntini (il Posto è aperto dal mattino alle 10 fino alla 1); un bancone bar in uno spazio centrale che raccorda la cucina con la sala principale e le due salette laterali (una con un camino…), parte della costruzione originaria della Cascina (all’esterno, sulla porta del civico 4 di via Cuccagna, c’è ancora la vecchia scritta “Trattoria”), mentre la sala principale è un’aggiunta più recente. Bello ampio, pareti con mattoni a vista e gli interventi moderni in cemento, non lavorato, non dipinto; la cucina è visibile sia dalle sale che dal bar che dal cortile.

“Va bene, va bene – ma si mangia? No, perché, qui vedo scritto Esercizio pubblico: l’allenamento: cosa vuol dire?”

Vuol dire che per un paio di settimane – fino al 22 aprile – il locale “sperimenta” e si sperimenta con il pubblico, che alla fine viene invitato a compilare un questionario e ad avanzare critiche (o apprezzamenti) proposte idee suggerimenti sul locale il servizio il menu i propri desideri (“Perché non c’è il risotto alla milanese? Un posto a Milano senza risotto alla milanese potrebbe benissimo essere a Salerno. E la cotoletta? E il panettone? E…”).

Il menu dell’allenamento presenta una serie di piatti e proposte con l’indicazione dell’uso: ci sono quelli per la colazione, per lo spuntino, per il pranzo la merenda la cena. A quanto pare, cambieranno (in tutto? in parte?) quando il locale inizierà a funzionare a regime. Caratteristica del menu: ingredienti a kilometro zero (“Oh, quante storie: questo qui viene da 116km, la mortadella da Bologna,  217, le uova però da 35,3…”), di qualità e controllati, e raccontati in un allegato al menu, cucina “casalinga” (“Se dici così però sembra banale: invece questi piatti tutto mi sembrano meno che banali…”), con proposte mirate per i bambini (tagliatelle per bambini, passata di verdure per poppanti…). Carta dei vini divisa fra vini frizzanti/spumanti, bianchi, rossi frizzanti, rossi, rossi strutturati, rosati, vini da dessert (una quarantina di proposte), e birre (Poretti, Menaresta, Brewfist, Birrificio Italiano e Birrificio del Ducato Busseto).

Ingredienti, aziende produttrici, ricette sono tutte consultabili sul (bel) sito.

Cosa abbiamo assaggiato?

La focaccia (un po’ troppo salata secondo la nostra amica Tiziana – “Per forza: il pizzico di sale è rimasto concentrato in un punto; a me è piaciuta molto proprio anche perché era bella salata”); Mortadella, salame rosa e salame con giardiniera (per dire: l’aggiunta al menu precisa che il salame rosa, come la mortadella, è del Salumificio Artigianale Pasquini e Brusiani, di Bologna: “insaccato della tradizione bolognese, la carne magra di maiale viene lavorata in punta di coltello con l’aggiunta di guanciale e muscolo e cotta al forno per quasi un giorno”; l’azienda si trova a 217km dalla cascina, ovvero 1 giorno e 20 ore a piedi); Insalata di primizie dell’orto; Parmigiano, roj, caprino e toma con composte (il Parmigiano viene da Bardi, Parmabio, 132,9km, gli altri da La Giunca, a Fobello, Vercelli, 73,5km) come antipasto. Grande qualità, ottima la giardiniera, non conoscevamo il salame rosa (“Vale proprio la pena di farsi 1 giorno e 20 ore a piedi per andarselo a prendere…”).

Primi: Zuppa di fave e cicoria con caprino (“Aspetta: il caprino ci ha messo solo 5 ore e 56 minuti a piedi per arrivare qui da Cassano d’Adda, dall’azienda di Claudio Mapelli… ma dai… hanno un allevamento di capre!”), non male, molto buoni i Tortelli di coniglio alla cacciatora, buonissima la Lasagna alle erbette di campo e salsa al Parmigiano (“Scusa Emanuele… ma non fai le foto ai piatti per il nostro articolo?” Acc… invece di parlare e leggere il menu, potevi ricordarmelo… anche se in realtà i miei commensali brandivanp forchette e avevano braccia lunghissime che roteavano come le pale dei mulini a vento di Don Chisciotte, e dovevo essere più veloce di loro, altro che foto!).

Secondi: tutti stroncati da antipasti focacce primi e assaggi reciproci (e dal Rosso Garda L’Ulif), mi sono dovuto sacrificare (ehm…) per la completezza dell’informazione, e ho scelto, scartando la Bistecca di fassona con verdure e e insalata e il Pollo con patate al rosmarino e misticanza (“Sarà un pollo intero? Ce la fai?” – ragazzo, lasciami lavorare: ce la farei, se decidessi di mangiarlo), un piatto che non sempre viene proposto al meglio: Sarde in saòr con barba di frate. Qui era decisamente in una delle versioni più riuscite: il saòr non preponderava, l’accostamento con la barba di frate (o agretti) insolito, ottimi sapori, leggero, abbondante: buonobuonobuono.

Qualche dolce (sì, li ho assaggiati tutti – “Anch’io, cosa credi?”), non male: Torta di mele, Tiramisù (mi sarebbe piaciuto con un poco meno cioccolato sopra), Spuma di yogurt con salsa ai frutti rossi. La fetta di torta era una fettona – tutte le porzioni non erano niente male, devo dire: persino Totò non ha avuto difficoltà a fare assaggiare agli altri i suoi piatti.

Atmosfera piacevole, un po’ rumoroso il salone (anche perché c’era una tavolata festante…), il servizio decisamente in rodaggio (attese un po’ lunghe, anche per colpa nostra: dovevamo essere in 4, ma eravamo 3, però si sono aggiunti in 2 – abbiamo cambiato tavolo, sedendoci a quello rotondo in mezzo, ma questo ha scompigliato un po’ le carte fra servizio e cucina), qualche incomprensione (l’insalata avrebbe dovuto essere una torta salata, la cameriera, straniera, non ha capito, forse perché stava dall’altra parte del tavolo rispetto a noi; le sarde mi sono arrivate, due, su un piattino minuscolo, nella versione assaggio da banco del bar, che ho rifiutato sdegnosamente; no, non abbiamo chiesto un amaro…), ma comunque personale attento e gentile; il dichiarato “allenamento” mi impedisce di lamentarmi troppo. Un consiglio: le sedie di vimini al tavolo centrale strappano le calze alle fanciulle… (che belle invece le sedie dal gusto retrò del salone; tutt’altro stile le due salette). Da tornarci al termine dell’allenamento.

Abbiamo speso 125€ in 5. Diciamo antipasti 7/8€, primi 7/10€, secondi 11/22€, dolci 4/5€. La focaccia 2€: “Hai letto? C’è pane burro e marmellata 2,50€: è l’ultima voce del menu, non l’avevo visto: se no l’avrei preso!”

“Posso concludere io? Il nome mi sembra particolarmente indovinato: più che un ‘ristorante’ o che, questo mi sembra proprio un ‘posto’ in cui stare, grazie ai diversi spazi, all’atmosfera generale, alle diverse funzionalità del locale, dalla colazione – ok, magari aprendo alle 10 proprio colazione non è – al dopocena, con la possibilità di mangiare, di leggere, di far giocare i bambini, di parlare – spero che si possa anche stare fuori, col bel tempo, ho visto dei tavoli in giardino. E anche il loro sito, oltre ad avere una bellissima grafica, è molto chiaro, completo, con le varie possibilità di utilizzo, i menu, le ricette – e anche questo non è male, visto quanti siti ci sono che si limitano a mettere solo recapiti, qualche foto, e così via. Posso dirlo? Mi sa che questo posto – una volta finito il rodaggio, col menu definitivo, con il risotto giallo per dire, potrà diventare un piccolo’miracolo milanese’.”

Emanuele Bonati

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