Archivio per la categoria ’superalcolici’

Anacocconas? Cocconasso? AusFestival?

8 December 2012 - Commenti »

..

Fra un paio d’anni prepararsi una pina colada sarà molto più semplice…

Leggiamo sull’Huffington Post statunitense nella sezione Food, una vera e propria miniera di notizie, che alcuni ricercatori australiani stanno lavorando a un nuovo incrocio, fra un ananas e una noce di cocco, che darà non so più se un cocco al sapore di ananas o un ananas al sapore di cocco – un AusFestival? – ma comunque un nuovo ingrediente fondamentale appunto per la pina colada, in grado di diminuire sensibilmente il tempo di preparazione della stessa.

Bella idea.

Emanuele Bonati

Non siete a Merano? C’è il Whisky Festival a Milano!

10 November 2012 - Commenti »

Milano Whisky Festival: riaprono i battenti

dell’evento più inebriante dell’anno!

++

Milano Whisky Festival: sabato 10 e domenica 11 novembre 2012 si torna a parlare di single malt in quella che ormai è vista come la manifestazione italiana di riferimento per il whisky, ospitata per la settima volta consecutiva nella sala Le Baron del Marriott Hotel di Milano.

Mi dedicherò – ehm, il pubblico si dedicherà alle degustazioni libere, con oltre 2.500 etichette si 40 espositori, alle masterclass, agli accostamenti cibo-whisky; ci sarà un corner dedicato alle prelibatezze scozzesi e highlander, e ai capi d’abbigliamento.

Inoltre, leggo sui comunicati stampa, saranno rappresentate oltre 70 distillerie tra le più rinomate della Scozia, 5 imbottigliatori indipendenti, 5 associazioni, 5 selezionatori oltre a collezionisti che mettono in mostra e – soprattutto – stappano bottiglie esclusive e imperdibili.

E viene da me personalmente assaggiat… ehm, viene assegnato il Best Whisky, un riconoscimento per i migliori Single Malt Scotch Whisky presenti sul mercato italiano.

Emanuele Bonati

Milano by night su un tovagliolo di carta

29 August 2012 - Commenti »

Un nuovo blog – Squadrati – far quadrare il mondo su fogli volanti – esordisce online con questa mappina di locali della Milano nightlife che, con qualche minimo spostamento (non di quadrante…), mi sembra assolutamente condivisibile – e quindi ecco che la condivido con voi…

Emanuele Bonati

A gusto di BlogVs: Presentato il nuovo Rémy Martin VSOP

1 March 2012 - Commenti »

Al Café Trussardi in Piazza Scala è stato presentato il nuovo Cognac Rémy Martin V.S.O.P. M.C.F. Serata ad inviti, spazio molto bello, anche se forse si poteva organizzare meglio la presentazione, che è risultata un po’ costretta, posta lungo il lato breve del déhors, in modo da non consentire una perfetta visione a tutti… E magari una cartella stampa o qualcosa del genere sarebbe stata utile…

Ma grazie al cielo il racconto di questa nuova bottiglia è stato comunque molto chiaro – a partire dai termini V.S.O.P., Very Superior Old Pale, e M.C.F., Mature Cask Finish (il processo mediante il quale l’invecchiamento è portato a termine con una permanenza di un anno in botti di rovere Limousin vecchie di oltre vent’anni).

E per aggiungere chiarezza alle spiegazioni, assaggi di Rémy Martin, ad accompagnare i finger food preparati dal Café Trussardi.

Il Rémy Martin è stato anche protagonista di tre cocktail: oltre al Side Car, che vede il cognac fra gli ingredienti canonici, si esce dai canoni con Rémy & Ginger (4 cl Rémy Martin VSOP MCF, zenzero sbucciato, 2 o 3 gocce angostura bitters, 10 ml zucchero liquido, ghiaccio) e soprattutto con il French Mojito, che utilizza invece del rum 6 cl di Rémy Martin VSOP MCF, 2 cl succo di lime, 4 cl soda, 1 cucchiaio di zucchero e 5 foglie di menta.

Emanuele Bonati

Tags: , , ,
Pubblicato in bere, superalcolici | Comments »

Un goccio di (Milano Whisky) Festival

6 November 2011 - Commenti (3) »

Giusto un goccio… Una rapida incursione al Milano Whisky Festival all’Hotel Marriott sabato, per vedere cosa c’era di nuovo – beh, per un neofita come il sottoscritto (è il mio secondo Milano Whisky), pressoché tutto, per cui diciamo cosa c’era punto.

Diciamo che c’era tanta gente; diciamo che gli espositori erano più o meno quelli dell’anno scorso, forse con un po’ di bottiglie, di “scenografia”, in meno (sarà l’aria della crisi economica?); diciamo che anche le postazioni erano più o meno le stesse, ed è bello ritrovare le cose al loro posto…

Diciamo che si respirava la passione, la competenza, dietro e davanti a ogni bicchiere, a ogni tavolo; diciamo che il tavolino con panini e tartine era una bella idea…

Diciamo che abbiamo incontrato Angel’s Share, un sito blog interessante, di cui  e con cui riparleremo, e che mi ha fatto assggiare un Caol Ila 26 anni…

Diciamo che ho concluso con un Ardbeg Rollercoaster che è un mix di dieci annate successive.

Diciamo… diciamo grazie a Andrea Giannone, ideatore e fondatore – insieme a Giuseppe Gervasio Dolci – del Milano Whisky Festival. E al mio amico Ernestino, che mi ci ha portato l’anno scorso, raccontandomi un po’ di cose (e che ha scritto anche un bell’articolo per BlogVs – e un’intervista ad Andrea – a proposito, Ernestino: se vuoi scriverci qualcos’altro…).

Diciamo anche che le foto di questo articolo, scattate dal nostro fotografo Bruno, sono su flickr.com.

Diciamo che mi hanno dato anche un bel librettino sul whisky, curato da loro: così mi metterò a studiare, e l’anno prossimo arriverò preparato…

Emanuele Bonati

Non c’è pace per noi BlogVs

5 November 2011 - Commenti »

Insomma: passato Taste of Milano, passato Le Grand Fooding – uno non fa in tempo a riposarsi che arriva Golosaria, il Milano Whisky Festival e chissà cos’altro… E ho la macchina guasta, per cui faccio fatica ad allontanarmi da Milano, se no chissà come farei a sopravvivere alla girandola di eventi food e mica food…

Comunque: oggi andiamo al MIlano Whisky Festival e poi a Golosaria: io col mio taccuino moleskino, Bruno con i suoi obiettivi e grandangoli (e spero anche le sei o sette macchine fotografiche che di solito si porta dietro…): vi faremo sapere.

Emanuele Bonati

Il gin tonic di Umberto Pasti

8 June 2011 - Commenti (2) »

Sono persuaso che avere chiamato “Saphire” una marca di gin sia uno degli errori di marketing più madornali commessi nel mondo. “Saphire” andrà bene per un astemio – lo farà rimanere tale. Un bevitore di gin non ha dubbi, il nome giusto era “Ruby”, rubino. Dopo le prime volte, quelle dell’apprendistato, non hai più la sensazione di trovarti in una fredda alba finnica o moscovita: bere un gin tonic, è entrare al crepuscolo in una foresta popolata di elfi, dove i colori dominanti sono il bruno dei tronchi e dei rami, il viola bluastro delle frasche, il cremisi dei funghi, la vampa di bacche e cinorrodi di rose canine, il sangue vagamente fluorescente delle tunichette del popolo silvano… Tutti colori del vino rosso e delle favole. Iceberg e pietre azzurre dalla luce fredda, col gin non c’entrano niente. Il gin è purpureo e fulvo, il suo morso è rovente. Bere un gin tonic è ogni volta un’avventura, un’avventura complicata, un addentrarsi nel folto, diventando sempre più piccoli, tra mirtilli come mele e amanite falloidi rosso biancaneve con cappelle smisurate su cui ballano centinaia di gnomi alti come fragole selvatiche, il naso paonazzo, vestiti come Babbo Natale…

Tre consigli pratici. Non servite mai questa bevanda crepuscolare prima delle sette di sera. Non eccedere col ghiaccio per non anestesizzare le papille (e per la stessa ragione, azzarderei, non aggiungere il limone, che spegne il gusto boschivo del gin, e rende aspro quello che deve essere meravigliosamente amaro), Terzo, non berne mai più di tre. Fermarsi a uno è praticamente impossibile, un terzo una volta ogni tanto è consentito, ma chi si perde nella foresta invantata, e ci trascorre la notte, l’indomani si sveglia con un rospo in gola, millepiedi che gli camminano sotto la pelle, e pupe in muta che prigioniere nel cranio sbattono cieche contro le pareti.

Umberto Pasti, Più felice del mondo, Bompiani 2011

Tags: ,
Pubblicato in libri, superalcolici | 2 Comments »

CibVs intervista… Andrea Giannone del Milano Whisky Festival (2a parte)

18 March 2011 - Commento (1) »

Continuiamo l’intervista ad Andrea Giannone del Milano Whisky Festival.

Parlavamo l’altro giorno degli effetti benefici dell’ingresso dei grandi gruppi nel mondo del whisky. Il primo di cui abbiamo parlato è quello qualitativo: la qualità è indubbiamente migliorata. Ma c’è anche un altro aspetto, che riguarda il prezzo della singola bottiglia di single malt.

È vero: l’arrivo dei grandi gruppi ha calmierato il prezzo, il costo medio per bottiglia si è abbassato, e la fruizione dei single malt è ora accessibile al grande pubblico. Una bottiglia di Macallan 18 anni costava nei primi anni 80 circa 100 mila lire, quando un blended ne costava circa 5 mila – quindi un rapporto di 1 a 20. Oggi il rapporto è 100 euro contro 15 – cioè 1 a 7. Faccio riferimento al Macallan 18 anni perché per un collezionista come me è facile sapere che ci sono alcune annate di questo whisky che sono introvabili – quelle imbottigliate tra gli anni 80 e gli anni 90, perché 18 anni prima se ne produceva proprio poco, quindi è più facile trovare Macallan 18 distillati negli anni 60 che non negli anni 70.

Il single malt è sceso di prezzo anche perché se ne produce molto di più. Negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento della produzione anche grazie all’aumento della domanda, proveniente soprattutto da Brasile, India, Russia e Cina. Questo aumento si riscontra non solo direttamente alle distillerie, dove si comprano i barili e si paga in contanti, ma anche nelle vendite all’asta, come mi ha riferito Kruger del sito whiskyauction.com: le offerte migliori negli ultimi due anni provengono da questi paesi, che non comprano per collezionare ma per bere.

In Italia, unica nazione al mondo, il consumo di single malt è per il 50% costituito da whisky torbato. Si tratta di una vera e propria anomalia: come te la spieghi?

Si tratta proprio di una anomalia: nel resto dell’Europa (Francia e Germania ad esempio) il consumo di whisky torbato rappresenta il 10% del totale dei single malt, per non parlare della Scozia, dove la percentuale scende all’1%. Secondo me dipende da due fattori. Il primo è che come consumatori di whisky gli italiani sono “giovani”, e quindi la gente è attratta da qualcosa di completamente diverso; il secondo è che noi abbiamo un distillato in casa, la grappa, che, per i palati meno fini, assomiglia al whisky non torbato, ad esempio a un Glenkinchie, mentre i whisky torbati rappresentano una esperienza completamente nuova, che può appassionare. Anche se quello che dico non viene neppur minimamente suffragato da quello che succede in Francia, dove nonostante la presenza del cognac il whisky torbato ha un consumo molto più basso.

Anche se il gusto è una questione personale, quali sono i tuoi whisky preferiti?

Se parliamo del whisky di tutti i giorni, cioè di bottiglie che vanno dai 25 a 40 euro, i miei top quattro sono: Highland Park, Talisker, Balvenie e Glenrothes, di cui in tutta la mia vita non ho mai assaggiato una bottiglia cattiva.

Un’ultima domanda prima di salutarci: che cosa pensi della moda di fare whisky facendolo passare nelle botti più strane? Una volta si usavano solo botti che avevano contenuto Bourbon o Sherry, adesso invece saltano fuori botti di Amarone, di Barolo, di Barbaresco, perfino di Sauternes: tutto questo ha un senso?

Per me si tratta solo di esperimenti. La prima distilleria che fece whisky affinati in botti diverse dalle classiche Bourbon e Sherry è stata Glenmorangie che iniziò con botti di Porto, Madera e Burgundy che ebbero un buon successo. Per quanto riguarda le botti di Porto ci sono state anche altre distillerie che hanno seguito questo esempio, come Bowmore. Poi invece è cominciata una sorta di circo equestre, con botti di Marsala, Rhum, seguite da Amarone, Sassicaia, Barolo – ma solo quello di Gaja: in quest’ultimo caso, utilizzare il nome di Gaja, noto in tutto il mondo, la rende evidentemente solo un’operazione di marketing. Si tratta comunque di edizioni limitatissime, che costano molto, in qualche caso possono essere anche buone ma nella maggior parte dei casi non valgono niente e rimangono largamente invendute. E comunque questi esperimenti non sono stati fatti dalle grandi distillerie – anche se alla Glen Grant ho visto delle botti della Sella e Mosca, la nota casa vinicola della Sardegna, in cui stava maturando whisky, e il distillery manager era orgoglioso di mostrarmele.

In definitiva, molto spesso si tratta solo di marketing, con qualcuno che spera di imbroccare il filone giusto – che poi è un filone che non vale niente, perché dato che i barili in gioco sono pochi, ogni volta il whisky che si ottiene sarà diverso da quello precedente, il tutto diventa difficilmente replicabile, e le bottiglie diventano solo oggetti da collezione.

Grazie ancora Andrea per la tua disponibilità. Chi volesse saperne di più sul Whisky Festival e sulle degustazioni organizzate durante l’anno trova informazioni sul sito www.whiskyfestival.it. E con Andrea l’appuntamento è per questo autunno, quando ci presenterà la sesta edizione del Milano Whisky Festival che si terrà il 5 e 6 novembre 2011.

Ernestino “Virgilio” Losio

CibVs intervista… Andrea Giannone del Milano Whisky Festival

16 March 2011 - Commenti (2) »

Qualche mese fa abbiamo raccontato l’edizione 2010 del Milano Whisky Festival, grazie a un reportage di Ernestino “Virgilio” Losio, che ci ha fatto da “guida” tra la miriade di bottiglie che ci guardavano dai vari tavoli tavolini scaffali…

Oggi Ernestino, la nostra guida, intervista Andrea Giannone, ideatore e fondatore – insieme a Giuseppe Gervasio Dolci – del Milano Whisky Festival, e uno dei massimi esperti di whisky in Italia. Durante un viaggio in Scozia Giannone e Dolci hanno preso la decisione di farsi ambasciatori in Italia dei single malt Scotch whisky e di portare qui e raccontarci le migliori distillerie delle Highlands, quelle che, in 500 e passa anni di storia, ci hanno regalato emozioni e sapori unici. Va ricordato che il Milano Whisky Festival è l’unico evento italiano dedicato al single malt.


Pubblichiamo qui la prima parte dell’intervista: la seconda potrete leggerla venerdì qui su BlogVs.

a

Andrea ci puoi fare un breve quadro dello sviluppo della produzione e del mercato del whisky degli ultimi anni – magari partendo dall’importante punto di svolta degli anni ’80?

Nei primi anni ’80 c’è stato un grande sconvolgimento nel mondo del whisky, quando la Diageo, il gruppo industriale oggi proprietario del maggior numero di distillerie in Scozia, acquista più di 60 distillerie, decide di ristrutturare il tutto e ne chiude 12 (tra cui le famose Port Ellen, Brora, Glen Mhor, Dallas Dhu). Bisogna considerare che nei primi anni ’80 di single malt ne veniva bevuto pochissimo, e che il blended whisky cominciava a sentire la pressione del rhum, che già a partire dagli anni ’70 aveva cominciato a sostituire il whisky nel gusto dei consumatori.

Tra le prime cose che Diageo ha fatto, anche per recuperare liquidità, è stata quella di vendere barili ai famosi imbottigliatori indipendenti, che fino ad allora rappresentavano un mercato assolutamente di nicchia e prevalentemente britannico. Le distillerie allora imbottigliavano pochissimo single malt: ad esempio, Caol Ila allora produceva più di 4 milioni di litri di whisky all’anno, ma solo 20 mila litri finivano in single malt, mentre il resto finiva nei blended (nella fattispecie Johnny Walker e J&B). Le distillerie non erano state lungimiranti: quando c’era stato il boom degli anni ’60, avevano cominciato a distillare come disperate; con la crisi degli anni ’80 si erano ritrovate con i magazzini pieni di barili che, anche se avevano ridotto la produzione, non riuscivano a smaltire. Agli imbottigliatori indipendenti non è parso vero di poter acquistare barili ad un prezzo molto conveniente, Gordon & MacPhail comprò tantissimo Macallan, Signatory comprò moltissimo Port Ellen.

Con l’inizio degli anni 90 la situazione è migliorata (con ancora un altro piccolo assestamento tra il ’91 e il ’93, quando hanno chiuso le ultime distillerie, tra cui la Rosebank), perché il mercato aveva cominciato a virare sul single malt. Gli imbottigliatori indipendenti, che avevano acquistato tutti questi barili agli inizi degli anni ’90, si sono trovati con il whisky maturo, e quindi hanno cominciato a metterlo in commercio. Così il pubblico ha potuto scoprire un grande numero di nuove distillerie che prima non imbottigliavano, a parte i classici Glen Grant e Macallan per l’Italia. E  a questo punto anche i due gruppi più grossi, Diageo e Pernod Richard, hanno cominciato a imbottigliare single malt delle loro distillerie.

Per le distillerie il gioco vale la candela: oggi un barile di whisky di almeno tre anni viene venduto ai grossi gruppi che fanno blended tra le 250 e le 500 sterline, cioè mezzo euro al litro: allora conviene tenere il barile per altri 8 o 10 anni per poi metterlo sul mercato come single malt a 40 euro al litro. La prima grande distilleria che ha investito moltissimo sul single malt è stata la Glenfiddich, che è stato il single malt più venduto nel mondo per non so quanti anni. Questa è stata a grandi linee l’evoluzione del whisky scozzese in questi ultimi decenni – ma il discorso vale un po’ per tutto il mondo.

Secondo il direttore di Gordon & MacPhail, Derek Hancock, l’obiettivo è quello di arrivare nel 2020 ad avere come percentuale di mercato del single malt il 15% rispetto all’85% del blended.

a

Sono molti i nostalgici del mondo arcaico e artigianale del whisky… Invece a sentirti parlare mi sembra che secondo te l’intervento dei grossi gruppi industriali abbia fatto bene a questo mondo.

Senz’altro. Se andiamo a confrontare una singola distilleria – ad esempio Caol Ila – può darsi che il loro single malt prima del 1980 fosse più buono di quello di oggi. Se però analizziamo complessivamente la qualità del whisky offerto oggi da Diageo – che ti dà la possibilità di bere un centinaio di whisky, tutti buoni – vediamo che la situazione è migliorata.

Prima dell’arrivo dei grandi gruppi, le singole distillerie dovevano fare un whisky perfetto per essere usato per i blended – ovvero con tre anni di invecchiamento: i veri master blender mischiavano fino a 40 whisky differenti per ottenere il blended  voluto. Quando nel 1974 hanno fatto dei lavori di ristrutturazione alla Caol Ila e hanno cambiato e aggiunto degli alambicchi, nel 1977 i master blender della Johnny Walker hanno notato subito che il whisky era cambiato e alla Caol Ila hanno dovuto rimettersi a farlo come prima.

Si capisce quindi che tutta l’attenzione era per il whisky molto giovane, che doveva servire per i blended, e del whisky invecchiato non importava niente a nessuno. Tanto è vero che se si prendono bottiglie di single malt degli anni ’70 di Glenfiddich e di Glenlivet di oltre 10 anni di invecchiamento e si fa il confronto tra due bottiglie di annate differenti, si sente subito che sono molto diverse, non c’era cioè nemmeno l’attenzione nel tentare di replicare lo stesso gusto; oggi invece un whisky invecchiato mantiene la stessa qualità per molti anni.

Grazie Andrea – per oggi ci fermiamo qui.


Nel ringraziare Andrea per la sua disponibilità, ricordiamo che chi volesse saperne di più sul Whisky Festival e sulle degustazioni che per tutto l’anno si tengono a Milano può consultare il sito www.whiskyfestival.it.

Ernestino “Virgilio” Losio

L’assenzio: una fata verde a Milano

3 March 2011 - Commento (1) »

Cito da un bel libro su Milano di Giancarlo Ascari e Matteo Guarnaccia, Quelli che Milano • Storie, leggende, misteri e varietà, edito nel 2010 da Rizzoli nella sua collana BURextra.

a

L’assenzio è un distillato di erbe all’aroma di anice ad alta gradazione alcolica che, alla fine dell’Ottocento, ha gran successo in Francia. Amato da artisti e scrittori del Decadentismo, per il suo colore viene chiamato «la fata verde». È simbolo di perdizione e sregolatezza e si favoleggia dei suoi effetti allucinogeni, ma pare che questi derivassero, più che dal distillato in sé, da coloranti tossici e dall’assunzione contemporanea di oppio. Comunque, dopo martellanti campagne di stampa che la accusano di rendere folle e criminale chi la consuma, nel 1915 la bevanda viene proibita in molti paesi europei.

A Milano assenzio fa rima con Scapigliatura e, in un gioco di specchi in cui i confini tra vita e arte si perdono, produce pesanti effetti collaterali. Emilio Praga, pittore e scrittore, probabilmente inizia a frequentare la sostanza nei suoi soggiorni parigini. La  accompagna a dosi massicce di alcol e a una  produzione letteraria ispirata a Baudelaire e Hugo finché, malridotto dagli abusi, muore a trentasei anni in un’osteria. Un altro scapigliato, Giuseppe Rovani, è tra quei milanesi che si rifugiano in Svizzera dopo aver partecipato all’insurrezione del 1848. Quando torna in città diventa bibliotecario a Brera, si dedica alla scrittura di Cento anni, un romanzo a puntate in cui racconta un secolo di vita milanese, e al consumo intensivo di assenzio e  alcol: al punto che, quando qualcuno proporrà di intitolargli una via dopo la morte, l’idea verrà bocciata in quanto diseducativo omaggio all’intemperanza.

Dal 1990 l’assenzio comincerà a riapparire in Europa e a Milano, ma  in realtà un suo sostituto è sempre rimasto in bella vista sugli scaffali dei bar. Quando l’assenzio viene vietato nel 1915, la più famosa marca che lo produce, la Pernod, mette infatti in circolazione un prodotto a base di anice,  di minore gradazione alcolica, che lo ricorda  molto. È quel pastis che, diluito con acqua ghiacciata, intorbidisce da allora i pomeriggi  estivi in tutti i paesi dell’Europa meridionale.