Archivio per la categoria ’BlogVs da leggere’

BlogVs legge guarda scrive – su paper.li

5 January 2013 - Commento (1) »


Il Natale della Cucina Italiana

29 November 2012 - Commenti »

L’altra sera allo spazio Arclinea di Corso Monforte presentazione del numero di Natale 1929 – ehm, no, 2012 – o no?

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Beh, no – gli è che La Cucina Italiana è nata nel dicembre del 1929, e ce ne hanno rifilato qualche copia, sostenendo che questa era la nuova veste grafica essenziale che con il formato anticonformista aprivano uno svincolo verso il recupero dei sapori dell’arte culinaria che ecc ecc.

Dunque – per l’occasione, il direttore Paolo Paci ha ospitato negli spazi di Arclinea (bellissimi, ma un po’ troppo lunghi e stretti, poco agevoli per chi già tanto lungo non è di suo… anzi a dirla tutta più largo che…) il nuovo numero della rivista, già in edicola, raccontandoci la lunga gestazione che da sempre accompagna i numeri di Natale, aiutato da Carmine Abate, scrittore calabrese, anzi di Carfizzi, Crotone.

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Carmine Abate.

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Perché specificarlo? PerchéAbate ha scritto un breve racconto per la rivista, basato naturalmente sui ricordi del Natale nella sua terra – e ce ne ha letto un pezz… no, anzi – un assaggio (notare il raffinato gioco linguistico – magari l’anno prossimo il racconto di Natale lo fanno fare a me).

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Paolo Paci e Carmine Abate. Sulla sinistra, il noto blogger a rombi, assorto (mi sa che mi devo leggere i libri di Abate... un paio sul comodino ci sono, ancora intonsi...).

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E tanta gente, chiacchiere, rinfresco (le ricette sono nella rivista). E la rivista…

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Paola Ricas, una grande dame della Cucina Italiana (che ha diretto per 25 anni, accompagnandola verso il futuro...).

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Il direttore: starà già pensando al numero di dicembre 2013?

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Fabiano Guatteri e Paola Ricas.

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Non è che io non ci sono – sono dietro il fotografo, per non ingombrare!

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Carmine Abate: una bella presentazione.

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Questi posso portarmeli a casa?

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Emanuele Bonati

Foto di Bruno Cordioli

Il libro di Alice: le foto

26 November 2012 - Commenti »

Presentazione a InKitchen di Alice e le meraviglie del pesce, il libro dedicato alla cucina del ristorante Alice di Viviana Varese e Sandra Ciciriello, edito da Giunti, testi di Fiorenza Auriemma, presentazione di Paolo Marchi.

Il nostro fotografo Bruno Cordioli ha colto alcuni momenti della presentazione; da notare l’abbondanza di cibo sui tavoli: io non c’ero…

Foto di Bruno Cordioli

http://www.flickr.com/photos/br1dotcom/sets/72157632074024561/

Emanuele Bonati

Piccola guida critica al critico criticato: Valerio Massimo Visintin e PappaMilano 2013

9 November 2012 - Commenti »

“Indosserà la maschera di Anonymous o il ghigno del Joker heathledgeriano?” “Per me avrà la tutina nera di Diabolik…” “No, sicuramente manderà un attore microfonato, mentre lui starà seduto in un furgone nero all’esterno…” “Per me è a lui che si è ispirato Ian Fleming per il Numero 1 della Spectre!” “Ah, quello che non si vede mai nei film, sta sempre dietro il vetro…”

Eravamo lì alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires io, Christian e Totò – a immaginarci il famoso critico mascherato, che avrebbe presentato al mondo la summa delle sue simpatie e/o idiosincrasie gastronomiche, ovvero l’edizione 2013 di PappaMilano. 100 ristoranti di qualità a buon prezzo, edita da Terre di mezzo e tornata per l’undicesima volta a infestare i sonni dei poveri ristoratori milanesi. 100 locali, 33 nuovi, e un’appendice sui locali che un tempo si chiamavano “Cibi cotti” e che ora VMV chiama “Gastro-botteghe”: locali a metà fra la gastronomia e l’asporto, o altrimenti detti dei take-away con comodità – nuova tendenza che noi (ehm) critici da marciapiede (ohibò) abbiamo visto ri-sorgere in questi ultimi tempi.

A tenergli bordone nell’impresa, vergognandosi da morire (tanto da accogliere con malcelato entusiasmo l’invito, che detto da un UomoNero era abbastanza cogente, a mascherarsi con barba nera e cappello nero, in modo da confondersi con l’Autore), una variegata compagnia di testimonial, che si sono prodotti in elenchi di motivi per comprare o non comprare, seguire i consigli di o ignorarli bellamente, apprezzare o non farlo, VMV e/o Pappamondo. Dal mondo dei blog a quello dei giornali, alle radio, al web, alla comunicazione e alla scrittura, erano lì a omaggiare l’autore Samanta Abalush Cornaviera, simpatica blogger (eravamo assieme nella giuria dell’Acquerello Risotto World Summit), Lorenza Fumelli, che finalmente ho toccato con mano – cioè, nel senso buono, ovvero visto finalmente dal vivo (impresentabile: cioè, cosa dire per presentare una come lei, che non sia risaputo e detto e ridetto?), Andrea Kerbaker, scrittore dall’intervento molto “scritto”, e piacevole, Giorgio Maimone, che ha giocato a fare il vecchio brontolone (ulteriore omaggio al buon VMV), Aldo Palaoro e Stanislao Porzio, reclutati tra i fan del severo censore e suoi fedeli seguaci entusiasti, Ira Rubini, che ha mi sa passato ore poverina (forse…) davanti alla tv apposta per redigere il suo intervento, e Ilaria Santomanco (interessante il suo contributo sulla scarsa attenzione ai vini in alcuni locali, e sulla necessità di una carta degli olii…). Ma cedo la penna a Totò…

“Dai, Totò, prendiamo posto!” fa Christian: ci affrettiamo a sederci, e perdo completamente di vista Emanuele – ma c’era tanta gente, si sarà messo da qualche altra parte… Mi aspettavo un’apparizione  del VMV a metà fra l’Uomo Invisibile, Phantom ovvero l’Uomo mascherato, e un Arsenio Lupin in tocco e chador… ed è invece arrivato un tipo tutto nero (Berlusconi avrebbe detto “abbronzato”), vestito di nero, con cappello occhiali passamontagna nero.

Il personaggio Visintin, incarnazione gastronomica del Cattivik di Silver (e prima ancora di Bonvi) con l’allure di Anton Ego, con la penna intinta nel ragù e appoggiata su fogli di pane carasau, presta il fianco in egual misura a critiche e apprezzamenti. Già si sussurra che anche la moglie si conceda di malavoglia all’espletamento dei doveri coniugali, nel timore di recensioni sfavorevoli su “Focus”. Ma ci sono cuochi milanesi che gli dedicano ricette (“Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto affamato di fronte a un ristorante chiuso”, “Il commiato dello chef: Acqua di odio”), o addirittura ristoranti (di prossima apertura “Un posto al Verano”); Achille Campanile gli dedicò a suo tempo un racconto ilare (“La mestozia”), e ci ha suggerito il titolo del nostro pezzo… Peraltro, a sottolineare vieppiù la vena profondamente letteraria dei suoi articoli, ci ha confermato egli stesso di avere un nuovo romanzo in lavorazione (lo so che ha detto che non è vero – ma chi crede più agli scrittori?). Scartati i titoli più ovvi (“Non mi piace”, “Non aprite quella porta di ristorante”), abbiamo già una rosa di possibilità (scelte appositamente per distinguersi dalla restante produzione narrativa contemporanea): “Il cortiletto sul retro dal profumo odoroso di trippa coi fagioli”, “La cassoeula con le arachidi selvatiche al fior di cardamomo nel castello delle prugne volpine secche”, “Il piccolo mangiatore di carote verdi ricoperte di argilla caramellata sotto ottantatrè piccoli soli d’argento sul fiume inondato di barolo sfuggente”…

Hai dato un’occhiata alla guida, Christian? “Sì… e ti voglio dire subito cosa c’è che non va: innanzitutto non ci sono  segnalazioni relative al personale dei vari locali. Visintin, ma perché non ci segnala il tal ristorante che ha al servizio la gentil donzella che serve un bel piatto di peperonata con uno scollo da vertigine o la tal enoteca che serve ai suoi clienti un calice di vino importante arieggiato mediante l’ancheggiare della cameriera che si dirige mollemente sui suoi tacchi 12 dal bancone al nostro tavolo…? E non vedrei male la presenza degli indirizzi Internet dei siti, delle pagine facebook twitter instagram pinterest google+ storify highlight…”

Comunque – serata piacevole, presentazione interessante e divertente, è stato bello vedere il Vero Visintin dal vero – forse… sarà poi stato lui? o un suo Alter Ego? – a proposito… ma Emanuele dove è finito? non si è visto per tutta la sera… Vuoi vedere che era magari dietro le quinte a eterodirigere il figurante…

Il critico nerovestito si alzò, salutò il pubblico, e si diresse a passi veloci verso l’uscita, con il volto celato, gli occhi ascosi dietro le spesse lenti nere degli occhiali neri… venne ritrovato dopo due giorni nello stanzino delle scope, la cui porta, nel suo mondo tutto nero, aveva infilato per uscire…

Il noto foodblogger Christian con il noto Foodblogger Mascherato (con una tovaglietta di carta davanti alla pancia per non farsi riconoscere): di fronte a loro anche VMV s'inchina...


Emanuele Bonati con Christian Sarti e Totò



BlogVs da leggere: Liccamuciula racconta…

10 September 2011 - Commenti »

I biscotti di mandorla dei Sioux

di Liccamuciula

Tutte le storie ne sussurrano una: quella che non racconteremo e che pure tutti dovremo vivere.

Se valgono qualcosa, ci conducono altrove, e dilavano i confini tra questo mondo e un altro.

Nel frattempo, le storie insegnano, testimoniano, liberano e  gridano, innamorano. Tirano i capelli a ragazze addormentate da secoli e fanno rifiorire lussureggianti bellezze che il tempo ha trasformato in resina.

Vivo in un villaggio di pescatori, dove sei barche e cinque famiglie sono tutto ciò che rimane di una storia memorabile di uomini, di maree, di enormi pesci guizzanti dal fondo salato e oscuro della natura.

Alcuni nomi – buffi, gentili o austeri – splendono contro l’arenaria che sigilla le vecchie storie della tonnara di Marzamemi.

Il villaggio è tutto in arenaria bionda e bianca, come Angelica nell’Opra dei pupi, e, nonostante la cintura di brutte case nuove e gli aculei di baretti in stile metropolitano, non mette in fuga le ombre. Ecco, posso chiamarle per nome ed esse non interrompono il lavoro quotidiano – conzare reti o impastare o girare enormi cauraruni di cibo: la mia voce è un fruscio estraneo che lascia un velo dolce di stupore sui volti concentrati a vivere semplicemente.

Ci vuole molta fatica a vivere semplicemente, e loro, gli abitanti del villaggio, sono ben lontani dal  saperlo: le loro storie sono già nel luogo profondo e sicuro in cui tutto si possiede d’istinto.

Posso chiamarli per nome.

Matticana, che svegliava alla pesca gridando: ciurma a mare!

Raisi Catrini, detto il Principe.

Sua figlia Nina, cui la Madonna promise di morire giovane, al posto di una figlia.

Donna Sara, maestra cuciniera di sugu e di salsa.

Lisa, che tagliava le tempeste col coltello.

Oggi, nessuno sa più cosa sia una tonnara, anche se nelle edicole dei nostri paesi si trovano  saggi e racconti, più o meno leggibili e puntigliosi, che spiegano quando e come si calavano le reti  ingegnose e terribili, come si pescava questo enorme pesce babbasuni, buono di carne e di indole, terrorizzato da rumori e colori sgargianti. Le tradizioni delle tonnare della costa occidentale si mescolano con testimonianze e racconti di quelle della costa orientale e calabresi, in un inafferrabile ed enfatico miscuglio di notizie tecniche, memorie e foto d’epoca, che mi hanno sempre fatto sentire una  ragazza Sioux. Esattamente come i nativi americani costretti in una riserva, ho sempre sentito che qualcosa mi era stato tolto, e che tutta questa storia, per quanto attraente e colma di insegnamenti circa la felicità di tempi in cui non c’era la luce elettrica e i tetti erano rossi di conserva, non mi conquistava né mi apparteneva.

Oggi so, dopo una lunga circumnavigazione intorno a terre a malapena emerse, e grazie al cortocircuito tra memoria, studio ed uno strano temperamento, che c’è in quella storia – la micro-storia di un villaggio-tonnara abbandonato come un relitto d’oro tra Ionio e Mediterraneo –  un nucleo incandescente.

Appare appena, come l’aura di un tramonto, tra le mani di Matticana e donna Sara.

Splende come un anello tra le dita di Raisi Catrini, di Nina, e di tanti abitanti del vecchio villaggio.

Cerco quello splendore, interrogo il suo significato, nella caligine fresca di una cattiva annata, di una stagione buia e senza pesce nell’estate di tanto tempo fa.

Le barche nere della tonnara, snelle e cupe come il traghetto di Caronte, uscivano a tentare il mare, e tornavano con la loro fierezza appannata. La rete dei tonni le prendeva in giro, ciondolava vuota tra le onde profumate, tanti mesi dopo la cala dei gabbioni.

I tonni, stranamente svegli e accorti, se ne stavano alla larga, e tutto l’armamentario della tonnara, comprese l’ipnotica nenia della cialoma, la camera della morte, e le mani svelte dei bambini che avrebbero smistato i pesci piccoli, restava bloccato in un incantesimo, attendendo il risveglio febbrile della grande pesca.

Allora, un pezzo di cappotto, lercio e scuro, avrebbe sventolato dallo scieri del Raisi, a segnalare la pesca di cento tonni. Il Principe avrebbe sorriso soddisfatto, chiudendo gli occhi sul furto di qualche pezzo d’uovo di tonno o di palamito.

Sarebbe stata la buona annata invocata da una cialoma famosa, non il canto di lavoro della tonnara di Marzamemi, di cui rimane poca e rimaneggiata traccia: la mia gente, ad certo punto, non ha più avuto bisogno delle sue memorie, poco utili nelle città del Nord o nei quartieri piccolo-borghesi del capoluogo di provincia. Si conserva ciò di cui si ha bisogno, ed una vela così bianca da sembrare azzurra non occorre a chi deve contare bulloni o sposare la figlia ad un impiegato dell’anagrafe, su in città.

In ogni caso, quell’estate di penuria e di tonni sperti aveva bisogno di storie, di gente coraggiosa, e di vino rosso per cancellare il livore. Il mare si era semplicemente chiuso, incollando le sue valve come una donna strega, una maiara. Il Principe proprietario della tonnara chiamava il suo omonimo, il Raisi Catrini detto Principe, il cui titolo assai più illustre e svettante derivava dai regni marini, e  gli strofinava faccia e muso nella polvere davanti ai suoi uomini.

Il Principe proprietario veniva, con ogni probabilità, da una grassa famiglia di raisi o forse commercianti di pesce calabresi: dopo aver comprato il titolo, un paio di secoli dentro le stanze afose e preziose dei palazzi nobiliari di Noto avevano cancellato certe grossolanità, ma non l’occhio svelto nel contare tonni e nel registrare il valore dell’annata, nel capire quanto la radice preziosa della loro ricchezza, la tonnara di Marzamemi, avrebbe reso quell’anno. Nell’anno in cui accadde questa storia la radice era come disseccata, e il colpevole era il Raisi Catrini.

“La piuma di gallina, signor Raisi, ve la dovete infilare ’ndo culu. Manco lo straccio bianco dei dieci tonni avete portato.”

Il Principe arrancò furioso dalla porta affacciata sul baglio del palazzo, verso l’ombra verde del grande albero di fico. Si fermò, imitando la spennellata con cui, chino dalla barca, il Raisi faceva in mare una lente d’olio da cui osservava i flussi dei tonni.

“Questa ce la dovete stricare a vostra moglie, e mettetevi a fare il capo che siete, capo di pesci, no di viddani.”

Il Raisi pregò che la moglie non stesse sentendo. Quella era dappertutto come un diavolo, la Raisa, che comandava in terra quanto lui in mare. Era piccola e brutta e lui alto e bellissimo. L’aveva sentita cantare in chiesa a Portopalo e l’aveva voluta, onesta, pulita e luciferina, così com’era, si era fidato della sua voce aspra, che controllava e sovrastava tutte le altre.

“Ora,” continuò il Principe, “o qui i tonni arrivano e allora facciamo finta di nulla e facciamo festa… oppure ’ama a cominciare a raggiunari, dobbiamo ragionare, di chi vi dà da mangiare e da dormire questo inverno, perché da qui, ve ne dovete andare tutti, tutti insieme in una notte, picciriddi magari, come gli Ebrei nel deserto, signor Raisi.”

Il Raisi del mare e dei tonni sapeva tutto. I suoi uomini lo rispettavano come un vero capo: non beveva, non bestemmiava, e al contrario della moglie, era di bocca pulita e forbita, le rare volte in cui si udiva discorrere la sua voce. Aveva mustacchi ordinati, schiena forte, voce dolce e composta. Del mare sapeva tutto. Se i pesci non arrivavano non era cosa che gli uomini potessero ragionare. Quello che si ragionava e si decideva, era stato fatto.

E perché a Scopello o Pizzo si calava la rete per san Giorgio, ad aprile, anche se il signor tonno arrivava un poco più tardi? Non lo sapeva il Principe? San Giorgio scannava la bestia a forma di drago, di serpente, ma sempre bestia era, sempre diavolo. Il tonno pure da lì veniva, da cose che andavano piegate con la lancia dei santi, con i coltelli delle maiare, cose che non si potevano ragionare.

Un Raisi deve portare pazienza, avere un cuore coraggioso più per gli uomini che per la tempesta. Perché in quel mare tiepido e chiuso rischio di morte ce n’era abbastanza, ma era più forte il rischio di non essere più niente, di scivolare atterrato con le gambe molli.

Raisi Catrini guardò il pezzo di cappotto lercio sul fondo dello scieri, la bandiera agognata della pesca grossa. Veniva dall’abito di nozze di un pescatore di Santa Panagia, che era morto mangiato dal male niuro e prima di morire a venticinque anni aveva saldato il suo conto con il mondo dei tonni, di san Giorgio e delle ombre bagnate, stracciando i suoi vestiti e facendo a pezzi le quattro masserizie che possedeva.

Non sapeva il Raisi, che di lì a poco il pezzo di cappotto avrebbe sventolato molte e molte volte, contro il mare che adesso aveva spalancato le sue valve, scandendo le giornate straordinarie di quella che diventò una stagione di pesca memorabile.

Il Principe fece radunare il Raisi e i suoi uomini nella Loggia della tonnara, enorme tempio di pietra zuccherina, dagli altissimi tetti da cui pendevano i tonni squartati. Fece portare, per festeggiare la buona annata, vassoi carichi di biscotti di mandorla, quelli spolverati di bianco, con il capezzolo di ciliegia rossa.

“Ciurma!” disse il Raisi, fermando i suoi uomini.

Con quel gesto Raisi Catrini, monaco delle schiume marine e capitano di canali sotterranei, non fermava solo il desiderio di chi quei biscotti da principesse li vedeva, forse, solo a Natale,

“Ciurma” disse il Raisi. Si avvicinò a un tonno grasso e lucente, gli mise in bocca un biscotto. “E’ a lui che dobbiamo ringraziare, Voscienza, Principe”  disse.

E se ne andò, seguito dai suoi uomini, senza toccare un biscotto.

Il biscotto che Raisi Catrini, ultimo raisi della tonnara di Marzamemi, mio bisnonno, mise in bocca al tonno finalmente incagliato insieme ad altri cento, era l’equivalente della lancia di san Giorgio – il suo speculare contrario.

Qualcuno potrebbe vedere in quel biscotto un piccolo pezzo di dignità ricomposta, da parte di uomini di mare e di fatica che talvolta ricordavano, con un semplice gesto, l’esistenza di altre gerarchie, forse brutali quanto quelle del mondo dei rigattieri diventati nobili, ma scaturite da un altro scenario. E di certo, il biscotto del Raisi Catrini era anche questo.

Ma era anche l’offerta al mondo delle creature primigenie e misteriose, un pezzo della mappa di luoghi diurni e assolati in cui vivi e morti camminavano insieme, condividendo cibo, fatiche, canzoni. Conoscere,  o almeno immaginare quel mondo,  trasforma i relitti in cose vive, vere barche che solcano e trasformano mari di inutilità e solitudine in un grande coro che respira e consola.

Avvicina al nucleo incandescente che un’antica comunità di pescatori stremati, bambini magri e donne sdentate anzitempo alimentava e custodiva,  e fa si che le ragazze Sioux possano ancora oggi innalzare un canto per la pioggia e per la vita, al di là delle curiosità dei turisti e della retorica dei bei vecchi tempi che non servono più a nessuno.

Resta ancora da dire da dove arrivavano i biscotti che il Principe offrì alla sua ciurma.

Forse da Noto, cittadina sonnolenta dove una sfavillante residenza, ricamata da maschere e frutti, perpetua il nome di quella  casata. Non erano certo i biscotti di Nina, la figlia del Raisi Catrini, mia nonna: piccoli e profumati di limone, decoravano una mensa semplice e sapida, dove tutto sprigionava storie.

Quando mia madre, erede della mano prodigiosa di Nina, prepara i biscotti di mandorla, le porte della cucina si spalancano e le piccole ranocchie che saltellano tra i vasi di gerani si avvicinano incaute. Nina canta Lazzarella alle sue bambine, strizza l’occhio alla Madonna, ricordandole  il loro patto.

Biscotti di mandorla di Nina

1 kg di farina di mandorle

1 kg di zucchero

da 8 a 10 chiare d’uovo

buccia grattugiata di 3 limoni siciliani, non trattati

ciliegie candite rosse e verdi

un cucchiaio di miele

Impastare la farina di mandorle con lo zucchero e le chiare d’uovo. Aggiungere le bucce di limone finemente grattugiate e un cucchiaio di miele, lasciar riposare l’impasto per un’ora. Porre l’impasto, che dovrà risultare molto morbido, in una tasca da pasticciere con il beccuccio argentato. Formare delle piccole palline, schiacciarle leggermente e porre su ciascuna una ciliegia candita.

Infornare nel forno preriscaldato a 180 gradi e cuocere per quindici minuti circa. Conservare in una grande boccia di vetro infiocchettata.

Liccamuciula

http://www.liccamuciula.it/

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BlogVs da leggere: L’acqua cotta di Pietro Citati

31 August 2011 - Commento (1) »

Cito  da un articolo di Pietro Citati, Pane e acqua cotta. La cucina per i poveri, pubblicato sul “Corriere della Sera” del 29 agosto.

Fino a sessant’anni fa, la Maremma era una regione povera: talvolta poverissima. La festa del cibo avveniva a dicembre o a gennaio, quando si uccideva il maiale: era una specie di raptus dionisiaco, ma spesso un solo maiale apparteneva a più famiglie e doveva durare per un anno intero. Il simbolo della civiltà culinaria maremmana era invece una specie di minestra, che aveva un nome bellissimo: l’acqua cotta. Era il cibo dei poveri: non costava quasi niente: veniva fatta d’avanzi e di erbe trovate nei prati; e il suo suono giocoso faceva capire che non si trattava nemmeno di un cibo, ma di uno scherzo con l’acqua del mondo.

La massaia preparava il pane una volta la settimana: lo custodiva in una grande madia; e, alla fine della settimana, il pane era secco, quasi raffermo. La mattina del settimo giorno la massaia raccoglieva le verdure e le erbe: soprattutto cipolla, sedano, radicchio di campo. Un poco d’olio li inumidiva. Poi c’era l’uovo: non costava molto, giacché qualche gallina razzolava sempre nell’orto dietro casa; eppure un uovo doveva bastare per sei porzioni. A questo punto, la massaia impugnava la padella, e soffriggeva la cipolla, il sedano e il radicchio. Pomodoro e acqua riempivano la padella fino all’orlo. Sotto la sorveglianza degli occhi svagati delle ragazze di casa, tutto bolliva e ribolliva per circa un’ora. Restava un ultimo gesto. La massaia tagliava meticolosamente il pane secco o raffermo in fette sottili: le disponeva nella zuppiera; e rovesciava cipolla, sedano, radicchio di campo, sale, pomodoro, acqua caldissima sopra le magre fette di pane.

Raccomando l’acqua cotta a tutti coloro che coltivino le infinite forme della minestra. Non ne conosco una migliore: il giorno dopo, o due giorni dopo, è ancora più umida, sottile e profumata.

L’acqua cotta o acquacotta è una delle meraviglie culinarie che ci accompagnano da secoli… L’ultima l’ho mangiata poco tempo, in una serata da Enocratia con la Cantina Pieve Vecchia, che si era portata dietro bottiglie e calderoni di acquacotta (e tortelli e scottiglia…). Poesia – come il brano di Citati.

Emanuele Bonati

BlogVs da leggere: “La brioche” di Emanuele Bonati

3 August 2011 - Commenti (2) »

Di tanto in tanto, Dissapore sceglie dei libri da regalare come premio ai lettori che partecipano, con un proprio elaborato, a questo mini-contest. Settimana scorsa il premio era Regali golosi di Sigrid Verbert, pubblicato qualche mese fa da Giunti. Ovviamente, l’invito rivolto da Massimo Bernardi era di raccontare il regalo più goloso ricevuto, e perché, e percome. Ho partecipato – anche perché mi è tornata subito in mente una brioche, che se ne stava da qualche parte, addormentata. E ho vinto (devo dire, visto che sono notoriamente modesto, che ho anche ricevuto molti complimenti, non so se per aver leggermente virato sul patetico, o cosa… ma questi commenti ve li risparmio: potete leggerli qui): ecco quindi che ho pensato di riproporre la mia storia…

Con “Una brioche” inauguriamo una nuova rubrica di BlogVs: “BlogVs da leggere“: testi, più o meno lunghi, accompagnati o meno da una ricetta, che si propongono come veri e propri racconti, o nel mio caso raccontini, che abbiamo scelto o scritto appositamente per il nostro blog. Inizio io per il discorso di modestia cui accennavo prima – ma soprattutto perché se fossi arrivato sotto i vostri occhi dopo il bellissimo racconto di Liccamuciula che pubblicheremo nelle prossime settimane, mi sarei veramente vergognato…


Una brioche. Fatta in una panetteria pasticceria dietro l’angolo, ma comunque una normalissima brioche.
Dev’essere successo una decina d’anni fa, ai tempi del mio innamoramento per una collega d’ufficio. Lei veniva da fuori Milano, scendeva alla stazione di Milano Bullona (bella – che ora non c’è più… ma non c’è più nemmeno la collega… e neanche il nostro amore, se è per questo…). Io arrivavo in auto, posteggiavo nel cortile interno dell’ufficio, andavo a prendere il giornale, il caffè, e intanto lei arrivava, ritardi ferroviari permettendo. Ai tempi ero già sul grassottello, per usare un eufemismo – no, che eufemismo, ero grassottello, ma non esageratamente. E lei cercava già di mettermi a dieta, di frenare i miei appetiti, la gola che mi portava fuori dalla retta via.
Quella mattina, invece di tornare verso l’ufficio dopo aver preso il giornale, senza pensarci mi sono incamminato verso la stazione, nella direzione da cui doveva arrivare. Avevo voglia di vederla presto, subito. Se non ricordo male (ma non so bene – la fine dell’amore ha coinciso con la fine dei ricordi, dei tempi, lasciando solo una sensazione di bello e di felicità passata), la sera prima eravamo stati assieme. Ma avevo voglia di vederla, quasi senza rendermene conto. E pensavo, ecco, adesso svolta l’angolo. E in effetti in quel momento lei svoltò l’angolo, mi vide, mi sorrise. Felice. Felici entrambi. E da lontano vidi che aveva in mano un pacchettino, uno di quei sacchettini bianchi da fornaio. Uno di quei sacchettini giusti giusti da brioche. Vedevo la brioche dentro il sacchettino, ne sentivo l’odore, anche se eravamo ai due capi opposti dell’isolato.
Mi ritrovai accanto a lei. Un bacio. La brioche era per me, perché se dovevo dimagrire?, perché ero bravo, perché mi amava, perché non lo so. Avevo il magone dalla felicità.
La brioche era buona, ottima. Mai mangiate di così buone. Pensavo che la mia vita sarebbe stata sempre così, con lei e con una brioche nel sacchettino, sbocconcellata saltellando (metaforicamente, ma non ci giurerei) verso il lavoro.

Emanuele Bonati