Archivio per la categoria ’Miracolo a Milano’

Miracolo d’estate a Milano? Totò ci prova – e fallisce… (e nemmeno sui social…)

2 August 2012 - Commenti »

Miracolo d’estate a Milano?

Cioè – in una città semichiusa, quando uno non ha voglia di andare al ristorante, cosa si può…

“Un momento! Come non ha voglia? Il mio contratto parla chiaro – mi devi portare fuori una volta alla settimana, e farmi mangiare in un posto nuovo, di modo che io possa esprimere i miei pareri critici e guidare i miei seguaci alla scoperta di proposte sempre nuove che siano–”

Cosa si può mangiare, dicevo?

L’istinto mi porterebbe a piazzare una canadese vicono a un anguriaio – ma mi sa che ormai non ce ne sian più. Ricordo ancora questi bei chioschi che punteggiavano un po’ ovunque la città, offrendo a prezzi irrisori una fetta di refrigerio. Le angurie sono una mia passione sin da piccolo – mio nonno le piantava sempre nell’orto, a volte ne faceva addirittura un campo, coi meloni – e noi si andava lì, si sceglieva picchiettando annusando, o magari facendo un tassello, e via, al fresco nella vasca da bagno piena d’acqua; se era buona, veniva rapidamente fagocitata; se non era buona, la si buttava alle galline, e via con la successiva. La nonna poi mangiava spesso la frutta con il pane – e allora anche noi, l’anguria col pane, l’uva col pane, i fichi…

“Se vuoi continuo io: ma ormai i chioschi di angurie al gelo non ci sono più, e i bei tempi in cui si usciva dopo cena per andare, e signora mia si ricorda una volta quand’eravamo giovani…”

Non fare (troppo) lo scemo (una certa dose di scemenza è da contratto, lo so): è un dato di fatto, va bene – anzi, non va bene, ma non per questo iniziamo a fare delle laudationes temporis acti…

E andiamo a mangiarci qualcosa qui da Panigacci e Testaroli in via Amatore Sciesa.

“Chi sono? Cioè, come si fa a chiamare un locale così? Se è il nome dei proprietari, potevano usare che so i nomi propri, Da Pippo e Beppe, invece di questi cognomi impronunciabili!”

Testaroli e panigacci sono due piatti tipici della cucina fra Liguria e Toscana (“Guarda che lo sapevo… facevo lo scemo da contratto, sai?”). I panigacci sono un tipo pane (qui fatto con un po’ di lievito per ammorbidirlo), una specie di piadina o tigella, ma naturalmente diverso da entrambe; i testaroli invece li conosciamo (li abbiamo mangiati qualche giorno fa da Casa Tua…). In questo locale i panigacci vengono proposti con una cinquantina di farciture diverse: ho assaggiato acciughe sottolio peperoni grigliati tonno capperi patè d’olive – un’ottima combinazione, giusto equilibrio di ingredienti, il panigaccio viene cotto al momento (ok, ho dovuto aspettare un po’ e ri-chiederlo, ma insomma…). I testaroli invece vengono serviti sia come pasta (un buon pesto alla ligure, scelto da Totò, o altri sughi), sia come “pane” ripieno (una cinquantina di farciture anche qui). Non male il pesto, molto buono l’insieme, cottura gusto e tutto.

Via Sciesa è una via della vecchia Milano rimasta abbastanza intatta – alcuni locali interessanti; lì davanti c’è la sede dello IED, Istituto Europeo di Design. Il locale di Panigacci, abbastanza recente, è piccolo, il personale giovane – magari si perde un po’ via con tanta gente (“E poteva scusarsi un po’ di più per il ritardo del tuo panicoso, lì… panigatto, panicaccio…”). Molto carino il modo di proporsi e di proporre le loro farciture: il locale è tappezzato di cartelli coi nomi (alcuni di fantasia molto ben pensati) e/o gli ingredienti (“Non ve li diciamo: andateli a leggere da soli!”). L’idea del recupero di piatti tradizionali locali e “antichi”, indubbiamente, ottima.

“E adesso?”

Cioè?

“Beh, non possiamo fermarci qui, no? Un paninozzo e via? Un piatto di pasta e basta? Almeno un dolcino, un gelatino…”

Gelato? Possiamo prenderne uno da Umberto, qui in Cinque Giornate: un must, anche se Umberto probabilmente non c’è più – il suo gelato resta, classico, ottimo: assaggia questo caffè fiordilatte…

“Allora andiamo a provare qualcosa di nuovo: Il Gelato di via Cadore! Sono pochi passi–” si fa per dire – “e parliamo di un gelato nuovo…”

Il locale ha le pareti viola: niente da dire sul viola in sé, ma qui su pareti bancone frigo e in varie  gradazioni su piastrelle sul bancone ha un effetto un po’ così. Diciamo che non fa allegria. E il gelato?

“Pistacchio: buono, sì, sa di pistacchio. Forse è il massimo complimento che mi sento di fare.”

Amarenata e fiordilatte: buone, le amarene sono una mia passione, buone, discreto il gusto amarenata; piuttosto buono invece il fiordilatte.

“Guarda là all’angolo: una gelateria nuova nuovissima!”

Vero: me lo aveva detto il mio amico Aldo che era aperta, me l’ero scordato.

“Dai, dai, chissà che bontà… guarda che bella…”

Effettivamente, un bel posto, nuovo lucente brillante, con belle soluzioni estetiche e d’arredo, a partire dal grande lampadario verde fluo all’ingresso, alla saletta con un grande tavolo circondato da sgabelli alti, verde fluo dappertutto, molto piacevole. MI – Gelaterie Milanesi, anche bar, pasticceria.

Diciamolo subito: non ci è piaciuto molto, dobbiamo tornarci per capirne qualcosa di più. Ci siamo stati qualche giorno fa, e non ne abbiamo un gran ricordo. Ricordiamo una panna mirtillo (o era mora?): niente di che, insomma, si sentiva forse troppo l’acidulo del frutto di bosco. Se abbiamo preso il fiordilatte, che usiamo come cartina di tornasole, non ce lo ricordiamo. O forse era una crema? Insomma, ci ricordiamo bene il locale, non ci ricordiamo (o abbiamo un ricordo approssimativo, o non positivo) i gelati.

Non vi sono link su questo post (riporto i siti sotto): se posso capire che la Gelateria Umberto non ce l’abbia (ma tutto sommato non credo che si chiami così in onore di Umberto I Re d’Italia), mi spiace che non ci siano, o non siano ancora attivi, i siti degli altri locali. Il sito ormai fa parte integrante del sistema di comunicazione di un ristorante, di un locale qualsivoglia. E meno male che ci sono le pagine facebook, twitter – vabbe’, un po’ loffie anche loro, poco attive… Mi sa che dobbiamo proprio metterci a lavorare sulla comunicazione…

“Però non è che sono molto contento di questa nostra uscita settimanale…”

Mettiamola così: meno male che in città in questi giorni c’è poca gente, e si gira facilmente: così possiamo ripartire con un po’ di calma per la nostra ricerca di un miracolo, anche piccolo, d’estate, a Milano.

Panigacci e Testaroli

Via Amatore Sciesa 7

20135 Milano

tel 0236551460

www.panigaccimilano.it (al momento inattivo)

Gelateria Umberto

Piazza Cinque Giornate, 4

20129 Milano

02 5458113

Il Gelato di via Cadore

Via Cadore 38

20135 Milano

0255010594

Gelaterie Milanesi

Via Cadore 45

20135 Milano

tel 0239844565

www.gelateriemilanesi.it (solo homepage)

Emanuele Bonati

Miracolo a Milano: Totò a “Casa Tua”

25 July 2012 - Commento (1) »

“Sai cos’è che mi piace? Le cose buone da mangiare, certamente; gli ingredienti, le preparazioni, la cura nell’apparecchio della sala, il servizio, l’arredo… Tutto quello che contribuisce a rendere la mia esperienza unica e personale e più o meno riuscita. Ma quello che mi piace è quando incontri qualcuno in grado di renderti conto di tutto quello che hai sul tavolo, di ogni ingrediente e di ogni singola briciola di pane, di ogni mattone, dei figli del produttore di pasta o del raffreddore delle pecore che hanno dato per questo meno latte e allora il pecorino…”

Quando Totò parte, bisogna lasciarlo andare – sorvegliandolo, certo, ma lasciargli percorrere tutte le tangenti e tangenziali che vuole – tanto ritorna sempre (ahimé…).

“Ti ho sentito, sai? E non trovi anche tu che sia un gran bell’uomo?”

Beh, sì, certo, ma, normale, insomma…

“Hi, hi, sei imbarazzato?”

Ma figurati – per così poco? Semplicemente, non avevo considerato il lato estetico del nostro ospite, preso com’ero dal fascino dei suoi discorsi…

“Anch’io – e non sto facendo un discorso estetico – ma mi è venuto in mente il grande Totò, in Totòtruffa, mi sembra…” (Ah, le origini cinematografiche del nostro Totò vengono fuori in modo del tutto inaspettato, a volte…) “Ecco, Totò se non sbaglio impersonava una signora distinta ed elegante, nonostante la faccia di Totò e certi pelacci sugli avambracci… Insomma, questa signora Totò si sdilinquiva tutta con un signore per non pagare l’affitto, civettava e lo adulava… ecco, per farmi offrire una cena da David…” David? “Se si chiama così, come devo chiamarlo, Asdrubale? Insomma, i suoi racconti, i suoi ricordi, e della sua famiglia, e la descrizione dei prodotti, dei piatti, delle sue ricerche sul territorio…”

Alt – riprendo in mano la situazione, e cerco di fare un poco di ordine.

Siamo andati – con un gruppo di amici blogger – a conoscere il signor “Giulio Pane e Ojo” (“Che poi abbiamo scoperto essere un sacco di altre cose: ‘Abbottega’, ‘Casa Tua’, ‘Osteria del Mare’ a Montecarlo, ‘Quinto Quarto’ a Manhattan…”), ovvero David Ranucci – “Oste fondatore”, si definisce giustamente nel suo biglietto da visita.

Origine centroitalica, fra Lazio e Toscana, famiglia che si occupa di ristorazione da un centinaio d’anni (il Giulio di “Pane e Ojo” è una dedica a suo nonno), gestore di discoteche a Roma, a Milano quasi per caso, decide di fare qualcosa – e pensa studia si informa e apre appunto “Giulio Pane e Ojo”, avamposto delle cucine romane (non c’è un’unica cucina romana, ma come spesso, o sempre, c’è un’unione e un incontro di tradizioni e usi e prodotti…) a Milano dal 1999: una base di piatti tradizionali, all’insegna della qualità e del prezzo conveniente, per un locale inizialmente non molto grande (non sono riuscito ad andarci per anni, scoraggiato dalle code fuori – anche se mi si dice che di tanto in tanto venisse apparecchiato anche il tetto di qualche auto parcheggiata…), ma che pian piano si è espanso – il negozietto a fianco, l’appartamentino sopra, il magazzino sul retro, il locale dall’altra parte del cortile (“Vero: ho visto un paio di inquilini rientrare furtivi in casa, strisciando lungo le pareti, per non farsi vedere ed evitare di essere fagocitati; e anche la scala condominiale è chiusa da un cancello di ferro, per evitare che David vi si introduca e ti cominci a cucinare in salotto…”). Ambienti piacevolmente “casalinghi”, ma senza “casalinghitudine” di maniera: familiarità, piuttosto, convivialità.

Grande successo: è così che Ranucci è diventato “Oste Fondatore”, e ha dato vita ai locali di cui sopra – il recente “Abbottega”, pressoché di fronte a Giulio, aperto fino a mezzanotte, con un angolo per la vendita di vini salumi e formaggi (“Ma hai sentito che meraviglia il pecorino romano? Sai che il produttore è forse l’unico romano rimasto a produrre l’autentico pecorino romano, mentre gli altri produttori pastori si sono stabiliti lì venendo dalla Sardegna, e quindi…”) scelti personalmente, con un rapporto diretto col (piccolo) produttore, “biologico” a sua insaputa… – “Casa Tua”, Toscana a tutto spiano dal 2007, un po’ più avanti dall’altra parte della strada (ci si espande a macchia d’olio – siamo in zona Porta Romana, e c’è chi assicura di aver visto sui resti dell’antica Porta un citofono con il campanello “David Ranucci”) – ma anche un “Quinto Quarto” a Manhattan, e, sempre in una città con la “M”, Monaco, a Montecarlo, “Osteria del Mare” (quando esce di casa per andare a comprare una pizza, torna con una pizzeria a Miami e una a Mombasa…).

OK – siamo stati invitati da Ranucci, con un gruppetto di blogger, a conoscere “Casa Tua” (“Quindi mia, no? ma anche degli altri? e allora ‘nostra’, o ‘vostra’, se la precisione…”), e il cuoco di “Giulio”, Sami, di origine egiziana (“Ecco, questi stranieri che vengono qui a rubarci il lavoro! Vero che lo fa benissimo? Mi piace che la cucina del territorio passi tra le mani di gente che viene da tutti gli ‘altrove’ possibili e venga ad un tempo conservata e rinnovata…” – stai diventando verboso e noioso, lo sai, vero?), per una cena di introduzione alla loro idea di cucina del territorio che… o mamma, sto diventando verboso anch’io…

Panzanella, per cominciare: un classico, con varianti, pane sciapo, raffermo abbrustolito inumidito bagnato (“Sai che non amo i piatti inzuppati, che i crostini li faccio passare appena dentro la minestra e li mangio subito – ma qui era proprio al punto giusto di imbibitura, morbido e croccante assieme – e le verdure: insomma, se le materie prime sono buone…”), con verdurine fresche, giro d’olio…

Pappa al pomodoro: siamo sempre nel classico, con un piatto tutto sommato semplice, e forse per questo a volte clamorosamente sbagliato; qui, perfetto, dev’essere sempre una questione di ingredienti, di qualità, ma anche di cura e di attenzione (e di studio della tradizione, perché no?).

Testaroli – forse il formato di pasta più antico, “sopravvissuto” in zone come la Lunigiana: un mix di acqua e farina cotto in un apposito contenitore di terracotta, il testo – un nome che suona di latino… –  tagliato poi a rombi e ri-cotto come una pasta e condito – qui con pecorino e olio, e poi con un pesto di pistacchi, straordinari, semplici, buonissimi.

Arrosto morto – altro piatto tradizionale, un arrosto di petto di tacchino lardellato con guanciale, cotto in pentola (“morto” perché non si muove come quando cucinato al girarrosto..?!) – “Non male, forse mi ha colpito meno del resto, il tacchino non è la mia passione…” – in effetti, “appena” buono.

Il dolce – magari non proprio tradizionale, ma delicato (“E la mia fetta era un po’ piccola…”) – crostata con nutella ricotta un po’ di rum cioccolato grattugiato sopra…

E allora? Mangiato proprio bene, un posto piacevole, Ranucci è effettivamente un personaggio (e un imprenditore) notevole, il cuoco bravissimo. E – cosa importante – qui come da Giulio (andremo a verificare a Montecarlo e a Manhattan…) il conto è moderato: antipasti da 4,50 a 7,50/9,50€, pasta 9/10€, secondi 13, dolci da 3 a 6..

“Mi sa che ‘Casa Tua’ la senti proprio tua, vero?”

Sarà un “Miracolo a Milano”…

***

Grazie a Paola Sucato Ci_polla, Marta Tovaglieri Streghetta in cucina e Anna Maria Simonini The Kitchen Times per le foto… quelle scattate da Totò erano pessime (l’emozione di fronte ai piatti? era intento ad ascoltare le affabulazioni di Ranucci? chissà…).

Casa Tua Osteria

Via Muratori angolo Via Corio

Milano

Tel. 02.55.14.269 

Emanuele Bonati

Miracolo a Milano: Totò si napoletanizza al Fresco…

21 July 2012 - Commenti »

“Quaglio’, accà avimm’ ’a prennere ‘na decisione…”
Eh?
“E non taliarmi accussì – mi devi acridiri…”

Alt! …scusa – forse te la sei presa perché VMV (Valerio Massimo Visintin), il famoso critico sconosciuto del Corriere, citandoti nel suo post di congedo pre-vacanziero ti ha messo in bocca un accento napoletano (e peraltro si dice “guaglione”, non “quaglione”, e “taliare”, e l’infinito in -iri, li hai presi dal siciliano di Camilleri…).

“Tas! ti te seet minga de Milan, va ben?”
Ohi – un attimo: per parte di padre milanese-lombardo, mamma emiliana ma a Milano da ragazzina…
“Va ben – tirem innanz… Voeuri minga dì che me piasen no i napoletani, figures – anca perché vegnen tucc a Milan, come dice la canzone di Giovannino D’Anzi, e se vegnen chì, e stann chì, voeur dì che hinn anca lur milanes, no? Insomma – mi spiace un po’ che VMV abbia disconosciuto la mia milanesità… Dopotutto, sono proprio tornato per questa rubrica Miracolo a Milano dopo sessant’anni per fare un po’ il punto su Milano e il mangiare oggi…”

Il ragionamento non fa “gnanca on plissè”, diceva mia nonna – nemmeno una grinza.

Comunque – l’esordio di Totò voleva introdurre un’incursione nella napoletanità importata a Milano: Fresco & Cimmino, aperto da un anno e qualche mese in via Ugo Foscolo, in centro che più centro non si può… (“Ma qui sopra non avevano appoggiato The Cube? Hai visto? Tante polemiche, tanti nasi torti, e colli obtorti, e poi l’hanno smontato senza problemi, la piazza non è cambiata, la faccia bella di Milano ha resistito e metabolizzato lo ‘scempio’ architettonico, lo sfregio inferto per mano della modernità…”).

Bel locale, ampio, luminoso – rumoroso, anche. Molti tavoli (leggo in giro sui 250-300 coperti), a volte un po’ stretti. Che siamo in territorio napoletano si può capire dalle scritte (frasi detti proverbi motti) che si inseguono sulle pareti – idea carina, all’insegna appunto dell’incontro fra Pulcinella e Meneghino…. E ancora di più dall’accento meridionale, anzi, napoletano, del personale (che comprende peraltro anche calabresi ecc).

“Hai visto? I tavoli hanno i numeri e sotto il corrispondente nella Smorfia… 64: ‘a sciammeria… cos’è?”

Potenza dei mezzi iPhonici: è una giacca da cerimonia, la marsina (che appunto l’altro Totò indossava spesso…).

“Voglio il fritto di antipasto, ma anche mezzo kilo di mozzarella di bufala (19€ mezzo kilo… però…), e la pasta e due pizze con la pizza con le scarole…”

Fermo lì: io prendo un piatto di pasta (“Dai prendi O’ Scarpariell’, così la assaggio), tu ti scegli una pizza, e come antipasto un bel fritto cafone…

“O’ dittatore…”

Il fritto cafone è molto buono, leggero: formaggio mozzarella pasta fritta arancini di riso piccolini tocchetti di polenta (tocco di nordicità? “Ma no, è un ingrediente fondamentale del fritto cafone, non è che perché siamo polentoni la polenta sotto il Po non esiste…” – touché) niente verdure.

Buona anche la pasta: intanto, dopo qualche minuto di attesa il cameriere (bravo, gentile, cordiale) ci ha informato che bisognava attendere ancora un po’ perché il tempo di cottura, dodici minuti, e così via – arrivata, buona, ben condita, saporita (la pasta è stata passata in padella con pomodorini formaggio basilico, semplice ma buona, cotta giusta, che bellezza!).

“Posso prendere la pizza con parmigiana di melenzane?”

Certo, puoi scegliere quello che vuoi. La parmigiana è una nostra passione comune, anche se avrei preferito qualcosa di più “tranquillo”, non proprio una margherita o una marinara, magari una “Arriva, sta’ zitto!”

Eccola: cornicione alto, e in mezzo…

Insomma: melanzane, c’erano, mozzarella, c’era; ma probabilmente quella di Totò non è stata una scelta particolarmente felice.

Leggermente liquida al centro, la parmigiana erano melanzane e mozzarella, ok, ma diciamo “separate” fra di loro e dalla pizza: non che mi aspettassi una porzione di melanzane alla parmigiana gettate pari pari dalla teglia sulla pizza, ma così non diceva molto, e non ha convinto molto né me né il “napoletano arioso” Totò.

“Il cornicione poi era un po’ gommoso, non so, non mi è proprio piaciuto…”

Dolce? No, grazie, siamo comunque pieni. Peraltro sembra che la pastiera di Cimmino sia una delle migliori della città – sia di Milano che di Napoli. Sì, perché il locale Fresco & Cimmino è una filiazione del Gran Caffè Cimmino di via Larga, a sua volta fratello dell’omonimo locale napoletano – una garanzia nella tradizione culinaria e pasticcera partenopea, mi dicono.

Antipasti da 3 a 7-9€, fritto cafone 9,50, pizza di scarole 6€, primi 10-13, con pesce 20-22, secondi 12-20, pizze da 7 la margherita a 8,50, 9,50, 5€ marinara, 12 mi sembra la più cara.

Abbiamo provato ad andare sul sito: non funziona, c’è solo una homepage.

Fresco

Via Ugo Foscolo, 4

20121 Milano

Tel. +39 02 97374869

Emanuele Bonati

Miracolo a Legnano? Totò va da Schuman

24 April 2012 - Commento (1) »

“Schubert? Ma non era un sarto famoso, ai miei tempi?”

(Le premesse non erano delle migliori – Totò era già sulla difensiva.) Certo, è stato il sarto di Soraya e della Loren, della Hayworth e della Magnani. Ed era anche un famoso compositore (“Lo so, cosa credi!”). Ma tu vai da Schuman, a Legnano – un altro nome di compositore, ma anche il nome di un ristorante. E ti accompagna Christian – io me ne sto a casa, col raffreddore… e sarete voi due a raccontare la serata.

***

Mi ricordo ancora l’incredulità di fronte alla notizia: lo Schuman si trasferisce qui?? Quando vivi vicino a Legnano, e sei abituato a spostarti di un po’ di kilometri per poter trovare uno chef stellato, non puoi che restare estasiato da una notizia del genere – lo chef stellato che viene da te! (“Guarda che la stella l’ha lasciata al ristorante di prima…” Certo! Ma un po’ di polvere di stella gli sarà rimasta addosso, no?).

Ormai è passato un anno da quando Silvio Battistoni, chef e patron dello Schuman, ha messo le radici in zona.  La location è una villa patrizia del primo Novecento, Villa Jucker, condivisa con la sede dell’associazione culturale Famiglia Legnanese. Negli ultimi vent’anni la villa ha ospitato ristoranti prestigiosi, ma mai uno chef michelinato.

Gli ambienti sono molto ampi e l’arredamento è piuttosto “importante”, interamente in stile impero.  Un po’ troppo  per i miei gusti.

“A me invece non sembra eccessivo, e l’effetto generale è piuttosto elegante, no?”

Ci accolgono i signori dello staff, e ci  lasciamo guidare dallo chef e dal maître per quanto riguarda il percorso gastronomico e per il vino.

Partiamo con una piccola entrèe: salmone affumicato in casa – “Buono questo burro di alici!” – morbido e scioglievole, accompagnato con il cestino del pane (molto morbido e gustoso) e appunto con del burro alle alici, anch’essi homemade.

L’antipasto:  terrina di galletto “nostrano” e foie gras con misticanza e marmellata di cipolle al balsamico, che il gentile Battistoni in persona ha fatto gocciolare  sul nostro piatto con un gesto live.

Segue uno dei piatti caratteristici dello chef: “vitellino tonnato” con crema di melanzane alla brace e vellutata di capperi. Davvero sorprendente! Vitello e tonno crudi che si sciolgono in bocca dopo l’esplosione di sapori assieme alle creme di accompagnamento.

Seguono due primi di pasta freschissima: per iniziare, tagliolini all’acqua di cozze e vongole e i frutti di mare. Siamo rimasti colpiti dall’esecuzione e dal gusto di questo primo piatto – e la cucina ha voluto riproporci un’altra pasta fresca per stupirci nuovamente: tagliatelle ai porcini e parmentier.

“Stupende senz’altro… ma io avrei preferito  bissare con un risotto o degli gnocchi.”

Sarà per la prossima volta, quando verremo con Emanuele.

Per il  secondo: petto di faraona con demiglace. Un classico di pregio.

Come pre dessert, sorbetto alla pesca bianca.

Terminiamo il nostro percorso con una ganache di cioccolato fondente e caramello con mousse di ricotta di pecora che è di incredibile bontà.

“Mamma mia – è veramente ottima. Posso averne un’altra?”

No.

Lo chef, molto disponibile e di gran simpatia, è sempre pronto a scambiare due parole, ad ascoltare le nostre opinioni.

La cucina che ci hanno proposto questa sera non ha forse particolari guizzi di fanta-cucina (il vitello tonnato è quello che spicca maggiormente come abbinamenti) – però l’esecuzione è magistrale.

Era la nostra prima volta qui, e la prossima speriamo di trovare anche qualche proposta un po’ meno classica – “Sì, forse lo chef potrebbe osare qualche cosa di più”.

Le dolci cortesie sono dei mini pasticcini che ci fanno concludere il nostro pasto ed alzare da tavola con il sorriso. Sorriso che ci resta stampato per un bel po’ sul volto, leggendo il guest book all’ingresso con una scritta in grande: Meno male che Silvio c’è!!

Schuman Ristorante

Via Matteotti 3

20025 Legnano (MI)

331 1777350

Christian Sarti con Emanuele Bonati

Un posto a Milano per Totò

16 April 2012 - Commenti »

“Chissà se c’è un posto a Milano dove uno…”

Sì, c’è.

“Ma lasciami finire! Dicevo, vorrei trovare un posto a Milano che uno…”

Lasciami fare, ci penso io.

“Ma cosa…”

E così siamo andati, con qualche amica/o, a provare Un posto a Milano – Cucina e bar in Cascina Cuccagna, la nuova avventura di Nicola Cavallaro dopo la chiusura del locale a San Cristoforo, sui Navigli.

Il posto è a Milano – “Ah, ah, ah: è una battuta?” – nella Cascina Cuccagna, un’antica cascina del Settecento in piena Milano, fra Porta Romana e Porta Vittoria. La Cascina è stata da qualche anno oggetto di un recupero che ha visto coinvolte varie associazioni e cooperative, e che da ultimo è sfociato nell’apertura di questo luogo-ristorante, con giardino e orti attorno – ma ci sono anche altri spazi, tra cui un negozio di prodotti bio.

Il progetto di Un posto a Milano, nell’ambito del Consorzio Cantiere Cuccagna, è stato curato da esterni, un’impresa culturale presente a Milano da oltre 15 anni e che si occupa di servizi, spazi pubblici, eventi (il Milano Film Festival, il Public Design Festival per il Fuorisalone 2012). Il locale consiste in una sala d’ingresso, spazio conviviale, con tavoli e sedie e tavolini piccini e sedioline piccine per i bambini, con giochi, carta e matite colorate, per colazioni aperitivi spuntini (il Posto è aperto dal mattino alle 10 fino alla 1); un bancone bar in uno spazio centrale che raccorda la cucina con la sala principale e le due salette laterali (una con un camino…), parte della costruzione originaria della Cascina (all’esterno, sulla porta del civico 4 di via Cuccagna, c’è ancora la vecchia scritta “Trattoria”), mentre la sala principale è un’aggiunta più recente. Bello ampio, pareti con mattoni a vista e gli interventi moderni in cemento, non lavorato, non dipinto; la cucina è visibile sia dalle sale che dal bar che dal cortile.

“Va bene, va bene – ma si mangia? No, perché, qui vedo scritto Esercizio pubblico: l’allenamento: cosa vuol dire?”

Vuol dire che per un paio di settimane – fino al 22 aprile – il locale “sperimenta” e si sperimenta con il pubblico, che alla fine viene invitato a compilare un questionario e ad avanzare critiche (o apprezzamenti) proposte idee suggerimenti sul locale il servizio il menu i propri desideri (“Perché non c’è il risotto alla milanese? Un posto a Milano senza risotto alla milanese potrebbe benissimo essere a Salerno. E la cotoletta? E il panettone? E…”).

Il menu dell’allenamento presenta una serie di piatti e proposte con l’indicazione dell’uso: ci sono quelli per la colazione, per lo spuntino, per il pranzo la merenda la cena. A quanto pare, cambieranno (in tutto? in parte?) quando il locale inizierà a funzionare a regime. Caratteristica del menu: ingredienti a kilometro zero (“Oh, quante storie: questo qui viene da 116km, la mortadella da Bologna,  217, le uova però da 35,3…”), di qualità e controllati, e raccontati in un allegato al menu, cucina “casalinga” (“Se dici così però sembra banale: invece questi piatti tutto mi sembrano meno che banali…”), con proposte mirate per i bambini (tagliatelle per bambini, passata di verdure per poppanti…). Carta dei vini divisa fra vini frizzanti/spumanti, bianchi, rossi frizzanti, rossi, rossi strutturati, rosati, vini da dessert (una quarantina di proposte), e birre (Poretti, Menaresta, Brewfist, Birrificio Italiano e Birrificio del Ducato Busseto).

Ingredienti, aziende produttrici, ricette sono tutte consultabili sul (bel) sito.

Cosa abbiamo assaggiato?

La focaccia (un po’ troppo salata secondo la nostra amica Tiziana – “Per forza: il pizzico di sale è rimasto concentrato in un punto; a me è piaciuta molto proprio anche perché era bella salata”); Mortadella, salame rosa e salame con giardiniera (per dire: l’aggiunta al menu precisa che il salame rosa, come la mortadella, è del Salumificio Artigianale Pasquini e Brusiani, di Bologna: “insaccato della tradizione bolognese, la carne magra di maiale viene lavorata in punta di coltello con l’aggiunta di guanciale e muscolo e cotta al forno per quasi un giorno”; l’azienda si trova a 217km dalla cascina, ovvero 1 giorno e 20 ore a piedi); Insalata di primizie dell’orto; Parmigiano, roj, caprino e toma con composte (il Parmigiano viene da Bardi, Parmabio, 132,9km, gli altri da La Giunca, a Fobello, Vercelli, 73,5km) come antipasto. Grande qualità, ottima la giardiniera, non conoscevamo il salame rosa (“Vale proprio la pena di farsi 1 giorno e 20 ore a piedi per andarselo a prendere…”).

Primi: Zuppa di fave e cicoria con caprino (“Aspetta: il caprino ci ha messo solo 5 ore e 56 minuti a piedi per arrivare qui da Cassano d’Adda, dall’azienda di Claudio Mapelli… ma dai… hanno un allevamento di capre!”), non male, molto buoni i Tortelli di coniglio alla cacciatora, buonissima la Lasagna alle erbette di campo e salsa al Parmigiano (“Scusa Emanuele… ma non fai le foto ai piatti per il nostro articolo?” Acc… invece di parlare e leggere il menu, potevi ricordarmelo… anche se in realtà i miei commensali brandivanp forchette e avevano braccia lunghissime che roteavano come le pale dei mulini a vento di Don Chisciotte, e dovevo essere più veloce di loro, altro che foto!).

Secondi: tutti stroncati da antipasti focacce primi e assaggi reciproci (e dal Rosso Garda L’Ulif), mi sono dovuto sacrificare (ehm…) per la completezza dell’informazione, e ho scelto, scartando la Bistecca di fassona con verdure e e insalata e il Pollo con patate al rosmarino e misticanza (“Sarà un pollo intero? Ce la fai?” – ragazzo, lasciami lavorare: ce la farei, se decidessi di mangiarlo), un piatto che non sempre viene proposto al meglio: Sarde in saòr con barba di frate. Qui era decisamente in una delle versioni più riuscite: il saòr non preponderava, l’accostamento con la barba di frate (o agretti) insolito, ottimi sapori, leggero, abbondante: buonobuonobuono.

Qualche dolce (sì, li ho assaggiati tutti – “Anch’io, cosa credi?”), non male: Torta di mele, Tiramisù (mi sarebbe piaciuto con un poco meno cioccolato sopra), Spuma di yogurt con salsa ai frutti rossi. La fetta di torta era una fettona – tutte le porzioni non erano niente male, devo dire: persino Totò non ha avuto difficoltà a fare assaggiare agli altri i suoi piatti.

Atmosfera piacevole, un po’ rumoroso il salone (anche perché c’era una tavolata festante…), il servizio decisamente in rodaggio (attese un po’ lunghe, anche per colpa nostra: dovevamo essere in 4, ma eravamo 3, però si sono aggiunti in 2 – abbiamo cambiato tavolo, sedendoci a quello rotondo in mezzo, ma questo ha scompigliato un po’ le carte fra servizio e cucina), qualche incomprensione (l’insalata avrebbe dovuto essere una torta salata, la cameriera, straniera, non ha capito, forse perché stava dall’altra parte del tavolo rispetto a noi; le sarde mi sono arrivate, due, su un piattino minuscolo, nella versione assaggio da banco del bar, che ho rifiutato sdegnosamente; no, non abbiamo chiesto un amaro…), ma comunque personale attento e gentile; il dichiarato “allenamento” mi impedisce di lamentarmi troppo. Un consiglio: le sedie di vimini al tavolo centrale strappano le calze alle fanciulle… (che belle invece le sedie dal gusto retrò del salone; tutt’altro stile le due salette). Da tornarci al termine dell’allenamento.

Abbiamo speso 125€ in 5. Diciamo antipasti 7/8€, primi 7/10€, secondi 11/22€, dolci 4/5€. La focaccia 2€: “Hai letto? C’è pane burro e marmellata 2,50€: è l’ultima voce del menu, non l’avevo visto: se no l’avrei preso!”

“Posso concludere io? Il nome mi sembra particolarmente indovinato: più che un ‘ristorante’ o che, questo mi sembra proprio un ‘posto’ in cui stare, grazie ai diversi spazi, all’atmosfera generale, alle diverse funzionalità del locale, dalla colazione – ok, magari aprendo alle 10 proprio colazione non è – al dopocena, con la possibilità di mangiare, di leggere, di far giocare i bambini, di parlare – spero che si possa anche stare fuori, col bel tempo, ho visto dei tavoli in giardino. E anche il loro sito, oltre ad avere una bellissima grafica, è molto chiaro, completo, con le varie possibilità di utilizzo, i menu, le ricette – e anche questo non è male, visto quanti siti ci sono che si limitano a mettere solo recapiti, qualche foto, e così via. Posso dirlo? Mi sa che questo posto – una volta finito il rodaggio, col menu definitivo, con il risotto giallo per dire, potrà diventare un piccolo’miracolo milanese’.”

Emanuele Bonati

Totò e Lile in cucina

3 April 2012 - Commento (1) »

“Caro Lettore, questa settimana i miei preziosi consigli, e i miei salaci giudizi, e le mie perspicaci osservazioni, e le mie dotte dissertazioni, abbracceranno come settimana scorsa una molteplicità di situazioni food che io, foodblogger con una reputazione, e un mio seguito, sono qui a dipanare per Te, mio appassionato fan, mio discepolo forchettato, mio… Va beh, lasciamo perdere. E sicuramente non sei solo, mio Lettore – e non sei nemmeno uno dei venticinque di manzoniana memoria – ma uno della folla, della moltitudine di appassionati degustatori ai quali mostro la GastroVia… E a Voi io dedico il primo spunto critico-recensorio di oggi, che mi sento di celebrare come una delle eccellenze del fast-food milanese: la focaccia tipo Recco di Marinoni in piazzale Cadorna.

Non si tratta di una diretta filiazione della pur celebrata focaccia ligure, e tuttavia rivela una manducabilità – specie se intiepidita – e una sapidità degne dei più rispettabili paragoni. Ve la consiglio senza dubbio – così come le focaccine cosiddette ‘del Forte’ in quanto originarie di Forte dei Marmi, dove venivano consumate dai villeggianti.

Il cibo di strada è tornato di moda. Lo era il panzerotto di Luini di cui ho scritto la scorsa settimana; lo sono le focaccine, e lo è questo piatto di street food e di goduria per gli organi del gusto: il delizioso fritto misto del Kiosko di Piazza XXIV Maggio: caldo, unto ma neanche tanto, fritto bene, tenero, i succhi gastrici e il colesterolo facevano la ola a turno. Il chiosco è una pescheria, con un angolo cottura, quattro tavolini in croce; la cottura produce fritti misti di scampi, anelli di totani, triglie, acciughe a getto continuo – ma ci sono anche carpacci e…”

“Totò!! Sei chiuso in bagno? Dov’è il mio portatile? Totò!!”

“Ma spesso il vostro spericolato reporter del gusto, l’elzevirista delle portate, lo scalco della carne viva dei cuochi, è costretto a riporre lo stilo, conculcato eppur non domo… ecco… pubblicaSTO ARRIVANDO!!”

****

Scusate, ma mi vedo costretto a riprendere il controllo della mia rubrica, usurpata proditoriamente da Totò, per proporvi il nostro appuntamento settimanale alla ricerca della buona tavola milanese, e del “miracolo a Milano”.

“Allora io non ci vengo.”

Non puoi non venire: sai che senza di te non è la stessa cosa, su, non fare così, per favore…

Alla fine arriviamo da Lile in cucina, giovane (2010) grazioso locale in via Guicciardini: un’altra zona che nel giro di pochi anni ha visto un moltiplicarsi e rinnovarsi di locali ristoranti ecc.

Locale grazioso, anche se forse si poteva fare qualcosa di più nell’arredo; soft, penombra, una trentina di posti, musica gradevole ben in sottofondo (del tipo Bewitched e compagnia, tranquilla e piacevole…).

Menu – cosa prendiamo?

“Ah fai tu io voglio quello che prendi tu tanto se poi devo seguire supinamente i tuoi diktat e non posso nemmeno condividere con i miei amici le mie esperienze culinarie che poi mi dicono…”

Benissimo: lo stesso per tutti e due.

Mentre scegliamo, un assaggino di quiche ricotta e funghi tiepida, gradevole. Il ragazzo e la ragazza che fanno servizio in sala sono carini e gentili (sarà lei Lile? l’abbiamo letto da qualche parte… il cuoco è Alessio: Lile come suo diminutivo non mi sembrerebbe un gran che…).

Ordiniamo un bicchiere di Ribolla galla doc Petrucco 2010 ad accompagnare anzitutto il Baccalà mantecato su purea di cicerchie Slow Food e cracker al papavero. Il piatto si presenta bene, tre quenelle artisticamente disposte sulla purea, prezzemolo tritato fine fine come ornamento, cracker rotondo al centro. Buono.

“Sì, se lo mangi tutto assieme – baccalà cicerchie papaverocracker – è buono; ma se la purea è tiepida, il baccalà è freddo: l’hanno appena tirato fuori dal frigo? Così non mi va molto. E sembra che il cracker sia l’unico sapore con un po’ di nerbo.”

Totò ha ragione – il baccalà è (innaturalmente?) freddo. Ma l’abbinamento è indovinato (la temperatura, insomma), l’insieme funziona, magari ci sarebbero voluti due o tre cracker per tenere un po’ più insieme il gusto…

Linguine cozze e broccoletti. “La cottura è giusta” – vero. I broccoletti anche – un po’ troppo piccanti. Molto, forse – perlomeno, quanto basta a coprire il sapore delle (poche) cozze. “A me non dispiace – è vero, le cozze si perdono un po’, ma è un primo bello saporito.” Sui bordi del piatto, prezzemolo tritato fine fine.

Ganassino bollito con fleur de sel, salsa verde e patata schiacciata. “Ah, questo ganassino è proprio buono – morbidissimo, saporito, quel poco di fleur de sel a sottolineare la bontà della carne.” Molto buono, è vero; le patate schiacciate però se ne stanno lì sul loro piattoaparte (nessuno porta un po’ di olio, sale…?); lo scodellino di salsa verde in realtà contiene olio e prezzemolo (altro prezzemolo sporca i bordi del piatto), e non mi sembra di sentire altro (la salsa verde dovrebbe essere un’altra cosa – lo era quella di mia nonna, per cui…). “Però non è male.” No, carne buona, patate discrete, tutto assieme ok… ma insomma… “Hai ragione. Se tu prendevi qualcosa di diverso, potevamo capire qualcosa di più sulla cucina di questo locale.” Io??


Crema di mascarpone con frutti di bosco. Senza prezzemolo ornamentale. Frutti al naturale sul fondo della tazza. Crema di mascarpone a riempire. Se uno si aspetta una specie di crema tipo tiramisu, soffice morbida zuccherina montata dagli albumi dalla frusta… “Guarda, non riesco nemmeno a infilare il cucchiaino!” Non fare lo scemo: è mascarpone, mica torrone. Però è veramente densa, e un po’ pesante – non tanto dolce. “Sai cosa? Non stanno molto assieme, mascarpone e frutti di bosco. Buono ma pesante l’uno, buoni gli altri ma forse un poco di zucchero ci sarebbe stato bene.”

Caffè.

Sessanta euro a testa – non possiamo dirci proprio soddisfatti. “Allora: le varie cose che abbiamo mangiato, prese singolarmente, sono buone, cucinate bene, molto bene anzi. Dove manca qualcosa è nel metterle assieme, mi sembra – un qualcosa che leghi le cose fra loro. I frutti di bosco sono e mascarpone, non con mascarpone. “Ma il baccalà e le cicerchie stavano benissimo assieme grazie al cracker al papavero.”

Insomma, da rivedere per forza – anche perché comunque ci sono molte proposte che attirano (fra menu di sala e on line, risottiinteressanti, insalata di carciofi, carciofi fritti, parmigiano reggiano bio, rucola e mandorle condita con citronette, Flan di broccoli con salsa al pecorino sardo, Vellutata di lenticchie di Ustica con erbette saltate, Orecchiette fresche al pesto di pomodori secchi con scaglie di ricotta salata di bufala, Roastbeef di fassona piemontese ai ferri con patate al rosmarino,  Coniglio alla “bagna nera” con puré di patate), e gli ingredienti sono tra i migliori…

Lile in cucina

Via Guicciardini 5
20156 Milano
0249632629

Emanuele Bonati

Totò e la manna dal cielo

13 March 2012 - Commenti »

“Masaniello? E che cos’è?”

“Frico!”

“Frico a me? Bollito!!! De sera e de matina.”

“Dai… qui Nella valle dei tigli Quasi Milano?”

“No. Vabbè, riflettevo… Una bistecca Contro il logorio della vita moderna e Vai via dottore!”

“E se mi sparo un Precolombiano?”

Siamo in tanti stasera – oltre a me e Totò, Christian, Vittoria (Gelato Giusto), e Francesco Paganelli con Elena (Gelateria Paganelli), Pietro. E il dialogo, un po’ assurdo forse, non è un dialogo: è la scelta dei piatti dal menu.

Siamo al Manna, il ristorante di Matteo Fronduti. A lui si devono i nomi dei piatti, così come i piatti ovviamente: ognuno dei quali seguito dalla dovuta spiega, grazie al cielo (“Ma io li avrei scelti anche senza sapere la composizione” – Totò parte condiscendente – “ogni piatto qui è una e vera e propria manna scesa dal cielo – la cotidiana manna / sanza la qual per questo aspro diserto / a retro va chi più di gir s’affanna” – ma questa volta, diciamolo, sbraca con stile dantesco).

Indubbio fascino dei nomi, “personaggio” Matteo – aspetto generale da biker, simpatico, di quelli che accompagnano le vecchine che devono attraversare la strada camminando sopra gli automobilisti poco gentili; resa in cucina che rivela delicatezze e sapienza compositiva.

Siamo dietro Viale Monza, in un angolo della vecchia Milano ancora non tocco da modernizzazioni, anzi, ben conservato, e tuttora in parte in fase di recupero. Vecchia Milano non tanto nel senso di antica, quanto in quello di “città di una volta”, che ha conservato le caratteristiche di un tempo (per dire, case basse, popolari…).

Il locale è sempre stato un ristorante (prima di Manna c’era un ristorante rumeno, se non sbaglio); due ambienti, collegati da un ampio corridoio di passaggio su cui si affaccia la cucina, che a noi sono sembrati molto piacevoli e originali: il concetto di caldo-freddo, riferito a un ambiente, è sempre soggettivo, ma in questo caso le critiche che ho trovato in rete mi sembrano proprio un po’ gratuite. L’ingresso è caratterizzato da una serie di vecchi cassetti, che Matteo aveva visto da un amico: al momento di arredare il locale, ha avuto l’idea di attaccarli (in orizzontale) alla parete, e ora ospitano alcuni esempi di “manna”, dai prodotti a base di manna a una confezione mi sembra di biscottini il cui nome in filippino è appunto Manna. Nella prima sala grandi quadri colorati alle pareti e lampade a pallone che scendono dal soffitto; nella seconda, una serie di affreschi e alla parete di fondo una specie di libreria scaffale irregolare disegnata dallo stesso chef.

Matteo sta fra la sala e la cucina: interviene presenta spiega consiglia. Peraltro il menu – come abbiamo visto – si presenta bene, con nomi di fantasia ma spesso indovinati e sotto delle rapide descrizioni (“Ma che senso ha descrivere un sapore, un odore, una sensazione?” – la deriva filosofeggiante di Totò continua, ahinoi). La conversazione si intreccia – si parla di viaggi, di amici comuni, di mantecatori frigoriferi gelati (siete avvisati, se volete uscire a cena con dei gelatai, preparatevi prima gli argomenti: la sorbettatura delle carote, la temperatura, la composizione delle vaschette, la tecnica della spalettatura o della spallinatura…), e naturalmente di cucina – dei piatti dello chef, di quelli che abbiamo mangiato in giro, di quelli che vorremmo mangiare…

Partiamo dagli antipasti. Il Frico? (uovo in camicia, patate, montasio): buonissimo (forse il purè di patate è un po’ troppo purè…). “Sarà che a me piacciono le uova, e le patate, ma ultimamente ne abbiamo assaggiate veramente di ottime – vedi quello di Eugenio Roncoroni, quello di Andrea Aprea…”

Totò ha ragione, ma non approfondiamo, distratti dalla bellezza degli altri piatti (e dagli assaggi reciproci…): Tutto Fumo (Cefalo affumicato, mela verde, zenzero e ’nduja croccante) suscita consensi, come il Bollito!!! – così punteggiato, come il Frico? – Cotechino e rafano, lingua e “bagnett ross”, testina e salsa verde (particolarmente riuscito anche sul piano estetico).

Il nostro primo ovviamente è Quasi Milano (Riso carnaroli, pistilli di zafferano e midollo di bue crudo): un’altra tappa della ricerca di milanesità di Totò, del suo desiderio di riscoprire e aggiornare gusti e sapori, di un nuovo “miracolo a Milano”. Cottura, gusto, presentazione – con il midollo crudo a far quadrato in mezzo alla distesa di Carnaroli – perfetti: è sicuramente una delle cose migliori della serata, da far tacere persino Totò (non prima di aver borbottato “è un miracolo  a ciompmilano…”). In compenso interviene Christian, a cui l’ho fatto assaggiare: “Il risotto è perfetto nella cottura e nella mantecatura, bella la presentazione con il midollo appoggiato al centro, a formare un quadrato. Credo sia una sorta di omaggio a Marchesi, che vi appoggia la foglia d’oro”.

Christian in realtà ha preso un Masaniello (Passata di fagioli borlotti, cozze e fregola sarda): “Poesia pura, per me. Mi piace la pasta e fagioli, e l’abbinamento con le cozze è speciale.” Per la cronaca, Nella valle dei tigli sono Ravioli tostati di grano saraceno e patate, bitto, coste e salvia: esattamente, un omaggio alla Valtellina (secondo alcuni significa “Valle dei tigli”) condotto attraverso un “riordino” dei pizzoccheri – come se fossero stati messi in cassetti diversi (“Come quelli alla parete!”), separati e riassemblati. Anche il Bollito!!! sembra rispettare questa logica di ri-ordine – e lo stesso il mio Riassunto di Cassoela: Costine, verzino, crocchetta di piedino, musetto, verze e cotenne sono riordinati, il gusto anche, messi nei loro cassettini ma comunque nello stesso mobile-piatto-contenitore. Mi piace moltissimo. Anche Contro il logorio della vita moderna (Carciofi, gamberi rossi, guanciale e timo) è piacevole, anche se non ha convinto del tutto Totò (“Manca qualcosa… forse solo più gamberi…”) – come piacevole il richiamo alla pubblicità del Cynar con Ernesto Calindri.

Una bistecca è un Trancio di controfiletto di manzo, spinaci e salsa all’uva, mentre De sera e de matina è un ottimo Baccalà mantecato, chutney di arancia e polenta taragna (ancora Christian: “Il baccalà è saporito al punto giusto, con una scioglievolezza notevole, e la polenta croccante contrasta bene questa sua morbidezza”). Si parla in questi giorni di un ritorno del baccalà, in mantecature e accostamenti vari: in effetti è uno dei piatti che girano, fra riscoperta e rivisitazione, con risultati – come qui – molto interessanti.

Infine, i dolci: e qui non ce n’è per nessuno. Sono stati assaggiati il Precolombiano – per Christian “Un ottimo dessert, molto equilibrato nei sapori”) – Budino bonnet, amaretti e caramello salato, e il  Nocciola più (Ft. Korova bar): Nocciola morbida, croccante di nocciole, cacao, caffè e rum (“Grandioso: non so quale dei due preferire” per Christian, “Ne voglio un altro” per Totò). Io ho preso Vai via dottore (Torta di mele rovesciata e gelato alla vaniglia) e Galak (Cioccolato bianco cremoso e zuppa tiepida di agrumi): “Due??”, ha fatto Totò, vedendomi con due meraviglie davanti. “Sì, due.” Direi che la descrizione non rende l’idea di quanto siano buoni, e nemmeno la foto. Andateci voi, e provateli.

In realtà, avrei preso volentieri due di tutto, ma come prima volta mi sono accontentato di assaggiare dai piatti altrui quello che non avevo preso. Non mi sono lasciato tentare dalle mezze porzioni: nel menù infatti sono previste mezze porzioni per alcuni piatti, per chi vuole tenersi più leggero, o assaggiare più cose. “Ah, no: sono contrario alle mezze porzioni. Non fai in tempo ad addentare che hai già finito. Facessero delle doppie porzioni a metà prezzo, piuttosto! ”

Invece il prezzo dei piatti è assolutamente abbordabile: 9-11 gli antipasti, 11-13 i primi (6-7 le mezze porzioni), 18-19 i secondi (10 le mezze), 8-9 i dolci. Abbiamo iniziato con un Prosecco di Valdobbiadene, e proseguito con lo stesso in versione extra dry.

Livello di soddisfazione (cucina + ambiente + cuoco + servizio + compagnia gelatiera…): alto. Siamo stati bene, piacevolmente bene – (“Posso prendere un altro Galak? un Precolombiano?” – no, Totò, basta!).

Un caffè? Grazie. A Christian la conclusione: “Molto buono il caffè, dall’aroma intenso e deciso ma gentile in bocca.”

***

Manna

Piazzale Governo Provvisorio 6

20127 Milano

tel 0226809153

Emanuele Bonati

Christian Sarti

Totò a pranzo dal bomber

6 March 2012 - Commenti »

“Mi scusi ma non le ho chiesto se voleva un tovagliolone da mettersi davanti – sa, il sugo di seppia non perdona…”

Diciamo che questa è la cifra stilistica de Il Gusto di Virdis, la piccola enoteca-negozio di specialità-con-cucina aperta da qualche anno dall’ex-calciatore Pietro Paolo Virdis e da sua moglie Claudia in via Pier della Francesca a Milano. La dimensione casalinga nel senso di simpatia, di calore umano, di attenzione e sollecitudine. Non potrebbe essere altrimenti in un posto dove il bancone nell’ambiente principale è anche l’unico tavolo del ristorante (in realtà ce ne sono altri due nel retro) e gli otto posti (altri sei nel retro) sono lì gomito a gomito: si crea una specie di intimità casalinga per cui le conversazioni a volte si intrecciano, lo stare a tavola è uno stare insieme (il che naturalmente non ti impedisce di startene per i fatti tuoi, se vuoi).

“Sì, però la signora ha capito subito che sei uno sbrodolone.”

Totò era tutto contento all’idea che mi avessero riconosciuto come notorio “sbrodolone” – e anche all’idea di vedere da vicino un (ex)calciatore famoso. E all’inizio era rimasto un po’ perplesso (“Ma come? Nemmeno un poster a tutta parete, un pallone da calcio, la maglietta della Nazionale?”) dal fatto che il locale non fosse una specie di tempio in gloria del famoso attaccante, un sacrario alla memoria calcistica, una rassegna delle squadre dei gol… In effetti, a parte qualche foto infilata qua e là distrattamente in mezzo alle bottiglie, le tracce calcistiche sono proprio assenti (ce ne sono nel retro, però…): e sì che Virdis, nella sua carriera, di tracce in giro ne ha sparse molte, nelle varie squadre, Nazionale compresa, in cui ha giocato; ed è uno che ha lasciato dietro di sé un ottimo ricordo.

E che adesso ha trasformato una passione coltivata già in tempi non sospetti in un lavoro: il “Gusto”, appunto, di Virdis per le cose buone, i vini, i prodotti e i produttori. La scelta di bottiglie, barattoli e scatolette presenta etichette interessanti; una zona è dedicata ai barattoli prodotti con l’etichetta “Il gusto di Virdis” e propone prodotti scoperti e selezionati personalmente dai Virdis.

In cucina, Claudia, piemontese, allieva di Aimo e Nadia, propone un menu interessante, con frequenti aggiornamenti e variazioni, a seguire la stagionalità degli ingredienti. Abbiamo iniziato con i “Bomber”: pane carasau appena ammollato e presentato con un “ripieno” di crescenza e bottarga di muggine di Cabras, o di pesto, o di crescenza, e un filo d’olio… un’idea semplice e ottima (“Me lo sapresti rifare a casa?” – penso di sì, ma potresti anche cimentarti in proprio… “Ah, no, io sono un dilettante del gusto, un gastrodilettante alla ricerca di un perché culinario in un mondo affollato di presenze gastronomiche, e devo rimanere al di qua dei fornelli, o al di là?, perché se no…” – capito…). Avevo già assaggiato uno dei loro flan (di grana, ma ci sono anche di spinaci, di zucchine, di zucca), e mi ha fatto una gola tremenda un lussurioso piatto di Tonno di coniglio servito al commensale alla mia sinistra (“Posso chiedergli se me lo fa assaggiare? No, visto che decanti l’ambiente informale familiare alla mano – e a portata di forchetta, pensavo…” – zitto che arriva il primo…). Sono già stato qui, è vicino al mio ufficio, e verrò ancora, per cui approfondirò la conoscenza col coniglio (“tonnato” a mano da Claudia) prossimamente.

Il primo: abbiamo preso un Risotto al Castelmagno con riduzione di vino rosso, saporito cotto bene buono buono; e delle Pappardelle al nero di seppia (da qui il gentile intervento della cuoca…) e bottarga di muggine di Cabras, molto buone – ma la bottarga tagliata a fettine per quanto sottili non mi ha entusiasmato, troppo sapore tutto assieme: la prossima volta, quando avrò finito di provare gli altri piatti (Risotto alla crema di parmigiano e tartufo nero, Pappardelle al sugo di scamorza e radicchio trevisano, Zuppa di fave porro e catalogna, fra gli altri), me la farò preparare con la bottarga grattugiata (“…e un po’ meno, magari”).

A questo punto, abbiamo saltato il secondo (“Ma una zuppetta di seppioline con la bruschetta?”) e abbiamo affrontato la carta dei dolci: la Degustazione di cioccolatini ai sapori di Sardegna con Barolo chinato era un po’ troppo per un pranzo di mezzogiorno, così siamo andati sul leggero (“Come? non c’è lo Strudel aperto con composta di mele caramellate pinoli uvetta? Questo è un affronto al gastrocriticismo itinerante bisognoso di dolcezze!”), prendendo la Crema di mascarpone con briciole di millefoglie e la Minitatin alla marmellata di arance amare. Come ti sembra?

“AArghauuugh!! Perché non mi impedisci di prendere dolci bollenti scottanti?” Perché la signora ti ha avvisato che era bollente – “E allora? mai credere a quello che dicono i ristoratori – si sa…”

Buona la mini-tatin – o meglio le briciole rimaste dalla degustazione di Totò, che non sembrava patire poi tanto la temperatura ustionante; buonissima la crema di mascarpone (“Tutta qua? Ma non si dovrebbe servire in una tazza tipo prima colazione dei bambini? con a fianco un bricco di crema-mascarpone con cui rincalzare la crema mangiata?”), soffice e delicata a contrasto con le briciole. Il mascarpone è uno dei miei punti deboli, e questo era assolutamente perfetto.

Il pranzo dei giorni lavorativi prevede un menu a prezzo fisso sui 10€; alla carta, gli antipasti vanno dai 7/10€ dei “bomber” ai 15 del Tonno di coniglio ai 18/22 (salumi sardi, foie gras…); i primi fra i 10 e i 15 €, i secondi fra i 15 e i 18, i dessert sui 10. Ben spesi. I vini che abbiamo bevuto erano sardi (un vermentino e un moscato col dolce) – e ci stavano benissimo.

“Ah, complimenti, vedo che non si è macchiato per niente… Bravissimo!”

Il gusto di Virdis

Via Pier della Francesca 38

20154 Milano

0233607093

Totò nel paese delle meraviglie di Alice

14 February 2012 - Commenti »

“Non mi piace proprio.”

“Come?”

“Questo ristorante, Acciuga. Non mi piace.”

“Ma se non siamo nemmeno arrivati in via Adige! E poi si chiama Alice, non Acciuga.”

“E allora? Fai mente locale: continuiamo ad andare fuori a mangiare, e mai una volta che demoliamo un locale, critichiamo non dico la cucina, ma almeno la disposizione delle posate o delle briciole sui tavoli, le divise del personale, gli spifferi… Quindi, per dare una svolta alla nostra carriera gastronomica, dobbiamo darci alla cattiveria. Anche immotivata, per carità, ma se no non ci si fila più nessuno.”

Avevo paura che prima o poi sarebbe successo: il mio amico Totò è impazzito, il fatto che le nostre avventurette conviviali abbiano una certa diffusione lo ha precipitato in un delirio di onnipotenza. Ci manca solo che si metta ad attribuire delle “scope” ai locali che gli stanno antipatici (anche se proprio a cavallo di una scopa se ne è andato da Milano…), delle “baracche” a quelli poco ospitali, dei “calderoni” alle cucine non all’altezza (de che?)…

Comunque – dopo avergli spiegato che una critica negativa deve essere sostanziata da cospicui assaggi, punto sul quale Totò è stato pienamente d’accordo, e da un’analisi organolettica dei più vari dettagli, punto sul quale invece si è grazie al cielo perso, eccoci da Alice Ristorante, locale neostellato Michelin.

Abbiamo deciso – con Christian e Vincenzo Pagano – di portare Totò da Viviana Varese dopo i nostri vari passaggi a Identità Golose 2012. Il tema “Quote Rosa” era stato appena accennato, serpeggiava lungo tutta la giornata, ma non è per riportarci in quota che abbiamo deciso di venire da Alice: è la lunga lontananza da questa cucina del pesce, e la relazione della mattinata a Identità, che ci hanno fatto rompere gli indugi (e magari anche la gigantesca ombrina, teneramente abbracciata da Sandra Ciciriello, socia di Viviana – esperta di prodotti ittici, e sommelier – destinata a transitare dal palco alla cucina di Alice…).

Totò vorrebbe indagare sui motivi della critica gastronomica, sul rapporto tra giudici e giudicati – ma noi tagliamo corto: siamo narratori, raccontiamo il nostro pranzo, o cena, per quello che sono state le nostre sensazioni, dettate dal nostro umore, dalla compagnia, dal tempo, dal piacere di stare insieme in quel posto e in quel momento.

Il locale è molto piacevole, colori caldi, senza eccessi – il personale cortese quel giusto, cordiale quel giusto, amichevole e non invadente. Anche Viviana e Sandra  (in sala), che lo portano avanti destreggiandosi fra sala e cucina, sono come il loro locale: piacevoli. Ed è a loro che ci siamo affidati, lasciando a loro la scelta del menu da sottoporci.

“Ecco una nota di demerito”, dice Totò: “non possiamo mangiare quello che vogliamo!”

“Ma se l’abbiamo chiesto noi, di portarci quello che vogliono loro…”

Sopito il primo spunto critico di Totò, ci siamo dedicati all’antipasto: una serie di deliziosi finger food, molto delicati, a cui è seguito un Mini-hamburger di seppia con cime di rapa e burrata.

“Questo devo dirlo: a me ’sta storia del fingo food, no, finger, mi ha stufato: un bell’hamburger con una maxi seppia mi sarebbe piaciuto, va’.”

Lasciando perdere i tentativi di critica controcorrente di Totò, il Mini-hamburger non era male: sapore e consistenza, accostamenti, funzionava tutto. Diciamo che predisponeva favorevolmente al proseguimento della cena.

Christian:  “Sapore di cime di rapa anche nel pane! Delicato…”

Vincenzo: “Amuse bouche che dichiarano subito l’orientamento del ristorante votato sicuramente alle specialità di mare. Mini panino da mangiare in quantità industriali, netto e saporito con una seppia tonica.”

Totò mi ha guardato con aria ironica: anche Vincenzo ne avrebbe mangiato ancora… La predilezione ittica si materializzava poco dopo in una Zuppa di ceci al naturale con triglie, pomodorini confit, rosmarino, cipolla di Tropea e gamberetti, su cui nemmeno Totò ha avuto da ridire. Ingredienti della tradizione, mantenuti a un livello elementare, accostati con equilibrio e semplicità. E gusto. E sapore.

Christian è d’accordo: “Un totale equilibrio del piatto, tutto ben distinguibile.”

Vincenzo: “La triglia freschissima, spalleggiata da un gambero corposo, adagia il suo sapore di iodio sul gusto rotondo e pieno dei ceci ravvivati dalla nota appuntita del pomodoro confit. Ingredienti tradizionali, esecuzione contemporanea.”

A seguire, Baccalà cotto nella birra con insalata di rinforzo (piatto campano: Viviana è nata a Salerno) rivisitata, sottaceti “fatti in casa”, crema di cavolfiore, capperi e salsa all’acciuga. Ottimo il gusto dei sottaceti “fatti in casa”, che si sposano benissimo col pesce (si sente la birra, ma non prepondera come temevo) e con gli altri elementi che compongono il piatto (a proposito, le varie portate sono impiattate benissimo, direi con un gusto del colore molto “meridionale”).

Il critico Totò tace – ma il sorriso gli arriva alle orecchie… “Ora devo dire a mia madre che qualcuno ha superato la bontà della sua giardiniera!” si lamenta Christian. “E quella Moretti gran crù si sposava alla grande col piatto.”

Vincenzo: “L’insalata di rinforzo è un classico della tradizione campana e Viviana ne cura l’esecuzione con attenzione. Giardiniera da manuale con acidità ben calibrata sul baccalà, che non eccede in sapidità.”

Superspaghettino con brodo di pesce affumicato, vongole, julienne di calamaro, zeste di limone e polvere di tarallo: “Spaghetti in brodo? No, è una cucina troppo moderna per me, lo spaghetto non si fa in brodo, di pesce poi, e la polvere…” Vi risparmio la sequela di lamentazioni, che non ha impedito peraltro a Totò di mangiarsi gli spaghetti, il brodo, la polvere di tarallo e tutto quanto. Un piatto insolito, dai sapori originali, interessante: mi è piaciuto anche di più stasera di quando l’ho gustato a Taste of Milano l’anno scorso (assieme alla pizza fritta Omaggio a Sofia aveva fatto avanzare Alice nella classifica dei ristoranti da visitare quanto prima…).

Christian: “Davvero evocativo. Un tuffo nel sud Italia.” E secondo Vincenzo “è il piatto che meglio identifica il percorso di tradizione e di creazione della chef. Per chi è meridionale, l’utilizzo del limone e del tarallo riportano a giardini e a profumi che purtroppo oggi non sono più netti come una volta. Touché sull’amarcord ma anche sulla convinzione che il miglior utilizzo del superspaghettino al momento sia questo di Viviana e quello di Niko Romito con i porri. Già evitare di scuocerlo dal passavivande al tavolo è cosa di non poco conto.”

“Ecco: si fanno delle discriminazioni, il tuo pezzo di carne nella minestra è più grande del mio!”

La Minestra maritata alla mia maniera è una specie di poesia. Mi sembra di capire che da Alice si tenda a scomporre i piatti, la tradizione, ricomponendoli in modo più leggero, mettendone in evidenza lati cui prima non si era fatta attenzione – un po’ come Cézanne nelle sue nature morte metteva monetine e spessori sotto i piatti di arance o le brocche, sempre una natura morta era, ma vista con un occhio diverso. Anche l’insalata di rinforzo assieme al baccalà: da tradizione, era una grande insalata dai vari ingredienti (che veniva “rinforzata” riaggiungendo gli ingredienti man mano mangiati, o, secondo altri, usata per “rinforzare” il pranzo di magro della vigilia); qui, diventa un suggerimento, un’eco.

“Non avrei mai pensato di assaggiarne una versione così leggera, priva di grassi che possono appesantire. Il rischio sarebbe stato quello di ”ammazzare” l’intero percorso.”. aggiunge Christian. E Vincenzo osserva: “Totò ha poco da recriminare circa il lasciar fare alle signore del locale. In realtà due paletti li avevo messi: la minestra maritata e l’ombrina. Questa minestra è molto più contemporanea di quanto si possa credere. Per leggerezza, innanzitutto, ma anche per la scelta di virare la tradizione delle sette verdure a fare da corollario alla carne un’antecchia (un po’) troppo speziata.”

Travolta da un insolito panino. “Almeno questo me lo farai criticare, spero…” Cosa c’è da criticare? “Non mi hanno fatto mangiare il panino!”

Un trancio di ombrina avvolto in foglie di limone e cotto in un panino fatto con acqua, sale, uova, farina di grano arso, tè nero affumicato, timo e cenere di potature di limone, servito con un’insalatina di finocchi, una patata cotta nella cenere e un panino piccolino (a proposito, non diciamo nulla del pane: sette o otto tipi diversi, tutti fatti in casa), una serie di profumi che da soli bastavano – cottura perfetta, sapore anche.

Christian: “Io direi… travolti da grandiosi profumi!”

“La relazione della mattina prende forma sul tavolo.” chiosa Vincenzo. “Arrivano i panetti, non commestibili, che come piccoli scrigni tengono insieme il sapore del mare, l’arruscato (il bruciato) e l’intenso sentore del limone. E’ come te la aspetti l’ombrina, morbida e forte, con l’esatto punto di cedevolezza della carne. Il panino da mangiare è accanto, insieme ai finocchi. Vuoi vedere che le cotture in crosta potrebbero ritornare in auge dal lontano passato di forni a legna d’uso comune?”

Anche il carciofo era molto buono (“Monotono” secondo Totò: un piatto solo di carciofi…): ci è stato presentato in tutte le consistenze possibili: bollito, alla griglia, fritto, come crema, e come gelato, con qualche fogliolina di liquirizia. “Almeno posso dire che il cucchiaino di gelato era proprio poco?” – in effetti, Totò ha ragione (anche se il suo non ha fatto in tempo a sciogliersi), il gelato non era abbastanza per farsi notare, si è perso quasi subito nella crema, forse si potrebbe equilibrare meglio; molto bella l’idea delle foglioline di liquirizia (è piaciuta anche a Totò, che non ama la liquirizia, se non sotto forma di rotelle…).

Ha ragione Christian: “Ho avuto come la sensazione che Viviana avrebbe potuto proporci altre infinite varianti sul carciofo. Perfetto.” E per Vincenzo, “Un esercizio stilistico divertente con le diverse consistenze e temperature che si rincorrono, ma non è il piatto su cui punterei alla tavola di Alice.”

Interessante il predessert: sorbetto con insalata di agrumi e kiwi su finocchi.

Il dolce (“Una sceneggiata”, pensavo che dicesse Totò di fronte alla piccola cerimonia dell’apertura della “palla” con un martellone di legno – ma ormai, evidentemente conquistato, stava già meditando di intrufolarsi in cucina per dichiarare il suo amore incondizionato a tutto lo staff, e magari anche alle batterie di pentole) si chiama Che palla! ed è un tartufo con gelato al cioccolato amaro 84%, gelato alla vaniglia, zabaione e croccante di pan di spagna al cacao: la palla viene appunto presa a martellate ed aperta di fronte al commensale. Mi è piaciuto, e carina l’idea di fondo – ma forse troppo cioccolatoso. E mi sta ahimé venendo una piccola idiosincrasia per i petali di fiori che vengono sempre più spesso sparsi fra i piatti, buoni, carini, ma per carità non facciamoli diventare la nuova rucola…

Christian: “L’emozione finale. Grande sorriso.”

Vincenzo: “Un dolce gluten free appariscente e gustoso.”

E dolcini precaffè a seguire… “Troppo pochi! Questo è uno scandalo! Esigo un cabaret da 24 pasticcini!”

Ma forse forse Totò non ha tutti i torti, almeno stavolta…

Detto questo, Viviana è una delle poche cuoche in circolazione; il suo percorso l’ha portata dalla natìa Salerno a una serie di esperienze (con Gualtiero Marchesi, Maurizio Santin, Moreno Cedroni, Leonardo Di Carlo) fino all’incontro con Sandra, sommelier ma anche grande conoscitrice del pesce, e nel 2007 ad aprire questo locale (stella Michelin in 4 anni: non male, le ragazze…) – Alice. Il ristorante delle meraviglie.

Emanuele Bonati con Christian e Vincenzo Pagano

Grazie a Vincenzo e a Scatti di gusto per le foto

via Adige 9, Milano

Telefono             02 5462930

Totò ed Emanuele “a tutto vapore”…

24 January 2012 - Commento (1) »

Finalmente! Dopo tanto tempo, finalmente Totò è tornato a Milano. Un vero e proprio nuovo “Miracolo a Milano”, direi, visto che se ne è andato al volo, a cavallo di una scopa, giusto sessant’anni fa…

Accompagneremo Totò in un giro alla scoperta dei sapori della Milano di oggi, così diversa da quella che conosceva lui.

“When the moon hits your eye / Like a big-a pizza pie / That’s vapore…”

“No… That’s Amore!”

“Ma sì, Totò, in teoria hai ragione – ma leggi bene: questo posto si chiama ‘That’s Vapore’, davvero…”

Insomma, siamo andati in questo locale nuovo, nuovissimo anzi, aperto da un mese (esattamente, dal 21 dicembre) qui a Milano, all’inizio di Corso di Porta Vittoria. Come suggerisce il nome, il locale propone piatti cotti, appunto, a vapore.

Il posto si presenta molto curato: legno, e colori caldi; i tavolini sono suddivisi fra piano terra e piano soppalcato; un bel ficus troneggia al centro locale, forse anche troppo, dà un’impressione di “pieno” forse eccessiva… Alle pareti, foto di vapore – di fabbrica, di treno, ma anche di specchi appannati, persone riflesse fra le gocce e la condensa… e in questo dettaglio trovo un’attenzione, e un’idea di fondo, assolutamente ben pensate: si veda anche la frase shakespeariana dipinta sul soffitto, “L’amore è una nuvola fatta d’un vapore di sospiri”, da Romeo e Giulietta, che ha molto colpito Totò (forse perché ha ancora adesso l’aria un po’ tra le nuvole…).

“Bella frase… e senti qua – ‘In cucina è leggerezza e sapore. Nella storia è rivoluzione, in natura pura energia. Per noi il vapore è fantasia, libertà, ispirazione.’ Bello, no?” Totò ha letto le frasi stampate sulla tovaglietta di carta. Sì, bello – bella l’idea, il concept, giusto?, sembra tutto connesso, tutto a posto, prima ancora di mangiare qualcosa, il gusto del posto ci piace. Una breve ricerca su Internet (a proposito: il sito non è ancora attivo) e trovo i nomi di Vanni Bombonato e Filippo Cadeo (gentili cordiali premurosi sorridenti, come tutto il personale direi: molto piacevoli; peccato per quella definizione di “vaporini” che ho letto sulle info su facebook): sono loro ad avere avuto e sviluppato l’idea, dopo aver visto un ristorante simile a Ginevra (ce ne deve essere un altro a Parigi), l’ambiente, e tutto quanto – affidandosi per l’ideazione del menu al corso Marc Farellacci, chef e manager, che ha appena curato il rilancio dell’Assassino, sempre qui a Milano.

Il menu: non c’è (ancora?) un menu scritto, ma c’è un bancone con tutti i piatti in bella mostra, già porzionati, ovviamente crudi, in vaschette di legno (di pino), che verranno poi messe in uno dei grandi forni a vapore e “vaporizzati” a 104° per pochi minuti, per uscirne perfettamente cotti (e bollenti) – e buoni, soprattutto.

Una rapida scorsa al bancone (ma il menu può variare, si possono aggiungere piatti nuovi ed esperimenti, come l’anatra): Fazzoletti di zucca, Panzerotti di magro, Ravioli di arrosto con carne, Tortelloni di salmone affumicato, Panzerotti di monococco al bagoss e ricotta, Verza ai due salmoni, Baccalà limone e prezzemolo, Cubi di salmone all’arancia, Pollo all’orientale con couscous, Straccetti di tacchino con funghi, Petto d’anatra in crosta di zafferano con verdure pomodori secchi chutney e spezie, Couscous con verdure, Gamberi e calamari con cime di rapa, Carciofi di Sardegna stufati, verdurine varie… E due zuppe: Mesciua spezzina e Vellutata potimarron e castagne. Dolci di una pasticceria artigianale, a parte il tiramisù di produzione propria. Juice bar. Brunch (con uovo al vapore… io e Totò ci guardiamo – lo vogliamo, ci torniamo).

Cosa non ci è piaciuto? Il termine “vaporino” per i ragazzi/e del servizio (oddìo, poteva andare peggio: se li chiamavano “vaporetti”, o “svaporati”…), la mancanza di un menu scritto, qualcosa di meglio sull’accoglienza forse. Ma comunque i “vaporini” (brrr) erano tutti giovani gentili e carini, per cui via questo punto di parziale demerito.

Cosa ci è piaciuto? L’idea, il concept, la coerenza del tutto. La vellutata di potimarron (è un tipo di zucca dolce, dalla forma e dal sapore che ricordano quelle delle castagne; è detta anche zucca giapponese) e castagne. Il petto d’anatra, adagiato sul suo letto di verdurine, cotto bene, morbido, saporito. I panzerotti di monococco (un tipo di frumento, molto antico) col bagoss (una specie di grana proveniente da Bagolino, nel bresciano): buoni, anche loro su un letto di verdurine. Il tiramisù (l’avrei preferito con un po’ meno cacao spolverato sopra, a dire il vero…), assolutamente ottimo, delicato, anche se probabilmente non cucinato a vapore :-)

La vellutata di potimarron e castagne

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I ravioli al monococco... cottura perfetta, e le verdurine sotto...

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Petto d'anatra chutney e cos'altro... un ottimo assieme

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...con un po' di pane

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Ah, già – devo ricordarlo - prima si fotografa, poi si mangia... il tiramisu!

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Insomma, buono, interessante, da riprovare. Prezzi? La vellutata, 5,50€; i panzerotti, 9,50€; l’anatra, 12€; il tiramisu, 3,50€.

Che ne dici, Totò?

“Beh – se il buongiorno si vede dal mattino…”

Emanuele Bonati

That’s Vapore

Corso di Porta Vittoria 5

Milano

0276281437

www.thatsvapore.com