Archivio per la categoria ’pesce’

Il libro di Alice: le foto

26 November 2012 - Commenti »

Presentazione a InKitchen di Alice e le meraviglie del pesce, il libro dedicato alla cucina del ristorante Alice di Viviana Varese e Sandra Ciciriello, edito da Giunti, testi di Fiorenza Auriemma, presentazione di Paolo Marchi.

Il nostro fotografo Bruno Cordioli ha colto alcuni momenti della presentazione; da notare l’abbondanza di cibo sui tavoli: io non c’ero…

Foto di Bruno Cordioli

http://www.flickr.com/photos/br1dotcom/sets/72157632074024561/

Emanuele Bonati

Non aprite quel Pbox…

12 July 2012 - Commenti »

Quando uno si trova in una qualche parte del mondo per trascorrere una vacanza, viene il momento in cui cerca di organizzarsi per la cena. Di solito viene colto da un’illuminazione improvvisa: “Ma qui vicino c’è il tal chef del tal ristorante… devo assolutamente andarci… ora chiamo prenoto dov’è il numero pronto pronto mi sentire io volere mangiare…”.
Quando poi uno scopre che il locale, proprio quel giorno lì, è chiuso… il mondo gli crolla addosso, il desiderio di suicidarsi mangiando hamburger da McDonald’s si affaccia imperioso.

Ma andiamo con ordine. Mi trovavo in un’immensa e sconfinata valle di ulivi che da Delfi porta ad Atene, nel mezzo della Grecia, quando ho pensato di andare a cena al Funky Gourmet, appunto ad Atene, visto che dovevo passarci la notte per poi prendere l’aereo il giorno dopo.
Il Funky Gourmet, il lunedì è chiuso. E che giorno era? Lunedì. Di funky mi è rimasta solo la musica di James Brown ascoltata come sottofondo alla guida…
Allora uno riparte con la selezione mentale, consulta le guide sull’iPhone, chiama gli amici in Italia e le fidanzate greche conosciute durante la gita dell’anno della maturità… E scopre che un tal Christoforos Peskias, blasonato chef greco di cui si narrano le gesta anche in terra nostra – vedi Identità Golose – ha aperto dei locali tipo bistrot, Pbox, dopo aver guidato per anni uno dei 50 Best Restaurant: il 48 Restaurant, sempre ad Atene.
In rete si leggono buone cose, i piatti sembrano interessanti e con un prezzo accettabile.
I Pbox sono diversi e scelgo quello di Kifissia, la cittadina chic sopra Atene. Prenoto. Negozi di lusso, locali fighetti, belle macchine – scena diversa in Atene, ovviamente. Ok – ci sta che uno chef così importante sia allocato qui.
Il Pbox ha tavoli interni e una verandina fronte strada-struscio dove ci fanno accomodare. L’atmosfera è informale e rilassata – posate carine, personale simpatico (non proprio tutti, ma insomma…).
Vengono proposti prodotti di qualità, anche in vendita sugli scaffali. Insomma si presenta bene e con un grosso adesivo MICHELIN sulla porta.
Scegliamo i piatti e un vino locale, bianco, al calice.

Hummus con chutney di capperi. Il primo boccone ha impresso sulla mia faccia una vera espressione di disgusto per l’uso eccessivo di cumino che ha trasformato un piatto di per  sé molto semplice e dal sapore delicato , in  una cosa di una violenza inaudita causa appunto quella spezia – più una sapidità eccessiva.

Rotoli di carta di riso con salmone, guacamole e foglie di shiso (erba giapponese dal sapore di erba limoncina e menta), serviti con salsa di speziata al peperoncino. Niente di emozionante e con un salmone che non era proprio così scioglievole, e dal sapore inesistente o quasi.

Tonno scottato (sostituito da Palamita, previo avviso ) servito sopra un’insalata di melanzane affumicate e servite con salsa teriyaki-yuzu. Un pesce la cui cottura non era il massimo, senza nessuna croccantezza esterna e che risultava pieno di liquidi. L’insalata di melanzane troppo sapida e con affumicatura esagerata.

Orata con foglie di  portulacaceae e vinaigrette di pomodoro. Non buona. Un pesce anonimo coperto di salsa agrodolce accompagnato  da delle stucchevoli foglie grasse.

Terminiamo la cena con una tarte au chocolat con palla di gelato alla crema. Un dolce che regalava solo nella nota finale un gusto decente; mentre prima declinava nei vari sapori del rancido del burro di cacao affiorato.
Ero arrabbiato perché uno dei posti della mia wish list mondiale era chiuso e quindi il mio giudizio era diciamo “offuscato”? No. Non credo proprio.

Sono io che esagero? Forse. Non apprezzo quel tipo di cucina “della tradizione greca rivisitata in chiave moderna” perché non capisco nulla? Può darsi.

Dico solo che è stata una grande delusione. Da uno chef del genere non ti aspetteresti delle cotture così sbagliate, un uso delle spezie massivo e degli accostamenti così stucchevoli.  Tutti i reali sapori della “cucina della tradizione” erano totalmente coperti.
Il costo ha superato di un pezzo il centinaio di euro. Questo non fa altro che aumentare il mio disappunto verso questo chef, che peraltro non ho visto.  No way.

PBox Eatery

Levidiou 11, Kifisia 14561, Grecia

Tel+30.210.8088818

Christian Sarti

Totò nel paese delle meraviglie di Alice

14 February 2012 - Commenti »

“Non mi piace proprio.”

“Come?”

“Questo ristorante, Acciuga. Non mi piace.”

“Ma se non siamo nemmeno arrivati in via Adige! E poi si chiama Alice, non Acciuga.”

“E allora? Fai mente locale: continuiamo ad andare fuori a mangiare, e mai una volta che demoliamo un locale, critichiamo non dico la cucina, ma almeno la disposizione delle posate o delle briciole sui tavoli, le divise del personale, gli spifferi… Quindi, per dare una svolta alla nostra carriera gastronomica, dobbiamo darci alla cattiveria. Anche immotivata, per carità, ma se no non ci si fila più nessuno.”

Avevo paura che prima o poi sarebbe successo: il mio amico Totò è impazzito, il fatto che le nostre avventurette conviviali abbiano una certa diffusione lo ha precipitato in un delirio di onnipotenza. Ci manca solo che si metta ad attribuire delle “scope” ai locali che gli stanno antipatici (anche se proprio a cavallo di una scopa se ne è andato da Milano…), delle “baracche” a quelli poco ospitali, dei “calderoni” alle cucine non all’altezza (de che?)…

Comunque – dopo avergli spiegato che una critica negativa deve essere sostanziata da cospicui assaggi, punto sul quale Totò è stato pienamente d’accordo, e da un’analisi organolettica dei più vari dettagli, punto sul quale invece si è grazie al cielo perso, eccoci da Alice Ristorante, locale neostellato Michelin.

Abbiamo deciso – con Christian e Vincenzo Pagano – di portare Totò da Viviana Varese dopo i nostri vari passaggi a Identità Golose 2012. Il tema “Quote Rosa” era stato appena accennato, serpeggiava lungo tutta la giornata, ma non è per riportarci in quota che abbiamo deciso di venire da Alice: è la lunga lontananza da questa cucina del pesce, e la relazione della mattinata a Identità, che ci hanno fatto rompere gli indugi (e magari anche la gigantesca ombrina, teneramente abbracciata da Sandra Ciciriello, socia di Viviana – esperta di prodotti ittici, e sommelier – destinata a transitare dal palco alla cucina di Alice…).

Totò vorrebbe indagare sui motivi della critica gastronomica, sul rapporto tra giudici e giudicati – ma noi tagliamo corto: siamo narratori, raccontiamo il nostro pranzo, o cena, per quello che sono state le nostre sensazioni, dettate dal nostro umore, dalla compagnia, dal tempo, dal piacere di stare insieme in quel posto e in quel momento.

Il locale è molto piacevole, colori caldi, senza eccessi – il personale cortese quel giusto, cordiale quel giusto, amichevole e non invadente. Anche Viviana e Sandra  (in sala), che lo portano avanti destreggiandosi fra sala e cucina, sono come il loro locale: piacevoli. Ed è a loro che ci siamo affidati, lasciando a loro la scelta del menu da sottoporci.

“Ecco una nota di demerito”, dice Totò: “non possiamo mangiare quello che vogliamo!”

“Ma se l’abbiamo chiesto noi, di portarci quello che vogliono loro…”

Sopito il primo spunto critico di Totò, ci siamo dedicati all’antipasto: una serie di deliziosi finger food, molto delicati, a cui è seguito un Mini-hamburger di seppia con cime di rapa e burrata.

“Questo devo dirlo: a me ’sta storia del fingo food, no, finger, mi ha stufato: un bell’hamburger con una maxi seppia mi sarebbe piaciuto, va’.”

Lasciando perdere i tentativi di critica controcorrente di Totò, il Mini-hamburger non era male: sapore e consistenza, accostamenti, funzionava tutto. Diciamo che predisponeva favorevolmente al proseguimento della cena.

Christian:  “Sapore di cime di rapa anche nel pane! Delicato…”

Vincenzo: “Amuse bouche che dichiarano subito l’orientamento del ristorante votato sicuramente alle specialità di mare. Mini panino da mangiare in quantità industriali, netto e saporito con una seppia tonica.”

Totò mi ha guardato con aria ironica: anche Vincenzo ne avrebbe mangiato ancora… La predilezione ittica si materializzava poco dopo in una Zuppa di ceci al naturale con triglie, pomodorini confit, rosmarino, cipolla di Tropea e gamberetti, su cui nemmeno Totò ha avuto da ridire. Ingredienti della tradizione, mantenuti a un livello elementare, accostati con equilibrio e semplicità. E gusto. E sapore.

Christian è d’accordo: “Un totale equilibrio del piatto, tutto ben distinguibile.”

Vincenzo: “La triglia freschissima, spalleggiata da un gambero corposo, adagia il suo sapore di iodio sul gusto rotondo e pieno dei ceci ravvivati dalla nota appuntita del pomodoro confit. Ingredienti tradizionali, esecuzione contemporanea.”

A seguire, Baccalà cotto nella birra con insalata di rinforzo (piatto campano: Viviana è nata a Salerno) rivisitata, sottaceti “fatti in casa”, crema di cavolfiore, capperi e salsa all’acciuga. Ottimo il gusto dei sottaceti “fatti in casa”, che si sposano benissimo col pesce (si sente la birra, ma non prepondera come temevo) e con gli altri elementi che compongono il piatto (a proposito, le varie portate sono impiattate benissimo, direi con un gusto del colore molto “meridionale”).

Il critico Totò tace – ma il sorriso gli arriva alle orecchie… “Ora devo dire a mia madre che qualcuno ha superato la bontà della sua giardiniera!” si lamenta Christian. “E quella Moretti gran crù si sposava alla grande col piatto.”

Vincenzo: “L’insalata di rinforzo è un classico della tradizione campana e Viviana ne cura l’esecuzione con attenzione. Giardiniera da manuale con acidità ben calibrata sul baccalà, che non eccede in sapidità.”

Superspaghettino con brodo di pesce affumicato, vongole, julienne di calamaro, zeste di limone e polvere di tarallo: “Spaghetti in brodo? No, è una cucina troppo moderna per me, lo spaghetto non si fa in brodo, di pesce poi, e la polvere…” Vi risparmio la sequela di lamentazioni, che non ha impedito peraltro a Totò di mangiarsi gli spaghetti, il brodo, la polvere di tarallo e tutto quanto. Un piatto insolito, dai sapori originali, interessante: mi è piaciuto anche di più stasera di quando l’ho gustato a Taste of Milano l’anno scorso (assieme alla pizza fritta Omaggio a Sofia aveva fatto avanzare Alice nella classifica dei ristoranti da visitare quanto prima…).

Christian: “Davvero evocativo. Un tuffo nel sud Italia.” E secondo Vincenzo “è il piatto che meglio identifica il percorso di tradizione e di creazione della chef. Per chi è meridionale, l’utilizzo del limone e del tarallo riportano a giardini e a profumi che purtroppo oggi non sono più netti come una volta. Touché sull’amarcord ma anche sulla convinzione che il miglior utilizzo del superspaghettino al momento sia questo di Viviana e quello di Niko Romito con i porri. Già evitare di scuocerlo dal passavivande al tavolo è cosa di non poco conto.”

“Ecco: si fanno delle discriminazioni, il tuo pezzo di carne nella minestra è più grande del mio!”

La Minestra maritata alla mia maniera è una specie di poesia. Mi sembra di capire che da Alice si tenda a scomporre i piatti, la tradizione, ricomponendoli in modo più leggero, mettendone in evidenza lati cui prima non si era fatta attenzione – un po’ come Cézanne nelle sue nature morte metteva monetine e spessori sotto i piatti di arance o le brocche, sempre una natura morta era, ma vista con un occhio diverso. Anche l’insalata di rinforzo assieme al baccalà: da tradizione, era una grande insalata dai vari ingredienti (che veniva “rinforzata” riaggiungendo gli ingredienti man mano mangiati, o, secondo altri, usata per “rinforzare” il pranzo di magro della vigilia); qui, diventa un suggerimento, un’eco.

“Non avrei mai pensato di assaggiarne una versione così leggera, priva di grassi che possono appesantire. Il rischio sarebbe stato quello di ”ammazzare” l’intero percorso.”. aggiunge Christian. E Vincenzo osserva: “Totò ha poco da recriminare circa il lasciar fare alle signore del locale. In realtà due paletti li avevo messi: la minestra maritata e l’ombrina. Questa minestra è molto più contemporanea di quanto si possa credere. Per leggerezza, innanzitutto, ma anche per la scelta di virare la tradizione delle sette verdure a fare da corollario alla carne un’antecchia (un po’) troppo speziata.”

Travolta da un insolito panino. “Almeno questo me lo farai criticare, spero…” Cosa c’è da criticare? “Non mi hanno fatto mangiare il panino!”

Un trancio di ombrina avvolto in foglie di limone e cotto in un panino fatto con acqua, sale, uova, farina di grano arso, tè nero affumicato, timo e cenere di potature di limone, servito con un’insalatina di finocchi, una patata cotta nella cenere e un panino piccolino (a proposito, non diciamo nulla del pane: sette o otto tipi diversi, tutti fatti in casa), una serie di profumi che da soli bastavano – cottura perfetta, sapore anche.

Christian: “Io direi… travolti da grandiosi profumi!”

“La relazione della mattina prende forma sul tavolo.” chiosa Vincenzo. “Arrivano i panetti, non commestibili, che come piccoli scrigni tengono insieme il sapore del mare, l’arruscato (il bruciato) e l’intenso sentore del limone. E’ come te la aspetti l’ombrina, morbida e forte, con l’esatto punto di cedevolezza della carne. Il panino da mangiare è accanto, insieme ai finocchi. Vuoi vedere che le cotture in crosta potrebbero ritornare in auge dal lontano passato di forni a legna d’uso comune?”

Anche il carciofo era molto buono (“Monotono” secondo Totò: un piatto solo di carciofi…): ci è stato presentato in tutte le consistenze possibili: bollito, alla griglia, fritto, come crema, e come gelato, con qualche fogliolina di liquirizia. “Almeno posso dire che il cucchiaino di gelato era proprio poco?” – in effetti, Totò ha ragione (anche se il suo non ha fatto in tempo a sciogliersi), il gelato non era abbastanza per farsi notare, si è perso quasi subito nella crema, forse si potrebbe equilibrare meglio; molto bella l’idea delle foglioline di liquirizia (è piaciuta anche a Totò, che non ama la liquirizia, se non sotto forma di rotelle…).

Ha ragione Christian: “Ho avuto come la sensazione che Viviana avrebbe potuto proporci altre infinite varianti sul carciofo. Perfetto.” E per Vincenzo, “Un esercizio stilistico divertente con le diverse consistenze e temperature che si rincorrono, ma non è il piatto su cui punterei alla tavola di Alice.”

Interessante il predessert: sorbetto con insalata di agrumi e kiwi su finocchi.

Il dolce (“Una sceneggiata”, pensavo che dicesse Totò di fronte alla piccola cerimonia dell’apertura della “palla” con un martellone di legno – ma ormai, evidentemente conquistato, stava già meditando di intrufolarsi in cucina per dichiarare il suo amore incondizionato a tutto lo staff, e magari anche alle batterie di pentole) si chiama Che palla! ed è un tartufo con gelato al cioccolato amaro 84%, gelato alla vaniglia, zabaione e croccante di pan di spagna al cacao: la palla viene appunto presa a martellate ed aperta di fronte al commensale. Mi è piaciuto, e carina l’idea di fondo – ma forse troppo cioccolatoso. E mi sta ahimé venendo una piccola idiosincrasia per i petali di fiori che vengono sempre più spesso sparsi fra i piatti, buoni, carini, ma per carità non facciamoli diventare la nuova rucola…

Christian: “L’emozione finale. Grande sorriso.”

Vincenzo: “Un dolce gluten free appariscente e gustoso.”

E dolcini precaffè a seguire… “Troppo pochi! Questo è uno scandalo! Esigo un cabaret da 24 pasticcini!”

Ma forse forse Totò non ha tutti i torti, almeno stavolta…

Detto questo, Viviana è una delle poche cuoche in circolazione; il suo percorso l’ha portata dalla natìa Salerno a una serie di esperienze (con Gualtiero Marchesi, Maurizio Santin, Moreno Cedroni, Leonardo Di Carlo) fino all’incontro con Sandra, sommelier ma anche grande conoscitrice del pesce, e nel 2007 ad aprire questo locale (stella Michelin in 4 anni: non male, le ragazze…) – Alice. Il ristorante delle meraviglie.

Emanuele Bonati con Christian e Vincenzo Pagano

Grazie a Vincenzo e a Scatti di gusto per le foto

via Adige 9, Milano

Telefono             02 5462930

Una salumeria ittica: Anikò

29 December 2011 - Commenti »

Interminabile il viaggio da Milano a Teramo e ritorno, a 90-100km/h con un mezzo tipo jeep che trainava un carrello con moto… Ci è venuta un po’ fame. Essendo bene o male nello stesso emisfero, abbiamo ho pensato bene di fare un salto a visitare una delle creature di Moreno Cedroni a Senigallia: Anikò. Come la possiamo definire, o come è stata definita? Trattoria marinara, bistrot di mare? No! “Salumeria ittica”.

È  un vero e proprio chiosco fisso, su una piazza, con sedute al banco e una zona con tavolini. È uno scrigno di legno e acciaio che nessuno immaginerebbe contenere tante cose tanto deliziose.

Ci sono tutti i prodotti di Moreno Cedroni – e non solo – in vendita, quindi scatolette di pesce pronto, confetture, libri, salumi di pesce a peso….

Ci sediamo ai tavolini e nonostante l’aria fresca, il sole ci scalda ben bene.

Le gentilissime fanciulle che ci accolgono, molto professionali ed easy allo stesso tempo, ci illustrano un po’ il contenuto del menù, perché noi proprio non sapremmo scegliere. Troppe cose buone = scelta difficile.

Optiamo per una condivisione di piatti – tra cui:

• bresaola di pesce spada da guarnire con senape Cedroni e salsa Cedroni ai lamponi – si scioglie in bocca…

• prosciutto “san daniele” di tonno da ungere con del buon olio marchigiano – tosto

• scatoletta di pesce nella sua gelatina – ottima

• guance di pesce con cipolla e pomodoro – delicatissime. Se tutte le scatolette fossero come questa…

• tonno crudo con insalata, senape e mandorle tostate – scioglievole

• Fusilloro Verrigni al salmone affumicato con salmone marinato, mayonese di rapa rossa salsa di cocco e lime e polvere yuso– pazzeschi

• panino con egg and bacon – spaziale

• insalata, tonno affumicato, uovo, salsa lamponi e zenzero MC, in un box di cartone bianco opaco marchiato Moreno Cedroni – mi sa che ho finito gli aggettivi che mi ero preparato…

Accompagniamo il pasto con un bicchiere di Lacrima di Morro d’Alba, che sarà pure un vino da signorine, ma a me piace.

Non contenti, vorremo terminare in bellezza con un dolce, ma una delle fanciulle di cui sopra ce ne porta tre! – tre assaggi di:

• una mousse di cioccolato con olio alle clementine e fiore di sale di Cipro MC

• una mousse di cappuccino con lingue di gatto

• una sofficissima crostata di confettura extra di fichi e mandarini

Una vera libidine: è proprio valsa la pena farsi ore e ore di “trattore” per arrivare fin qui!

Tutte le creature di Cedroni sono delle vere opere d’arte; questa è un’installazione a cielo aperto.

Non posso non citare qui la descrizione del locale che si trova sul sito: «Un’installazione. Una marittima pizzicheria, uno spaccio di bengodi. Una eaterie al passo con i tempi. Che ci si fermi per far la spesa, per celebrare l’ora dell’aperitivo o estenuare sine die l’happy hour della ricreazione fin alle soglie della cena nei tavolini adiacenti, Anikó teme pochi confronti per invogliare alla riflessione. Prendetelo come vi pare, luogo d’appuntamenti, smercio domestico, platform, dove baloccarsi di stuzzichini e ettate d’affettati di pesce, per noi il vero modello del luogo non è tanto la botteguccia né l’estensione del ristorante, ma una sorta di proiezione della Haute Couture (la Madonnina del Pescatore) che trova qui la più giusta ridefinizione in un prêt-à-porter/prêt-à-manger. Le radici d’Anikó stanno ovviamente nella tradizione senza frontiere dello Street Food.»

Anikò
Piazza Saffi, 10 – 60019 Senigallia (An)
Tel. e Fax +39 071.7931228

Christian Sarti

Rolli’n'Stokke a Genova

23 May 2011 - Commenti »

Di passaggio a Genova…

Ok, lo ammetto: volevo raggiungere la Titti – che si inerpicava sul monte di Portofino – andando in treno a Rapallo per andarle poi incontro ecc ecc, senza tenere nel debito conto lo sciopero dei treni (tratto in inganno dall’annuncio della partenza del treno, e dalla disponibilità del biglietto nell’emettitrice automatica, che si è guaradta bene dall’avvisarmi dello sciopero, e dall’assenza, mi sembra, di annunci di sciopero nella mezzoretta passata in Lambrate Station…), sciopero che mi ha costretto a scendere a Genova Principe (col rischio di restare sul treno… il controllore, passato qualche decina di minuti prima, non mi ha avvisato guardi che ci fermiamo a Genova… visto che erano scesi tutti quanti dal treno, un dubbio m’assalse…), da dove potevo forse sperare di proseguire, ma chissà poi se tornare…

Insomma, ho preferito abbandonare Titti e l’amica Sandra ai sentieri portofini e in attesa di un possibile treno alle 14.19 mi sono dedicato a un giretto per Genova, città sempre bella… Scoprendo che questo week end era dedicato ai “Rolli”, i palazzi patrizi seicenteschi che Andrea Doria aveva iscritto nella lista delle case che dovevano ospitare reganti ambasciatori alti prelati di tutta Europa di passaggio per la città. Tutti i palazzi (ora di proprietà dell’università, o di banche) aperti e visitabili. Come sempre Genova nasconde nei suoi cortili tesori inaspettati…

E fra i tesori c’era anche una deliziosa scatolina colorata – distribuita all’ingresso di Palazzo Rosso – con lo stesso nome di questo post: Rolli’n'Stokke, Rolli (i palazzi…) and baccalà. E all’interno, una delizia: un assaggio di “Baccalà ai sapori di Liguria”…

Purtroppo la delicata natura del pesce e della preparazione hanno impedito che esso potesse figurare in questa (peraltro non eccelsa…) foto: la mia macchina fotografica è ahimé defunta, il cellulare era semiscarico… e non si è trattato, come si potrebbe pensare, di un attacco di voracità, dovuto al profumo meraviglioso, all’aspetto invitante del merluzzo così preparato.

E allora… Ecco la ricetta, dovuta all’idea dell’Associazione Culturale dei Palatifini.

Baccalà completamente rinvenuto tagliato in pezzi marinati nel limone per 24 ore.

Condito con basilico, pinoli, olive e timo.

Abbondantemente bagnato con olio extravergine di oliva.


Tonno totonno

24 August 2010 - Commenti »

Ricettina veloce: filetti di tonno, si possono marinare in olio e limone, oppure no, e a piacere, e cuocerli sulla griglia o in padella (con un filo d’olio…).

Ho spolverato il primo con un trito di erbe miste liguri (non ho mai chiesto cosa c’è… direi basilico salvia prezzemolo rosmarino magari timo maggiorana e quant’altro) che compro a Rapallo (da Gianello in via Mazzini).

Il secondo (seguendo un consiglio di Lamberto Sposini a Chef per un giorno su La7) con un trito di aglio e menta.

Su entrambi un filo d’olio e qualche grano di sale di Cervia.

Emanuele Bonati

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Sarde al forno alla pugliese

12 October 2009 - Commento (1) »

Sarde o sardine o alici o alacce o altro pesce azzurro…

Quando uno si trova con delle alacce in freezer e niente in casa… beh… ho provato questa ricetta tradizionale, magari da lavorare un po’… ma buona-

Dunque: per 6 persone ci vogliono 1,2 kg di sarde (da pulire) -

Composto di:

200 gr pangrattato

4 cucchiai prezzemolo tritato

2 cucchiai origano fresco

1 cucchiaio di verde di finocchio selvatico

1 cucchiaio di menta romana tritata

150 gr pecorino grattugiato

Mescolare tutti gli ingredienti, salare e pepare il composto

Cospargere di sale una tortiera, oliarla, disporre alternativamente uno strato di pesce e uno di composto; finire con il composto

Cospargere bene con olio extravergine d’oliva

Sbattere tre uova con sale e pepe e versarle uniformemente sulla superficie

In forno a 170° per 45′ se avete fatto tre strati, 35′ se gli strati sono due; lasciar riposare fuori dal forno per 5′ e servire.

io ho usato le alacce di cui sopra (e non avevo finocchio selvatico), e ho usato un misto di erbe liguri tritate…

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Filetti di rombo al forno

25 August 2009 - Commento (1) »

Ricettina semplice: gli ingredienti sono dei filetti di rombo (uno per commensale direi che va benissimo diciamo un etto e mezzo / due etti a testa), olio, limone, pangrattato, sale, pepe.

Marinare i filetti di pesce in olio limone sale pepe per almeno un’oretta; sgocciolarli dal liquido di marinatura e impanarli. Versare un po’ del liquido in una teglia, adagiarvi i filetti di rombo impanati, e sopra il resto del liquido – che useremo durante la cottura per ammorbidire il pesce.

Si potrebbero aggiungere in teglia capperi, o pomodorini, o olive. Anche l’impanatura potrebbe essere arricchita con qualche aroma, prezzemolo, ecc. – ma anche così è ottimo…

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A tavola con… MURIEL BARBERY

4 August 2009 - Commenti (2) »

Una pagina di Estasi culinarie, il primo romanzo di Muriel Barbery, autrice francese de L’eleganza del riccio. Parlerò di entrambi i volumi in un prossimo post: per ora voglio trascrivere una paginetta del romanzo (pubblicato l’anno scorso dalle edizioni e/o). Il protagonista, un critico gastronomico sul letto di morte, ricorda le sensazioni provate da ragazzino mangiando sardine alla griglia.

Nella carne del pesce alla griglia, dallo sgombro più umile al salmone più raffinato, c’è qualcosa che sfugge alla cultura. è così che gli uomini devono aver preso coscienza per la prima volta della loro umanità, imparando a cuocere il pesce, confrontandosi con quella materia che a contatto con il fuoco rivelava al contempo una purezza e una selvatichezza intrinseche. Dire che questa carne è delicata, che ha un gusto sottile ed esuberante insieme, che solletica le gengive in un incontro di forza e dolcezza, dire che il lieve amarognolo della pelle grigliata, unito all’estrema tenerezza dei tessuti compatti, solidali e corposi, riversa in bocca il sapore dell’altrove e rende la sardina alla griglia un’apoteosi culinaria, dire tutto questo equivale né più né meno a evocare le virtù soporifere dell’oppio. L’elemento decisivo, infatti, non è la delicatezza né la dolcezza, non è la forza né la tenerezza, ma la selvatichezza. Bisogna essere anime forti per affrontare quel gusto che cela in sé, con estrema precisione, la brutaltà primitiva al cui contatto si forgia la nostra umanità. Bisogna anche essere anime pure, capaci di masticare con vigore escludendo ogni altro alimento: disdegnavo le patate e il burro salato che mia nonna mi metteva accanto al piatto e divoravo senza sosta brandelli di pesce.

La carne è virile, vigorosa, il pesce è strano e crudele. Viene da un altro mondo, da un mare misterioso che non si svelerà mai; dimostra l’assoluta relatività della nostra esistenza, eppure si concede a noi nell’effimera rivelazione di territori sconosciuti. Degustavo quelle sardine alla griglia come un autistico che in quel momento niente poteva turbare, e sapevo che a rendermi uomo era proprio lo straordinario confronto con una sensazione venuta da altrove, una sensazione da cui per contrasto apprendevo la mia essenza di uomo. Oh mare infinito, crudele, primitivo e raffinato, con le nostre bocche azzanniamo avidi i prodotti della tua misteriosa attività. La sardina alla griglia mi avvolgeva il palato con il suo aroma immediato ed esotico; a ogni boccone io diventavo adulto e, mentre le ceneri marine di quella pelle squamata mi carezzavano la lingua, io mi elevavo.

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