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L’ArchiCibVs

23 April 2011 - Commenti »

La colombaia pasquale

Pasqua alta, quest’anno! Alta e bersaglio di commenti un po’ seccati, a causa di questa insolita semi-sovrapposizione con il 25 aprile – Lunedì dell’Angelo della Liberazione… Alta ma che promette, come sempre, pranzi e gite fuori porta, uova di cioccolato e colombe.

Io, almeno dal punto di vista dei dolci, la mia parte l’ho già fatta: qualche bella colomba con farina di farro ha già spiccato il volo dal forno di casa e ha già cominciato ad allietare le mie colazioni.

Come già successo in passato con il panettone di Natale, però, qualcuno mi ha fatto notare che non dovrei chiamarla “colomba” perché il disciplinare dei prodotti da forno pasquali, definito da un decreto del 2005, stabilisce che la vera colomba è fatta con farina di frumento e non di farro. Vorrà dire che, alla prossima occasione, proverò ad utilizzare lo stesso impasto su una forma diversa ed inventarmi qualcosa di nuovo, qualcosa che possa richiamare comunque la colomba…

Cosa ne dite, ad esempio, di una bella torre, coperta da una bella glassa con tante file di mandorle, canditi e gocce di cioccolato? Certo, non una torre qualsiasi: una bella torre colombaia di quelle che si vedono nelle masserie del Salento, nelle campagne e nelle cascine del Nord, o in qualche villa del Palladio!

Torre colombaia nel territorio di Oria, Brindisi (foto Galiano M., Wikimedia CC).

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A dire il vero, torri colombaie si possono ammirare in diverse parti d’Europa – ne ha dipinta una anche Paul Cézanne – e non solo: ad esempio, in Egitto.

Paul Cézanne, Pigeonniers a Bellevue, 1885

Egitto, sulla strada verso Dakhla (foto Marie-ange, Picasa CC)

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In Italia, erano già diffuse in epoca romana e medievale, ma dal Trecento l’allevamento dei colombi e di alcuni passeracei assunse un’importanza rilevante nell’economia delle aziende agricole, e le torri colombaie diventarono così una presenza comune nelle campagne della penisola.

Questi edifici, oltre ad essere utilizzati nell’allevamento, avevano spesso anche la funzione di torre d’avvistamento e di deterrente psicologico nei confronti del nemico, pur essendo del tutto inadeguate a ruoli di difesa attiva.

Il modello più tradizionale era quello a pianta quadrata e, non di rado, l’alto basamento al di sopra del quale si trovavano i vani per i colombi era passante.

Colombaia a pianta quadra con basamento passante a Réalmontais (foto Philippe Vernet, Picasa CC)

Torre del Castello Senarega-Fieschi a Senarega, Genova (foto Daniele Massazza)

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Nella parte superiore, veniva realizzata una serie di fori o di feritoie di accesso a piccole cavità che contenevano ciascuna un nido. Questi vani, spesso costituiti da ciotole di terracotta rivestite di paglia e scarti di lana, erano messi in comunicazione con l’interno della torre attraverso degli sportellini che ne permettevano la cattura. All’esterno, al di sotto dei fori d’accesso, vi erano dei cornicioni o delle mensole, necessari per l’involo e l’appoggio dei volatili.

La torre, al suo interno, aveva un unico ambiente costruito in modo da essere facilmente lavabile e disinfettabile. Le sue pareti erano completamente occupate dai nidi che venivano facilmente raggiunti attraverso scale che, nella parte inferiore, erano in muratura mentre in quella superiore erano in legno.

Abbazia della Santa Trinità de La Lucerne, colombaia, spazio interno (foto MM, Wikimedia CC)

Interno di una colombaia a Ispahan (foto Marie-ange, Picasa CC)

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Le torri colombaie, naturalmente, erano soggette agli attacchi di donnole, ratti, faine e altri predatori. La difesa veniva organizzata murando coppi vetrificati  o fogli di latta negli angoli dei muri o realizzando cornici di pietre o di  mattoni sporgenti, resi lisci e taglienti.

Alcune torri erano costruite per ospitare solo i colombi; più spesso, però, all’allevamento di questi si univa quello dei rondoni. Allora sulle pareti della torre venivano aperti fori più piccoli d’accesso. I colombi venivano allevati ad uso alimentare, sia gli adulti sia i nidiacei, per la produzione di guano da utilizzare come fertilizzante e per la caccia con il falcone. I rondoni, di cui si mangiavano solo i nidiacei, avevano però una grande importanza per la grande quantità di insetti che riuscivano a catturare.

Le torri colombaie non si esauriscono nella suggestiva tipologia della torre isolata, a pianta quadrata o circolare: raffinati esempi di torre colombaia si trovano in alcune delle ville del Palladio, nelle residenze degli Estensi.

Quindi, tutto sommato, volendo creare un nuovo dolce pasquale, la fantasia avrebbe davvero tutto lo spazio necessario. Chissà, magari nei prossimi giorni, il Luppolo Selvatico potrebbe cercare di arrampicarsi su una dolce torre pasquale … di farro, naturalmente!

Antonella

illuppoloselvatico

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6 March 2011 - Commenti (7) »

Viaggio a Melita

Cosa c’è di strano nel partire per Malta, sognando un mare pulito e fritture di pesce freschissimo, e finire, dopo una giornata passata fra templi sotterranei e apiari rupestri, nel bel mezzo di una fenkada, la caratteristica cena maltese a base di coniglio? Tutto sommato, niente, credo; almeno fino a che, tra un boccone e l’altro, qualcuno non comincia a tirare in ballo la Cappadocia! Allora, nella testa cominciano a girarti le parole di un vecchio e saggio hobbit: “È pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada e, se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via”. Già, sono proprio gli episodi che possono trasformare un viaggio in ogni momento.

Così, basta arrivare a La Valletta durante un bel temporale e decidere che la cosa migliore da fare, in attesa che spiova, è visitare il National Museum of Archaeology. Fermarsi davanti alla statuetta neolitica della “Dormiente” è inevitabile: una figura femminile coricata su un fianco, forse una dea, dalle forme tondeggianti degne di un quadro di Botero; lei, però, è molto, molto più antica… diciamo che alcuni tra i grandi templi megalitici di Malta e Gozo, erano già antichi quando Stonehenge o la piramide di Cheope dovevano ancora essere immaginati!

“La Dormiente”, National Museum of Archaeology, La Valletta (Malta).

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Oppure, è sufficiente lasciarsi trasportare dal caso e dalla fortuna e, finita la pioggia, ci si può ritrovare dodici metri sotto il livello della strada, nel tempio sotterraneo di Hal Saflieni, dove la statuetta è stata ritrovata. Santuario, necropoli e deposito, l’Hypogeum è senza dubbio il sito più affascinante dell’isola: tre livelli di camere e passaggi, arricchiti da triliti e decori, scavati nella roccia oltre 5000 anni fa con utensili di pietra e legno. Qui, senza nemmeno spostarsi, è possibile partire per un altro viaggio, nel tempo e nei misteri di un popolo scomparso da millenni.

L’Hypogeum di Hal Saflieni (foto Heiko Gorski).

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Una volta tornati in superficie, può sembrare che la volontà riprenda il controllo: solo uno spuntino e poi via, a godersi un po’ di mare! Dietro i vasetti di miele sugli scaffali di un negozio, però, può nascondersi ancora il caso. Già dal IX secolo a.C., a causa del gran numero di api, i greci chiamavano l’isola “Melita”, e ancora oggi sono numerose le località i cui nomi ricordano i prodotti dell’apicoltura. Nel nord dell’isola, ad esempio, non distante da Imgiebah, sorge Xemxija, il cui nome significa “apiario, insieme di alveari”. Considerato che la baia di S. Paolo è proprio a due passi, è normale approfittarne per una “rapida” deviazione…

Già ben avviata in passato, in seguito all’occupazione romana l’apicoltura divenne per l’arcipelago maltese un’attività di grande rilievo. Il miele prodotto dalle piccole api scure caratteristiche delle isole, particolarmente saporito e profumato di timo selvatico, si conquistò una certa fama, tanto da essere ricordato persino da Cicerone.

A Imgiebah, a testimoniare dell’attività e delle tecniche degli antichi apicoltori maltesi restano tre  arcaiche strutture rupestri risalenti forse al VI secolo a.C. Gli apiari, posti a livelli sovrapposti e parzialmente nascosti da un carrubo millenario, sono interamente ricavati nella pietra. Quello inferiore, costituito da un muro in pietra a vista alto circa tre metri per un fronte di dodici, presenta un totale di quarantasette nicchie di diverse dimensioni, organizzate su tre file, ognuna delle quali è attraversata da due “fori di volo”, cioè gli ingressi utilizzati dalle api per accedere alle loro arnie. L’interno è costituito da una cavità naturale che una articolata opera muraria suddivide in nicchie parallele entro cui erano ospitate le arnie, costituite da cilindri in terracotta posizionati orizzontalmente.

Apiario intermedio da Imgiebah (Malta). Risulta evidente il profilo della grotta naturale tamponato da un muro, in gran parte costruito a secco. Nei conci sono scavati i “fori di volo” sul retro dei quali erano poste le arnie (foto R. Bixio – Centro Studi Sotterranei).

Uno degli ingressi dell’apiario inferiore ricavato dalla chiusura di una cavernetta. A lato le “bocche di forno” a cui corrispondono le arnie collocate all’interno (foto R. Bixio – Centro Studi Sotterranei).

La volta delle nicchie è costituita da lastre contrapposte a doppio spiovente, oppure da architravi monolitici. In controluce si notano i fori di volo a cui, in origine, corrispondevano altrettante arnie (foto M. Traverso – Centro Studi Sotterranei).

In una delle nicchie dell’apiario è stato ricostruito, per iniziativa della gente del luogo, il sistema di alloggiamento delle arnie. Queste erano costituite da tubi di terracotta posati orizzontalmente su ripiani sovrapposti (foto M. Traverso – Centro Studi Sotterranei)

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Così girovagando, intanto, il sole se ne è andato. Ritornare verso la capitale sembrerebbe la cosa migliore. Strada facendo, non sarà certo difficile trovare un ristorante che serva del pesce fresco: dopo tutto questa è un’isola, giusto? La curiosità, però, è un’altra di quelle cose che non si sa dove possono portare e allora, senza nemmeno avere il tempo di ricordare quanto era simpatico Roger Rabbit, si finisce davanti ad una fenkata: pasta con sugo di coniglio, coniglio stufato o arrosto, fegato di coniglio con zeste e succo d’arancia…

A questo punto, dopo qualche sorso di Bajtra, il liquore locale a base di fico d’india, qualcuno potrebbe cominciare a progettare il prossimo viaggio e a raccontare degli apiari della Cappadocia. Qualcun altro, invece, potrebbe ricordare le parole di un vecchio hobbit: “È pericoloso, Frodo, uscire dalla porta…” .

Due apiari scavati in un pinnacolo di tufo a Göreme (Cappadocia, Turchia centrale). Le feritoie sono state scavate con grande cura anche se, dopo l’abbandono, l’erosione naturale ne ha provocato la parziale distruzione (foto G. Bologna – Centro Studi Sotterranei).

Facciata esterna dell’alveare rupestre di Kızıl Çukur, caratterizzata da una serie di feritoie verticali (per le arnie mobili) e di piccoli fori (per le arnie fisse) praticati ai lati della porta di accesso (foto M. Traverso – Centro Studi Sotterranei).

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Il Miele di Malta
Durante la “Settimana del Miele”, tenutasi a Montalcino nel settembre 2010, una giuria di assaggiatori professionisti, affiancati da esperti provenienti da Spagna, Portogallo, Grecia e Malta, in seguito ad un’attenta prova d’assaggio ed una rigorosa analisi chimica, ha nominato il miele di corbezzolo, prodotto dall’apicoltore Pietro Paolo Porcu di Berchiddeddu, vincitore del Concorso nazionale “Roberto Franci” che incorona ogni anno il miele più buono d’Italia.

Migliore tra i mieli di oltreconfine, invece, è stato nominato il miele di carrubo prodotto da Charles Camilleri di Mgarr (Malta). Si tratta di uno dei prodotti più raffinati dell’apicoltura maltese, caratterizzato da un colore ambra scuro, un sapore di media intensità con note amarognole ed un profumo che richiama l’aroma della carruba con connotazioni vegetali. Si tratta di un miele autunnale che cristallizza velocemente, assumendo una particolare consistenza quasi cremosa. Molto apprezzato per la produzione di dolci tipici, personalmente lo trovo particolarmente intrigante in un abbinamento dai sapori assolutamente mediterranei: Ragusano DOP stagionato, Miele di carrubo e Moscato passito di Pantelleria.


Antonella

illuppoloselvatico

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13 February 2011 - Commenti (10) »

Habitation Clément: una casa per il Rhum

Nella sua accezione creola, il termine habitation indica l’insieme di una proprietà agricola e industriale. Nelle Antille francesi, sono diverse le tenute indicate con questo termine. Tra queste, immersa in un lussureggiante parco botanico di 17 ettari, l’Habitation Clément occupa un posto di rilievo nel patrimonio architettonico della Martinica. Riconosciuta Monumento Storico dal Ministero della Cultura nel 1996, oltre ai terreni dove si coltiva la canna da zucchero, comprende una splendida abitazione in stile creolo, le sue dépendances, l’antica distilleria restaurata nel 2005, i locali d’invecchiamento e i depositi del rhum.

L’Habitation Clément è l’unica nel suo genere ad essere completamente aperta al pubblico. Di particolare interesse è la visita all’abitazione principale, organizzata attorno ad un nucleo centrale risalente alla seconda metà del XVIII secolo e successivamente ampliato fino a raggiungere l’aspetto attuale. Abitata per un secolo circa dalla famiglia Clément, dalla fine degli anni ’80 è stata sottoposta a diversi interventi di restauro.

Il fronte della Habitation Clément


Il retro della casa.

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L’altro polo d’attrazione, ovviamente, è rappresentato dal rhum. La Maison Clément, infatti, è uno dei più rinomati produttori di rhum della Martinica. L’antica distilleria, dopo i restauri del 2005, è stata trasformata nel Centre d’Interprétation du Rhum. Un’attenta ristrutturazione delle cantine, invece, ha portato alla realizzazione di un moderno spazio degustazione del famoso AOC Martinique Rhum Agricole prodotto dall’Habitation Clément.

Rhum Clément Cuvée Homère

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I cosiddetti rhum agricoli sono prodotti esclusivamente nelle Antille Francesi e sono ottenuti a partire dal puro succo di canna da zucchero, chiamato vesou. La denominazione Rhum Agricole può essere utilizzata solo se abbinata ad una denominazione di origine, ad esempio, AOC Martinique Rhum Agricole. Per ottenere questa denominazione, il rhum deve rispettare tutta una serie di norme particolarmente restrittive.

Le varietà di canna da zucchero utilizzate nella produzione sono inserite in un apposito registro e devono essere coltivate esclusivamente in aree autorizzate dal disciplinare di AOC. Mentre altrove la resa dei terreni può facilmente superare le 150 tonnellate per ettaro, in queste zone è limitata a 120 tonnellate. Questo limite è stato introdotto per evitare pratiche agricole non sostenibili come l’uso massiccio di fertilizzanti. Allo stesso modo, le tecniche d’irrigazione sono controllate nei modi e nei tempi, così da evitare una sovrapproduzione che risulterebbe dannosa sia per la qualità del rhum sia per l’ambiente. Il periodo di raccolta va dal 1 gennaio al 31 agosto.

Il succo di canna impiegato nella fabbricazione deve essere puro, ottenuto dalla macinazione e pressatura della canna da zucchero, senza alcuna aggiunta di sciroppo o melassa e senza impiegare tecniche quali l’estrazione a caldo.

Dopo la distillazione, il rhum nella denominazione AOC Martinique Rhum Agricole, si distingue in

  • Rhum “bianco” della Martinica;
  • Rhum Martinique “élevé sous bois” (rhum affinato in botte): invecchiato in botti di rovere nella zona di produzione e per almeno 12 mesi senza interruzioni;
  • Rhum Martinique vieux: invecchiato in botti di rovere con capacità inferiore a 650 litri, nella zona di produzione e per almeno 3 anni senza interruzioni.

Qualunque sia la categoria di appartenenza, però, questo non potrà essere messo in vendita con una concentrazione alcolica inferiore al 40%.

L’invecchiamento del rhum non avviene in botti nuove ma si preferisce usarne di già utilizzate per il bourbon e whiskey americano. I tannini di un legno “usato”, infatti, meglio si integrano con la struttura del rhum agricolo, senza nasconderne la personalità e la delicatezza.

Il dettaglio di una botte di bourbon statunitense (da Buffalo...)

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Ad influire significativamente sull’invecchiamento del rhum, accelerandone di molto il processo, è anche il clima caldo delle isole: l’invecchiamento di dieci anni sul rhum, infatti, può essere paragonato a oltre venti anni per un whisky scozzese.


Il rhum va servito a una temperatura compresa tra i 12° e i 14° C, preferibilmente in un balloon, e viene bevuto liscio, talvolta con l’aggiunta di acqua naturale fresca, nei cocktail e nei long-drink. Due sono le proposte onnipresenti in tutta la Martinica: il tradizionale Martinica T-Punch ed il fruttatissimo Planteur.

In generale, l’abbinamento con dolci al cacao, preparazioni con zucchero di canna e frutta tropicale risulta piuttosto agevole. Vista la complessità e le caratteristiche del distillato, più difficoltoso è abbinarlo a primi e secondi piatti. Lasciarlo scivolare tra gli ingredienti di una ricetta, però, può dare al palato grandi soddisfazioni … cosa ne direste, ad esempio, di una Zuppa di zucca e castagne con Rhum Clément Liqueur Créole Shrubb?

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Ti’-Punch

Ingredienti

  • 2 oz. Rhum Clément Premier Canne White Rum;
  • 1 fettina di Lime (tagliata sul lato del frutto in modo che polpa e zesta siano nella stessa quantità);
  • ½ oz. Sciroppo di zucchero di canna.

Preparazione

In un bicchiere tipo Highball, spremere leggermente e lasciare cadere la fettina di lime. Versare sul lime lo sciroppo di zucchero di canna ed aggiungere il rhum. Mescolare fino a che lo sciroppo non sia dissolto. Aggiungere un cucchiaio di ghiaccio tritato grossolanamente e mescolare brevemente per raffreddare. Talvolta, il Ti’-Punch viene preparato con rhum invecchiato.

Al posto dello sciroppo, qualcuno preferisce usare lo zucchero di canna, preparando così un dry punch.

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Antonella

illuppoloselvatico


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De architectura culinaria… arriva L’ArchiCibVs

12 February 2011 - Commenti (7) »

Allora: prendiamo una gentile fanciulla. Mettiamo che sia anche un architetto. Dando per scontato che, come tutti gli architetti, e più in generale gli esseri umani, fanciulle o fanciulli, mangi, anzi, che non si limiti a mangiare, ma che proprio cucini, con particolare maestria – e che casualmente abbia in cucina una macchina fotografica, e magari un computer, e che nei dintorni ci siano numerose piante di aspargina o bruscandoli o Humulus lupulus – ecco che abbiamo Antonella e Il luppolo selvatico: Appunti di un architetto in cucina.

Ricette, ovviamente – rigorosamente senza frumento – ma non solo. Articoli, libri di cucina, concorsi, belle foto, idee, spunti, ricette mediterranee, un libretto di marmellate venduto a favore dell’Unicef (Le mani nella marmellata: ne avevamo parlato qui: se non lo avete ancora fatto, compratelo!!), e un sacco di altre cose.

Se poi l’architetto blogger cuciniere eccetera ama anche viaggiare, e fotografare, e conoscere il mondo e le sue tradizioni anche gastronomico-culinarie… non può che nascere L’ArchiCibVs, la nuova rubrica di blog.CibVs.com dedicata a esplorazioni di gusti, territori, espressioni artistiche e gastronomiche…

Benvenuta Antonella!

Emanuele Bonati

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