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BLOGVS | August 9, 2020

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9 Comments

Senza Veronelli

Emanuele Bonati

Il 29 novembre di sei anni fa moriva Luigi Veronelli. In ordine sparso: uomo colto, libertario, cuoco, gastronomo, filosofo, anarchico, editore, enologo, personaggio televisivo, giornalista.

Ha pubblicato libri e riviste, scritto su Il Giorno, Corriere della Sera, Panorama, Epoca, Amica, l’Espresso, TV Sorrisi e Canzoni, Wine Spectator, Decanter, A – Rivista Anarchica, Capital e mille altre testate, ha pubblicato De Sade e per questo è stato condannato a tre mesi di reclusione (e il libro al rogo), ha fondato la casa editrice Veronelli Editore, ha istigato i contadini piemontesi alla rivolta contro i nuovi disciplinari  che favorivano la grande industria del vino a scapito dei piccoli produttori, è stato uno dei pionieri della cucina in televisione, con A tavola alle 7, ha pubblicato cataloghi di vini oli champagne, compresa la prima guida ai vini d’Italia (nel 1961…), libri sui cibi perduti (anche qui, un precursore), sui vignaioli, ha collaborato con centri sociali come il Leoncavallo di Milano e La Chimica di Verona dando vita al movimento Terra e libertà / Critical Wine…

E altro ancora. Qualcosa racconta Gianni Mura in un articolo su A – Rivista Anarchica. Che spiega anche la – criticatissima – iniziativa veronelliana legata ai centri sociali: “Degustazioni di vini pregiati al Leoncavallo: inaudito, il vecchio maestro dev’essersi bevuto il cervello. No. Il vecchio maestro, ormai quasi cieco, ci vedeva benissimo e il cervello ce l’aveva perfettamente funzionante. Il movimento Terra e Libertà, che insieme ad altri aveva fondato, pensava criticamente alla terra come pianeta e alla terra come suolo. E di grazia, con chi avrebbe dovuto schierarsi Veronelli, da sempre cavaliere solitario? Con le multinazionali che ovunque fissano il costo del caffè, del cacao, dei pomodori, delle olive? Coerente con tutta la sua vita, s’era scelto compagni di strada (e di lotta) legati dagli stessi sentimenti e dalla stessa visione di una terra divisa più equamente tra ricchi e poveri, di uno sviluppo sostenibile, di una trasparenza della filiera produttiva, di costi più accessibili per le tante cose buone (vino compreso) che passano per troppe mani ingorde prima di arrivare al consumatore. Contro la globalizzazione e gli OGM Veronelli era in prima fila.”

Io invece voglio ricordare brevemente le performance televisive di Veronelli, A tavola alle 7 appunto, che vedevo la sera prima di cena, adolescente 15-18enne. Ricordo Ave Ninchi, grandissima simpaticissima attrice, che qui trovava una sua dimensione nuova ma che era sempre la stessa dei film, la moglie, la donna di casa; ricordo gli interventi di Veronelli, che spiegava interpretava puntualizzava; ricordo i continui battibecchi fra i due – in gran parte recitati, ma assolutamente deliziosi (e non voglio far paragoni con le trasmissioni contemporaneee, non c’è proprio gara – a proposito, perché non si è mai ripreso questo programma, invece di inventarsene altri, anzi, di comprarli immagino a caro prezzo, e di qualità diciamo inferiore?).

Cito da un forum: “A tavola alle sette ” continuava l’esperienza di “Colazione allo studio 7 “, che partì da Roma nell’aprile del 1971 con la conduzione di Umberto Orsini per poi trasferirsi definitivamente a Torino l’anno dopo con Delia Scala. Solo nel 1973 arrivò Ave Ninchi [se non sbaglio la Scala aveva lasciato per i primi sintomi della malattia, un tumore, con la quale combatté per il resto della sua vita] e fu allora che il programma decollò. Nel ’74 avvenne lo spostamento alle 19 sul Secondo Canale (ecco quindi il titolo “A tavola alle sette”): la rubrica venne ripresa nel ’75 (ricordo una memorabile disquisizione di Bruno Pizzul sui piatti tipici del suo Friuli) e si concluse nel 1976 con l’altrettanto memorabile partecipazione di Gigi Radice, Francesco Graziani e Paolino Pulici, freschi di scudetto (bei tempi… !), alle prese con il pesce azzurro.

Grazie di tutto, Veronelli. Le idee che hai difeso, che hai iniziato a far circolare, spesso sono state stravolte e sono degenerate. Ma il tuo lavoro resterà.

Emanuele Bonati

Mi sto domandando come taggare questo mio post. Forse mi conviene creare una categoria ad hoc…

Comments

  1. Mi fa piacere leggere queste righe su Veronelli. A fine estate scrissi un breve articolo proprio per ricordarlo. Il titolo: Il Vuoto. Tale è la sensazione che si assapora dopo anni dalla sua morte. Sempre lo stesso pezzo l’ho ripreso nel wineblog di Luciano Pignataro. Tutti concordi nel dire che Veronelli ha lasciato un’importante eredità in termini di cultura, nozioni e sapere. E anche sotto l’aspetto umano. [per leggere il pezzo seguire il mio link – website]

    s.buso

  2. ..ma secondo voi, al giorno d’oggi esiste un erede?

  3. Maria

    Non credo – al di là della competenza, che senza dubbio circola ancora, manca qualche cosa – la passione? la voglia di fare, di mettersi in gioco? la personalità? o al contrario ai tempi erano in pochi, ora dove ti volti c’è un cuoco enologo esperto bio ecc?

  4. Nemmeno io credo che esista un erede. Del resto stiamo argomentando di una persona di notevole cultura, carisma e carica umana. Non è facile che queste tre realtà dimorino in una persona. Emanuele ci ha offerto davvero un ottimo ricordo…

  5. Sicuramente le doti diciamo “personali” hanno avuto un grande ruolo nella costruzione del “personaggio” Veronelli; i suoi indubbi meriti vanno anche inquadrati nella situazione del tempo, l’Italia del dopoguerra che stava ri-scoprendo il benessere, l’industrializzazione, e la difesa ad esempio del territorio, delle coltivazioni, dei piccoli produttori e così via iniziava a essere un’esigenza – di cui Veronelli è stato uno dei primi e dei pochi a curarsi… Anche il fatto che avesse molteplici interessi, dalla filosofia in poi, oltre all’enogastronomia, ha probabilmente dato un respiro diverso ai suoi intertventi, al so modo di porsi di fronte al mondo, e di comunicare con noi.

  6. Maria

    Hai ragione anche in questo, Emanuele – non è tanto forse questione di eredità, quanto di momento unico irripetibile con al centro una personalità altrettanto unica e ovviamente irripetibile.

  7. Bello leggere queste parole, d’affetto e ammirazione, ma anche lucide.
    Ho trascorso 20 anni a stretto fianco di Veronelli, solo la sua scomparsa ci ha divisi.
    Un rapporto quotidiano, intenso, anche dialettico ma basato su una fiducia mai venuta meno.
    Me li “porto dentro” – lui e il nostro rapporto – in ogni gesto della mia quotidianità.
    E custodisco il suo patrimonio intellettuale con entusiasmo e cura immutati convinto dell’utilità per chi – sono tanti – crede nella qualità della vita e, come invitava sin quasi all’ossessione, “nell’assunzione di responsabilità”. Proprio in ciò, ciascuno di noi può – se vuole – considerarsi suo erede.
    Grazie di questa condivisione.

  8. Grazie a Gian Arturo per averci scritto. Ci farebbe piacere che, in futuro, ci raccontasse qualcosa di questa sua esperienza…

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