Archivio per la categoria ’slow food’

Una cena aziendale di Natale inusuale

14 January 2013 - Commenti »

Tutti abbiamo presenti le solite tristi cene aziendali natalizie. Ristoranti all’ingrosso, tavoli rumorosi, allegria stantia. Ma ci sono aziende che cercano di differenziarsi, di offrire, e di offrirsi, qualcosa di bello, di originale, di insolito – per stare insieme per il piacere di stare insieme, per rafforzare i rapporti, per divertirsi, per ringraziarsi a vicenda.

Vediamo un esempio. Prendiamo un’azienda di catering, Le Madeleine – tre giovani ragazzi che si dedicano all’organizzazione di eventi e alla gastronomia. Li abbiamo conosciuti alcuni mesi fa e ci sono piaciute molto le loro preparazioni, la loro idea di una ristorazione “etica”, e il loro modo professionale di porsi.

Prendiamo poi un’azienda informatica milanese, la InfoEdge.

Cosa ci fanno assieme? Una cena natalizia aziendale, appunto.

Ma – appunto – non la solita cena natalizia. La serata consisteva nel far trovare una trentina di persone, fra dipendenti, clienti e fornitori, nello spazio di Madeleine, che era attrezzato con 5 postazioni cucina, ciascuna equipaggiata con tutto il necessario per realizzare una ricetta.

Quindi, non una cena pronta – ma una cena da preparare!

Nessuno era a conoscenza di cosa li aspettava. Sono state formate le squadre, tutti hanno indossato grembiule e cappello, sono stati spiegati e assegnati i compiti, e ogni singola squadra si è organizzata e suddivisa il lavoro.

Le ricette assegnate erano più o meno facili: chi doveva fare delle barchette di frolla al formaggio, chi una caprese nel panino con un bicchiere tricolore, chi degli gnocchi di castagna ripieni di taleggio e infine chi una torta nel bicchiere.

Come in ogni prova che si rispetti, ci sono stati degli imprevisti, e delle penitenze: durante la preparazione dei piatti, una persona per ogni gruppo veniva portata al banco dei giurati per una prova di abilità:  sbucciare, bene, una patata nel minor tempo possibile, rompere un uovo con una mano sola, fiammare una meringa all’italiana… Alla squadra del peggiore veniva assegnata una penitenza – cucinare tutti con una mano sola per 4 minuti, o non poter comunicare verbalmente per 5 minuti.

La giuria di esperti che giudicava le prove era costituita da noi, da uno chef, da una giornalista, Claudia Tiberti di Italia Squisita, e da una blogger, Giorgia Tullio.

è stato difficile scegliere il vincitore. Tutti i team hanno lavorato bene. Tutti i piatti preparati erano edibili – ah ah ah – e squisiti. Ma siamo rimasti sbalorditi dall’organizzazione dei gruppi e dal lavoro in team. Tutti affiatati, seguivano il loro leader ma ognuno aveva spazio per le proprie proposte. Se il team cooking ha funzionato così, immagino che le cose funzionino allo stesso modo anche nel lavoro aziendale di tutti i giorni…

Dunque il vincitore – all’unanimità – è stato il bicchierino di caprese invernale composto da 3 creme: barbabietola, caprino e broccoli con nocciole. Ha vinto sugli altri per l’equilibrio dei sapori – era gustoso, cremoso al punto giusto. Buono. Bravi!

Cosa hanno vinto?

Tutti, giuria compresa, hanno ricevuto una scatola di prodotti dolci e salati di Le Madeleine, e prodotti da presìdi slowfood (cioccolatini, croccante, panforte, biscotti, composte di frutta, un salume, un passito…); i primi classificati hanno vinto un abbonamento annuale alla rivista Italia Squisita. Non male, no?

Dopo la premiazione abbiamo cenato con le preparazioni dei nostri partecipanti – e con dei deliziosi piatti preparati da Madeleine.

Poteva mancare una colonna sonora adeguata? No… ad un certo punto dal balcone sono spuntati degli individui ben vestiti, ognuno col suo strumento, e hanno improvvisato degli standard natalizi in chiave Jazz. Molto bravi. Bravi bravi bravi tutti. Loro, gli organizzatori e i “concorrenti”. Ma anche noi giudici ;-)

Christian Sarti

A Vigevano “Dieci giorni suonati” (…e mangiati…)

1 June 2012 - Commenti »

Un anno fa, il 27 maggio 2011, moriva un grande artista. Un romanziere, un poeta, le cui parole sono protesta, denuncia e rivoluzione – e The Revolution Will Not Be Televised, come cantava nei primi anni ’70.

Gil Scott Heron– un personaggio che declamava le sue poesie musicate a ritmo di jazz soul funk. Una commistione di generi e di culture.

Un giorno, googlando in giro per la rete lo trovo sul cartellone di un festival, qui in Italia – proprio qui vicino, al Castello Sforzesco di Vigevano, per il festival 10 giorni suonati, organizzato dalla Barley Arts.

Ovviamente ci siamo andati.

Arrivati nel cortile del Castello troviamo questo palco molto ampio, dove il mio mito GSH si esibisce in un concerto memorabile, travolgente,  intimo. Uno degli ultimi, se non l’ultimo. Lui non stava bene e si vedeva. Lo ricorderò per sempre.

Un’altra cosa mi è rimasta impressa di quella serata: la struttura coperta che ospitava produttori di eccellenze italiane, presìdi Slowfood, e che ci ha permesso di degustare, prima del concerto, degli ottimi prodotti.

Quest’anno il  festival 10 giorni suonati è alla terza edizione, sempre al Castello di Vigevano, sempre con la stessa formula (che peraltro vede migliorare, di anno in anno, gli aspetti organizzativi e logistici…). Si parte il 13 giugno con i Lynyrd Synkyrd + Molly Hatchet + Betta Blues Society – a seguire, Incubus, Wolfmother, Garbage, Paul Weller, Ben Harper, Lenny Kravitz + Trombone Shorty, G3 (Joe Satriani – Steve Vai – Steve Morse), James Morrison + Maverick Sabre + Musicanti di Grema, Mika… eh, sì, tutto qui… ehm…

Ma il claim di quest’anno è:  Un festival di musica, parole  e sapori!

Quindi non solo musica – prevalentemente pop-rock – ma anche parole: incontri con gli autori in collaborazione con La Feltrinelli libri (segnalo quello del 18 Luglio con Davide Oldani, che presenterà in anteprima il suo nuovo libro).

E assieme alle parole, le immagini: vi ricordate quanto erano belli i biglietti dei concerti che venivano stampati anni fa? Serigrafati, originali, unici. Da collezionare. Quanti di voi conservano ancora un biglietto anni ’90 di Michael Jackson o di Prince? Ecco, da qui nasce l’idea, anzi, nasce Memorabarley, una mostra di memorabilia curata dal fotografo Henry Ruggieri sui 33 anni di attività di Barley Arts – poster, locandine, biglietti, pass dei passati eventi.

Musica parole – e immagini – e sapori: l’Isola del gusto, curata dagli studenti  dell’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo e ideata dall’amico, nonché dottore in Scienze gastronomiche, Federico Trotta.

Qui  troveremo produttori di eccellenze italiane, spesso presìdi Slowfood: fra gli altri, la birra artigianale del birrificio Clan-Destino, di Orsoverde e Croce di malto; i vini naturali da vitigni autoctoni di varie regioni italiane (i miei amici di Tenuta Carussin, Vini Orsini, Il Palazzo, Col Vetoraz); il panificio Grazioli di Legnano, che usa solo le farine di Mulino Marino e che ha portato appunto a Legnano, il mio paese di origine, prodotti da forno di grande qualità; la carne piemontese del mitico consorzio La Granda; e molti altri validissimi produttori.

L’evento sarà anche molto attento ad abbattere l’impatto sull’ambiente. Come? Con un progetto:  la buona musica è A.R.I.A. – a ridotto impatto ambientale.

Diverse aziende, sensibili all’argomento, hanno aderito fornendo i loro prodotti: Palmdesign con eco-arredi; Novamont e Ecozema con posate e tutto il necessario per il servizio, in materiale compostabile; Eurven con microcompattatore per le bottiglie di plastica; Asm-isa fornisce i contenitori per i rifiuti; Orphea con antizanzare a base di estratti naturali; RaggioVerde fornisce le magliette in cotone naturale con lavorazione a filiera corta e lavorato in Italia per tutto lo staff; Allegronatura  con i detergenti a base di erbe officinali; Rete Clima calcolerà le emissioni di Co2 durante le giornate dell’evento; Edison fornirà l’energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili.

Insomma un progetto davvero ben studiato fin nei minimi particolari.

Qui (10GS_comStampa290512) trovate il comunicato stampa ufficiale.

Insomma il percorso è questo: visita alla meravigliosa piazza di Vigevano – una delle piazze più belle d’Italia –, mostra Memorabarley al Castello, degustazioni  palatali e olfattive prima e degustazioni sonore poi. Per finire con l’acquistare i prodotti in vendita nell’isola del gusto.

CibVs e BlogVs saranno presenti per testimoniare e accertarsi che tutto funzioni alla perfezione. Soprattutto adopereremo per voi le vostre papille gustative, sostando a lungo nell’Isola del gusto.

Christian Sarti

Foto di Henry Ruggeri

Un posto a Milano per Totò

16 April 2012 - Commenti »

“Chissà se c’è un posto a Milano dove uno…”

Sì, c’è.

“Ma lasciami finire! Dicevo, vorrei trovare un posto a Milano che uno…”

Lasciami fare, ci penso io.

“Ma cosa…”

E così siamo andati, con qualche amica/o, a provare Un posto a Milano – Cucina e bar in Cascina Cuccagna, la nuova avventura di Nicola Cavallaro dopo la chiusura del locale a San Cristoforo, sui Navigli.

Il posto è a Milano – “Ah, ah, ah: è una battuta?” – nella Cascina Cuccagna, un’antica cascina del Settecento in piena Milano, fra Porta Romana e Porta Vittoria. La Cascina è stata da qualche anno oggetto di un recupero che ha visto coinvolte varie associazioni e cooperative, e che da ultimo è sfociato nell’apertura di questo luogo-ristorante, con giardino e orti attorno – ma ci sono anche altri spazi, tra cui un negozio di prodotti bio.

Il progetto di Un posto a Milano, nell’ambito del Consorzio Cantiere Cuccagna, è stato curato da esterni, un’impresa culturale presente a Milano da oltre 15 anni e che si occupa di servizi, spazi pubblici, eventi (il Milano Film Festival, il Public Design Festival per il Fuorisalone 2012). Il locale consiste in una sala d’ingresso, spazio conviviale, con tavoli e sedie e tavolini piccini e sedioline piccine per i bambini, con giochi, carta e matite colorate, per colazioni aperitivi spuntini (il Posto è aperto dal mattino alle 10 fino alla 1); un bancone bar in uno spazio centrale che raccorda la cucina con la sala principale e le due salette laterali (una con un camino…), parte della costruzione originaria della Cascina (all’esterno, sulla porta del civico 4 di via Cuccagna, c’è ancora la vecchia scritta “Trattoria”), mentre la sala principale è un’aggiunta più recente. Bello ampio, pareti con mattoni a vista e gli interventi moderni in cemento, non lavorato, non dipinto; la cucina è visibile sia dalle sale che dal bar che dal cortile.

“Va bene, va bene – ma si mangia? No, perché, qui vedo scritto Esercizio pubblico: l’allenamento: cosa vuol dire?”

Vuol dire che per un paio di settimane – fino al 22 aprile – il locale “sperimenta” e si sperimenta con il pubblico, che alla fine viene invitato a compilare un questionario e ad avanzare critiche (o apprezzamenti) proposte idee suggerimenti sul locale il servizio il menu i propri desideri (“Perché non c’è il risotto alla milanese? Un posto a Milano senza risotto alla milanese potrebbe benissimo essere a Salerno. E la cotoletta? E il panettone? E…”).

Il menu dell’allenamento presenta una serie di piatti e proposte con l’indicazione dell’uso: ci sono quelli per la colazione, per lo spuntino, per il pranzo la merenda la cena. A quanto pare, cambieranno (in tutto? in parte?) quando il locale inizierà a funzionare a regime. Caratteristica del menu: ingredienti a kilometro zero (“Oh, quante storie: questo qui viene da 116km, la mortadella da Bologna,  217, le uova però da 35,3…”), di qualità e controllati, e raccontati in un allegato al menu, cucina “casalinga” (“Se dici così però sembra banale: invece questi piatti tutto mi sembrano meno che banali…”), con proposte mirate per i bambini (tagliatelle per bambini, passata di verdure per poppanti…). Carta dei vini divisa fra vini frizzanti/spumanti, bianchi, rossi frizzanti, rossi, rossi strutturati, rosati, vini da dessert (una quarantina di proposte), e birre (Poretti, Menaresta, Brewfist, Birrificio Italiano e Birrificio del Ducato Busseto).

Ingredienti, aziende produttrici, ricette sono tutte consultabili sul (bel) sito.

Cosa abbiamo assaggiato?

La focaccia (un po’ troppo salata secondo la nostra amica Tiziana – “Per forza: il pizzico di sale è rimasto concentrato in un punto; a me è piaciuta molto proprio anche perché era bella salata”); Mortadella, salame rosa e salame con giardiniera (per dire: l’aggiunta al menu precisa che il salame rosa, come la mortadella, è del Salumificio Artigianale Pasquini e Brusiani, di Bologna: “insaccato della tradizione bolognese, la carne magra di maiale viene lavorata in punta di coltello con l’aggiunta di guanciale e muscolo e cotta al forno per quasi un giorno”; l’azienda si trova a 217km dalla cascina, ovvero 1 giorno e 20 ore a piedi); Insalata di primizie dell’orto; Parmigiano, roj, caprino e toma con composte (il Parmigiano viene da Bardi, Parmabio, 132,9km, gli altri da La Giunca, a Fobello, Vercelli, 73,5km) come antipasto. Grande qualità, ottima la giardiniera, non conoscevamo il salame rosa (“Vale proprio la pena di farsi 1 giorno e 20 ore a piedi per andarselo a prendere…”).

Primi: Zuppa di fave e cicoria con caprino (“Aspetta: il caprino ci ha messo solo 5 ore e 56 minuti a piedi per arrivare qui da Cassano d’Adda, dall’azienda di Claudio Mapelli… ma dai… hanno un allevamento di capre!”), non male, molto buoni i Tortelli di coniglio alla cacciatora, buonissima la Lasagna alle erbette di campo e salsa al Parmigiano (“Scusa Emanuele… ma non fai le foto ai piatti per il nostro articolo?” Acc… invece di parlare e leggere il menu, potevi ricordarmelo… anche se in realtà i miei commensali brandivanp forchette e avevano braccia lunghissime che roteavano come le pale dei mulini a vento di Don Chisciotte, e dovevo essere più veloce di loro, altro che foto!).

Secondi: tutti stroncati da antipasti focacce primi e assaggi reciproci (e dal Rosso Garda L’Ulif), mi sono dovuto sacrificare (ehm…) per la completezza dell’informazione, e ho scelto, scartando la Bistecca di fassona con verdure e e insalata e il Pollo con patate al rosmarino e misticanza (“Sarà un pollo intero? Ce la fai?” – ragazzo, lasciami lavorare: ce la farei, se decidessi di mangiarlo), un piatto che non sempre viene proposto al meglio: Sarde in saòr con barba di frate. Qui era decisamente in una delle versioni più riuscite: il saòr non preponderava, l’accostamento con la barba di frate (o agretti) insolito, ottimi sapori, leggero, abbondante: buonobuonobuono.

Qualche dolce (sì, li ho assaggiati tutti – “Anch’io, cosa credi?”), non male: Torta di mele, Tiramisù (mi sarebbe piaciuto con un poco meno cioccolato sopra), Spuma di yogurt con salsa ai frutti rossi. La fetta di torta era una fettona – tutte le porzioni non erano niente male, devo dire: persino Totò non ha avuto difficoltà a fare assaggiare agli altri i suoi piatti.

Atmosfera piacevole, un po’ rumoroso il salone (anche perché c’era una tavolata festante…), il servizio decisamente in rodaggio (attese un po’ lunghe, anche per colpa nostra: dovevamo essere in 4, ma eravamo 3, però si sono aggiunti in 2 – abbiamo cambiato tavolo, sedendoci a quello rotondo in mezzo, ma questo ha scompigliato un po’ le carte fra servizio e cucina), qualche incomprensione (l’insalata avrebbe dovuto essere una torta salata, la cameriera, straniera, non ha capito, forse perché stava dall’altra parte del tavolo rispetto a noi; le sarde mi sono arrivate, due, su un piattino minuscolo, nella versione assaggio da banco del bar, che ho rifiutato sdegnosamente; no, non abbiamo chiesto un amaro…), ma comunque personale attento e gentile; il dichiarato “allenamento” mi impedisce di lamentarmi troppo. Un consiglio: le sedie di vimini al tavolo centrale strappano le calze alle fanciulle… (che belle invece le sedie dal gusto retrò del salone; tutt’altro stile le due salette). Da tornarci al termine dell’allenamento.

Abbiamo speso 125€ in 5. Diciamo antipasti 7/8€, primi 7/10€, secondi 11/22€, dolci 4/5€. La focaccia 2€: “Hai letto? C’è pane burro e marmellata 2,50€: è l’ultima voce del menu, non l’avevo visto: se no l’avrei preso!”

“Posso concludere io? Il nome mi sembra particolarmente indovinato: più che un ‘ristorante’ o che, questo mi sembra proprio un ‘posto’ in cui stare, grazie ai diversi spazi, all’atmosfera generale, alle diverse funzionalità del locale, dalla colazione – ok, magari aprendo alle 10 proprio colazione non è – al dopocena, con la possibilità di mangiare, di leggere, di far giocare i bambini, di parlare – spero che si possa anche stare fuori, col bel tempo, ho visto dei tavoli in giardino. E anche il loro sito, oltre ad avere una bellissima grafica, è molto chiaro, completo, con le varie possibilità di utilizzo, i menu, le ricette – e anche questo non è male, visto quanti siti ci sono che si limitano a mettere solo recapiti, qualche foto, e così via. Posso dirlo? Mi sa che questo posto – una volta finito il rodaggio, col menu definitivo, con il risotto giallo per dire, potrà diventare un piccolo’miracolo milanese’.”

Emanuele Bonati

Totò e Lile in cucina

3 April 2012 - Commento (1) »

“Caro Lettore, questa settimana i miei preziosi consigli, e i miei salaci giudizi, e le mie perspicaci osservazioni, e le mie dotte dissertazioni, abbracceranno come settimana scorsa una molteplicità di situazioni food che io, foodblogger con una reputazione, e un mio seguito, sono qui a dipanare per Te, mio appassionato fan, mio discepolo forchettato, mio… Va beh, lasciamo perdere. E sicuramente non sei solo, mio Lettore – e non sei nemmeno uno dei venticinque di manzoniana memoria – ma uno della folla, della moltitudine di appassionati degustatori ai quali mostro la GastroVia… E a Voi io dedico il primo spunto critico-recensorio di oggi, che mi sento di celebrare come una delle eccellenze del fast-food milanese: la focaccia tipo Recco di Marinoni in piazzale Cadorna.

Non si tratta di una diretta filiazione della pur celebrata focaccia ligure, e tuttavia rivela una manducabilità – specie se intiepidita – e una sapidità degne dei più rispettabili paragoni. Ve la consiglio senza dubbio – così come le focaccine cosiddette ‘del Forte’ in quanto originarie di Forte dei Marmi, dove venivano consumate dai villeggianti.

Il cibo di strada è tornato di moda. Lo era il panzerotto di Luini di cui ho scritto la scorsa settimana; lo sono le focaccine, e lo è questo piatto di street food e di goduria per gli organi del gusto: il delizioso fritto misto del Kiosko di Piazza XXIV Maggio: caldo, unto ma neanche tanto, fritto bene, tenero, i succhi gastrici e il colesterolo facevano la ola a turno. Il chiosco è una pescheria, con un angolo cottura, quattro tavolini in croce; la cottura produce fritti misti di scampi, anelli di totani, triglie, acciughe a getto continuo – ma ci sono anche carpacci e…”

“Totò!! Sei chiuso in bagno? Dov’è il mio portatile? Totò!!”

“Ma spesso il vostro spericolato reporter del gusto, l’elzevirista delle portate, lo scalco della carne viva dei cuochi, è costretto a riporre lo stilo, conculcato eppur non domo… ecco… pubblicaSTO ARRIVANDO!!”

****

Scusate, ma mi vedo costretto a riprendere il controllo della mia rubrica, usurpata proditoriamente da Totò, per proporvi il nostro appuntamento settimanale alla ricerca della buona tavola milanese, e del “miracolo a Milano”.

“Allora io non ci vengo.”

Non puoi non venire: sai che senza di te non è la stessa cosa, su, non fare così, per favore…

Alla fine arriviamo da Lile in cucina, giovane (2010) grazioso locale in via Guicciardini: un’altra zona che nel giro di pochi anni ha visto un moltiplicarsi e rinnovarsi di locali ristoranti ecc.

Locale grazioso, anche se forse si poteva fare qualcosa di più nell’arredo; soft, penombra, una trentina di posti, musica gradevole ben in sottofondo (del tipo Bewitched e compagnia, tranquilla e piacevole…).

Menu – cosa prendiamo?

“Ah fai tu io voglio quello che prendi tu tanto se poi devo seguire supinamente i tuoi diktat e non posso nemmeno condividere con i miei amici le mie esperienze culinarie che poi mi dicono…”

Benissimo: lo stesso per tutti e due.

Mentre scegliamo, un assaggino di quiche ricotta e funghi tiepida, gradevole. Il ragazzo e la ragazza che fanno servizio in sala sono carini e gentili (sarà lei Lile? l’abbiamo letto da qualche parte… il cuoco è Alessio: Lile come suo diminutivo non mi sembrerebbe un gran che…).

Ordiniamo un bicchiere di Ribolla galla doc Petrucco 2010 ad accompagnare anzitutto il Baccalà mantecato su purea di cicerchie Slow Food e cracker al papavero. Il piatto si presenta bene, tre quenelle artisticamente disposte sulla purea, prezzemolo tritato fine fine come ornamento, cracker rotondo al centro. Buono.

“Sì, se lo mangi tutto assieme – baccalà cicerchie papaverocracker – è buono; ma se la purea è tiepida, il baccalà è freddo: l’hanno appena tirato fuori dal frigo? Così non mi va molto. E sembra che il cracker sia l’unico sapore con un po’ di nerbo.”

Totò ha ragione – il baccalà è (innaturalmente?) freddo. Ma l’abbinamento è indovinato (la temperatura, insomma), l’insieme funziona, magari ci sarebbero voluti due o tre cracker per tenere un po’ più insieme il gusto…

Linguine cozze e broccoletti. “La cottura è giusta” – vero. I broccoletti anche – un po’ troppo piccanti. Molto, forse – perlomeno, quanto basta a coprire il sapore delle (poche) cozze. “A me non dispiace – è vero, le cozze si perdono un po’, ma è un primo bello saporito.” Sui bordi del piatto, prezzemolo tritato fine fine.

Ganassino bollito con fleur de sel, salsa verde e patata schiacciata. “Ah, questo ganassino è proprio buono – morbidissimo, saporito, quel poco di fleur de sel a sottolineare la bontà della carne.” Molto buono, è vero; le patate schiacciate però se ne stanno lì sul loro piattoaparte (nessuno porta un po’ di olio, sale…?); lo scodellino di salsa verde in realtà contiene olio e prezzemolo (altro prezzemolo sporca i bordi del piatto), e non mi sembra di sentire altro (la salsa verde dovrebbe essere un’altra cosa – lo era quella di mia nonna, per cui…). “Però non è male.” No, carne buona, patate discrete, tutto assieme ok… ma insomma… “Hai ragione. Se tu prendevi qualcosa di diverso, potevamo capire qualcosa di più sulla cucina di questo locale.” Io??


Crema di mascarpone con frutti di bosco. Senza prezzemolo ornamentale. Frutti al naturale sul fondo della tazza. Crema di mascarpone a riempire. Se uno si aspetta una specie di crema tipo tiramisu, soffice morbida zuccherina montata dagli albumi dalla frusta… “Guarda, non riesco nemmeno a infilare il cucchiaino!” Non fare lo scemo: è mascarpone, mica torrone. Però è veramente densa, e un po’ pesante – non tanto dolce. “Sai cosa? Non stanno molto assieme, mascarpone e frutti di bosco. Buono ma pesante l’uno, buoni gli altri ma forse un poco di zucchero ci sarebbe stato bene.”

Caffè.

Sessanta euro a testa – non possiamo dirci proprio soddisfatti. “Allora: le varie cose che abbiamo mangiato, prese singolarmente, sono buone, cucinate bene, molto bene anzi. Dove manca qualcosa è nel metterle assieme, mi sembra – un qualcosa che leghi le cose fra loro. I frutti di bosco sono e mascarpone, non con mascarpone. “Ma il baccalà e le cicerchie stavano benissimo assieme grazie al cracker al papavero.”

Insomma, da rivedere per forza – anche perché comunque ci sono molte proposte che attirano (fra menu di sala e on line, risottiinteressanti, insalata di carciofi, carciofi fritti, parmigiano reggiano bio, rucola e mandorle condita con citronette, Flan di broccoli con salsa al pecorino sardo, Vellutata di lenticchie di Ustica con erbette saltate, Orecchiette fresche al pesto di pomodori secchi con scaglie di ricotta salata di bufala, Roastbeef di fassona piemontese ai ferri con patate al rosmarino,  Coniglio alla “bagna nera” con puré di patate), e gli ingredienti sono tra i migliori…

Lile in cucina

Via Guicciardini 5
20156 Milano
0249632629

Emanuele Bonati

A mangiare al Ratanà

20 March 2012 - Commenti »

Ne hanno parlato in molti, fonti autorevoli e non. Noi no. Almeno fino ad oggi.

Ormai sulla piazza di Milano da alcuni anni, Ratanà si è affermato come uno dei migliori ristoranti di questo livello con la sua cucina “semplice”, che usa prevalentemente prodotti dei presìdi Slowfood italiani.

La prima volta che ho potuto gustare un piatto di Cesare Battisti – beh, sono rimasto folgorato. Sono passati un paio d’anni: è stato alla prima edizione di Le Grand fooding, dove ha superato, secondo me, chiunque con la sua barchetta di nocciola con bocconcini di vitello.

Comunque – ecco la cronaca veloce di una cena veloce al Ratanà.

In sala Federica e Danilo, sempre disponibili e gentilissimi, che consigliano sul vino da abbinare ai piatti scelti: il famoso ossobuco con risotto, accompagnato da un calice di Bonarda; e una tartare di fassone con Limone Interdonato, che ha una morbidezza ed un sapore incredibili grazie proprio a questa grattugiata di  buccia di Interdonato e a un ottimo olio monocultivar umbro – abbinata a un bicchiere di Etna Rosso che con la sua mineralità chiude benissimo il piatto.

Il Limone Interdonato (dal nome del suo coltivatore, un generale siciliano) è un presidio Slowfood: si tratta di un incrocio fra un limone autoctono e il cedro, dalla buccia sottile e dalla scorza dolce. La coltivazione, concentrata sulla costa ionica della Sicilia, nel Messinese, è purtroppo in crisi, sia per la concorrenza dei limoni stranieri, più convenienti, sia per le difficoltà di manutenzione delle coltivazioni terrazzate, e l’Interdonato è quasi introvabile.

In chiusura della cena, una – ottima – mousse ai tre cioccolati equosolidali.

Proprio la cena che ci voleva per ridarmi un po’ di energia…

Ratanà Ristorante a Milano

Via de Castilla 28

20124 Milano

tel 0287128855

Christian Sarti

Slow Food ha 25 anni: AUGURI!! da CibVs

20 June 2011 - Commenti »

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