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BLOGVS | September 25, 2017

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L’AntipatiCibVs: L’Expo secondo Piero Colaprico e secondo me

L’AntipatiCibVs: L’Expo secondo Piero Colaprico e secondo me
Emanuele Bonati

Il giornalista Piero Colaprico risponde alle lettere dei lettori dell’edizione milanese di Repubblica nella rubrica trisettimanale Posta Celere.

Una delle sue risposte riguardava l’Expo2015. Era il 30 luglio, e Colaprico replicava a una lettrice, Giuliana Vogel, che si lamentava delle critiche – ingiustificate secondo lei – a Expo: “So solo che sono orgogliosa, ancor più da milanese, di questo bellissimo evento. A dispetto di color che vogliono sempre e a tutti i costi vedere il granello di polvere nella montagna di stelle.”

Ecco la risposta di Colaprico.

Ma infatti… a parte Basilio Rizzo, che dagli anni 80 insegue la massima trasparenza ed è una persona coerente, a volte mi viene da ridere ascoltando le critiche. Chissà come mai, io incontro persone che, come lei, gentile signora Vogel, tornano a casa soddisfatte dall’esperienza. Persone diverse, come il mio parrucchiere, come la neo avvocato che dava ripetizioni ai miei figli, come la raffinata collega giornalista che ama cibo e libri (e potrei andare avanti per una pagina). Invece la cantilena continua: quanti sono i biglietti venduti? Siamo sotto il “pronostico”? Scusate se non capisco dove risieda il drammatico problema che toglie il sonno. Non importa se Expo – parere personale – chiuda in attivo e di quanto: ma come si fa a non capire che Expo è stata un gigantesco investimento sul futuro? Intorno a Expo c’è la Lombardia, regione che ha riscoperto – non per merito dei politici – una sua vocazione agricola e turistica. E vicino c’è MIlano, città rinata, anche per meriti politici. Ed Expo parla di Italia, è Italia. Ora possono non piacere Renzi, Pisapia, Maroni, ma non dovrebbe essere essere difficile pensare che la politica, qualsiasi politica, passerà, mentre le aziende, anche agricole, resteranno. È più facile sfasciare immagine che costruire qualche cosa che funziona. E per me c’è di più, c’è quell’aspetto della contemporaneità un po’ sottovalutato: hanno sempre più spazio sui media gli infelici e depressi e cattivi (il tristo di manzoniana memoria) che, se possono, s’incarogniscono su qualche cosa di bello, di vitale, di collettivo. «Quanti biglietti sono stati venduti?» Già, ma anche voi ipercritici e fissati vari, voi che (come spiega la lettrice) guardate solo la polvere tra le stelle, a quale diavoletto sfigato vi siete venduti?

Non è che abbia molto da aggiungere. Potrei dire che, se anche fosse un fallimento a livello di conto economico, non sarebbe probabilmente così importante, se non per chi ovviamente ci avesse perso dei soldi: si sarebbe trattato comunque di un evento importantissimo per quello che ha mosso, ha insegnato, ha fatto vedere. Che se esiste gente disposta a fare ore di coda per entrare in un padiglione, beh, qualche cosa di buono, di interessante, ci deve essere, e non solo dentro quel padiglione. Che io non abbia mai sentito nessuno fare beh, mentre era in coda, qualcosa deve ben voler dire. Che non abbia visto o quasi cartacce per terra, sacchetti della spazzatura in mezzo ai prati, beh, avrà un senso.

il senso di Expo1025 Milano.

2015-05-01 18.23.50 copia

 

Emanuele Bonati 

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