“Datemi champagne e buon cibo ed io sono in paradiso.”
Marilyn Monroe
Toldo è chiuso per lavori. Anche il negozio di lato (quello di lato a Toldo, non LatoG, che è sì di lato a Toldo, ma dall’altro lato di Toldo: il negozio di lato dall’altro lato di latoG a Toldo) è chiuso.
Toldo si sta allargando…?
Emanuele Bonati
“Sai cos’è che mi piace? Le cose buone da mangiare, certamente; gli ingredienti, le preparazioni, la cura nell’apparecchio della sala, il servizio, l’arredo… Tutto quello che contribuisce a rendere la mia esperienza unica e personale e più o meno riuscita. Ma quello che mi piace è quando incontri qualcuno in grado di renderti conto di tutto quello che hai sul tavolo, di ogni ingrediente e di ogni singola briciola di pane, di ogni mattone, dei figli del produttore di pasta o del raffreddore delle pecore che hanno dato per questo meno latte e allora il pecorino…”
Quando Totò parte, bisogna lasciarlo andare – sorvegliandolo, certo, ma lasciargli percorrere tutte le tangenti e tangenziali che vuole – tanto ritorna sempre (ahimé…).
“Ti ho sentito, sai? E non trovi anche tu che sia un gran bell’uomo?”
Beh, sì, certo, ma, normale, insomma…
“Hi, hi, sei imbarazzato?”
Ma figurati – per così poco? Semplicemente, non avevo considerato il lato estetico del nostro ospite, preso com’ero dal fascino dei suoi discorsi…
“Anch’io – e non sto facendo un discorso estetico – ma mi è venuto in mente il grande Totò, in Totòtruffa, mi sembra…” (Ah, le origini cinematografiche del nostro Totò vengono fuori in modo del tutto inaspettato, a volte…) “Ecco, Totò se non sbaglio impersonava una signora distinta ed elegante, nonostante la faccia di Totò e certi pelacci sugli avambracci… Insomma, questa signora Totò si sdilinquiva tutta con un signore per non pagare l’affitto, civettava e lo adulava… ecco, per farmi offrire una cena da David…” David? “Se si chiama così, come devo chiamarlo, Asdrubale? Insomma, i suoi racconti, i suoi ricordi, e della sua famiglia, e la descrizione dei prodotti, dei piatti, delle sue ricerche sul territorio…”
Alt – riprendo in mano la situazione, e cerco di fare un poco di ordine.
Siamo andati – con un gruppo di amici blogger – a conoscere il signor “Giulio Pane e Ojo” (“Che poi abbiamo scoperto essere un sacco di altre cose: ‘Abbottega’, ‘Casa Tua’, ‘Osteria del Mare’ a Montecarlo, ‘Quinto Quarto’ a Manhattan…”), ovvero David Ranucci – “Oste fondatore”, si definisce giustamente nel suo biglietto da visita.
Origine centroitalica, fra Lazio e Toscana, famiglia che si occupa di ristorazione da un centinaio d’anni (il Giulio di “Pane e Ojo” è una dedica a suo nonno), gestore di discoteche a Roma, a Milano quasi per caso, decide di fare qualcosa – e pensa studia si informa e apre appunto “Giulio Pane e Ojo”, avamposto delle cucine romane (non c’è un’unica cucina romana, ma come spesso, o sempre, c’è un’unione e un incontro di tradizioni e usi e prodotti…) a Milano dal 1999: una base di piatti tradizionali, all’insegna della qualità e del prezzo conveniente, per un locale inizialmente non molto grande (non sono riuscito ad andarci per anni, scoraggiato dalle code fuori – anche se mi si dice che di tanto in tanto venisse apparecchiato anche il tetto di qualche auto parcheggiata…), ma che pian piano si è espanso – il negozietto a fianco, l’appartamentino sopra, il magazzino sul retro, il locale dall’altra parte del cortile (“Vero: ho visto un paio di inquilini rientrare furtivi in casa, strisciando lungo le pareti, per non farsi vedere ed evitare di essere fagocitati; e anche la scala condominiale è chiusa da un cancello di ferro, per evitare che David vi si introduca e ti cominci a cucinare in salotto…”). Ambienti piacevolmente “casalinghi”, ma senza “casalinghitudine” di maniera: familiarità, piuttosto, convivialità.
Grande successo: è così che Ranucci è diventato “Oste Fondatore”, e ha dato vita ai locali di cui sopra – il recente “Abbottega”, pressoché di fronte a Giulio, aperto fino a mezzanotte, con un angolo per la vendita di vini salumi e formaggi (“Ma hai sentito che meraviglia il pecorino romano? Sai che il produttore è forse l’unico romano rimasto a produrre l’autentico pecorino romano, mentre gli altri produttori pastori si sono stabiliti lì venendo dalla Sardegna, e quindi…”) scelti personalmente, con un rapporto diretto col (piccolo) produttore, “biologico” a sua insaputa… – “Casa Tua”, Toscana a tutto spiano dal 2007, un po’ più avanti dall’altra parte della strada (ci si espande a macchia d’olio – siamo in zona Porta Romana, e c’è chi assicura di aver visto sui resti dell’antica Porta un citofono con il campanello “David Ranucci”) – ma anche un “Quinto Quarto” a Manhattan, e, sempre in una città con la “M”, Monaco, a Montecarlo, “Osteria del Mare” (quando esce di casa per andare a comprare una pizza, torna con una pizzeria a Miami e una a Mombasa…).
OK – siamo stati invitati da Ranucci, con un gruppetto di blogger, a conoscere “Casa Tua” (“Quindi mia, no? ma anche degli altri? e allora ‘nostra’, o ‘vostra’, se la precisione…”), e il cuoco di “Giulio”, Sami, di origine egiziana (“Ecco, questi stranieri che vengono qui a rubarci il lavoro! Vero che lo fa benissimo? Mi piace che la cucina del territorio passi tra le mani di gente che viene da tutti gli ‘altrove’ possibili e venga ad un tempo conservata e rinnovata…” – stai diventando verboso e noioso, lo sai, vero?), per una cena di introduzione alla loro idea di cucina del territorio che… o mamma, sto diventando verboso anch’io…
Panzanella, per cominciare: un classico, con varianti, pane sciapo, raffermo abbrustolito inumidito bagnato (“Sai che non amo i piatti inzuppati, che i crostini li faccio passare appena dentro la minestra e li mangio subito – ma qui era proprio al punto giusto di imbibitura, morbido e croccante assieme – e le verdure: insomma, se le materie prime sono buone…”), con verdurine fresche, giro d’olio…
Pappa al pomodoro: siamo sempre nel classico, con un piatto tutto sommato semplice, e forse per questo a volte clamorosamente sbagliato; qui, perfetto, dev’essere sempre una questione di ingredienti, di qualità, ma anche di cura e di attenzione (e di studio della tradizione, perché no?).
Testaroli – forse il formato di pasta più antico, “sopravvissuto” in zone come la Lunigiana: un mix di acqua e farina cotto in un apposito contenitore di terracotta, il testo – un nome che suona di latino… – tagliato poi a rombi e ri-cotto come una pasta e condito – qui con pecorino e olio, e poi con un pesto di pistacchi, straordinari, semplici, buonissimi.
Arrosto morto – altro piatto tradizionale, un arrosto di petto di tacchino lardellato con guanciale, cotto in pentola (“morto” perché non si muove come quando cucinato al girarrosto..?!) – “Non male, forse mi ha colpito meno del resto, il tacchino non è la mia passione…” – in effetti, “appena” buono.
Il dolce – magari non proprio tradizionale, ma delicato (“E la mia fetta era un po’ piccola…”) – crostata con nutella ricotta un po’ di rum cioccolato grattugiato sopra…
E allora? Mangiato proprio bene, un posto piacevole, Ranucci è effettivamente un personaggio (e un imprenditore) notevole, il cuoco bravissimo. E – cosa importante – qui come da Giulio (andremo a verificare a Montecarlo e a Manhattan…) il conto è moderato: antipasti da 4,50 a 7,50/9,50€, pasta 9/10€, secondi 13, dolci da 3 a 6..
“Mi sa che ‘Casa Tua’ la senti proprio tua, vero?”
Sarà un “Miracolo a Milano”…
***
Grazie a Paola Sucato Ci_polla, Marta Tovaglieri Streghetta in cucina e Anna Maria Simonini The Kitchen Times per le foto… quelle scattate da Totò erano pessime (l’emozione di fronte ai piatti? era intento ad ascoltare le affabulazioni di Ranucci? chissà…).
Via Muratori angolo Via Corio
Milano
Tel. 02.55.14.269
Emanuele Bonati
Totò hai visto dove sono finite le mie bretelle?
“Quali? quelle a fiori? Le ho prese in prestito io.”
A parte che ti ho già detto di lasciare stare le mie cose, sempre e comunque, cosa te ne fai?
“Guarda come mi stanno bene! Sai com’è, la cintura dev’essere rotta, non riesco a chiuderla…”
Magari non è la cintura, è che sei tu che sei un po’ ingrassato…?
“Magari è l’umidità che fa rattrappire un po’ il cuoio!”
Ma senti…
“Comunque, ho pensato: per non correre il rischio di ingrassare, dobbiamo deciderci a mangiare meno, specie se dobbiamo farlo spesso, per scrivere i nostri articoli, magari prendendoci un piatto per uno e scambiandoci degli assaggi…”
Ma…
“No no guarda va bene così anzi risparmiamo che sai di questi tempi la crisi io non posso permettermi…”
Ma se pago sempre io!
Per assecondare questa nuova mania di Totò – fuori a mangiare in tempo di crisi – siamo stati a pranzo in un posto carino, un ristorantino-ma-non-solo, circa: Gattò Viaggi Robe & Cucina.
Aperto già da qualche anno, mette in vetrina, oltre al menu, alcuni vari articoli – oggetti, borse, e altro. Un po’ boutique, un po’ bistrot, un po’ non so. Negozi che uniscono culinaria e commercio di altre cose, più comuni forse all’estero, ne sono sorti di recente un po’ dappertutto, a Milano, oltre a Libri & Caffè (purtroppo chiusa di recente), un negozio che vende fiori e vino in via Fauché, un altro di salumi e scarpe in Cesare Correnti… Tutto da esplorare. Partiamo da qui, allora. A pranzo da Gattò…
“Mi piace il nome Gattò, è originale –Miciò sembra poco serio, Cané no, troppe assonanze strane… e Topò no, non va proprio…”
Ecco, il mood di umorismo autarchico no – da uno che le battute gliele scriveva Cesare Zavattini, mi aspetterei altro. ‘Gattò’ è la napoletanizzazione del termine francese gâteau (durante la permanenza francese in queste contrade nacquero anche il crocchè e il ragù), che indica una torta di patate, salame e formaggio.
“Sembra buona! Posso prenderne una fetta come stuzzichino…?”
Passiamo a leggere la carta, che racconta per bene i vari piatti, e usa dei nomi molto molto indovinati e originali, e raccontiamo cosa abbiamo assaggiato.
• McGattò, 12€. La proposta piatto unico con acqua e caffè: hamburger di manzo con insalata mista e patatine.
• Promenade des Anglais. Una salade Niçoise con insalata mista acciughe tonno pomodoro cuore di bue, 11€
• Gioco di gamberi, 12€: insalatona gamberi avocado. Buona, abbondante.
• Arragusado mio, 12€. Maltagliati freschi home made (“Certo che anche se li chiamavano fatti in casa… anzi, suonava pure meglio…”) con ragù rosso napoletano fatto con pomodori passati e un pezzo di manzo cotto per ore pippiando fino a sbriciolarsi. “Che bello!” In effetti l’occhio è soddisfatto subito al primo impatto: un bel piatto, colorato, invitante – e buono, si sente preparato con passione, se queste cose si possono sentire. Un filo d’acqua di cottura di troppo nel piatto, qualche grado di temperatura di troppo della pasta; ma dopo un attimo veramente un piatto gustoso.
• Una risata di gusto: riso carnaroli mantecato con mazzancolle rucola pomodoro fresco. Sarebbe stato da prendere solo per il nome – “E perché mi piace il riso…” – ma continuo ad avere delle remore sulla rucola, che a volte mi sembra veramente un succedaneo del prezzemolo – va bene dappertutto, si trova dappertutto – no, grazie.
• Pork Avenue 14€: filetto di maialino mantovano saltato in padella con patate novelle e zucchine al profumo di senape. Ma che belli i nomi di questi piatti. Questo era da prendere solo per il nome, ma abbiamo preferito…
• Qui tutti i salmoni finiscono in gloria 14€: salmone fresco impanato al sesamo cotto al forno con mini taccole fresche saltate in padella e finocchio, e meno male che abbiamo scelto questo, anch’esso buono a vedersi bello a mangiarsi e viceversa, cottura perfetta, morbido, saporito, buone le taccole, ancora ancora bis… (“Emanuele! controllati!!”).
• Il nonno grasso è semifreddo, un semifreddo appunto torroncino caffè crema (ma cosa ridi? non penserai che iolo abbiano dedicato – preventivamente – a me, vero?).
• Amaretto in bocca, semifreddo home made (“Ancora? che sia il nome di una fabbrichetta…?”) amaretto crema inglese granella croccante di mandorle: ecco, il dolce abbastanza irrilevante, buono, per carità, ma senza raggiungere la delicata poesia di gusto delle altre portate. Peccato.
Tavolini all’aperto, ambiente piacevole, gentilissimo il cameriere. La sera il menu, e i prezzi, sono più impegnativi.
Dal loro sito: “La nostra è una cucina mediterranea, fatta di sapori semplici ma decisi e cotture leggere senza grassi, da mangiare tutti i giorni, che partono dalla qualità e dalla freschezza quotidiana degli ingredienti: nei nostri piatti, le materie prime sono il risultato di una ricerca continua e fortunata, di una selezione accurata, di una passione totale. Questa scelta ‘casalinga’ comporta che a metà serata possano non esserci tutti i piatti indicati nel menu, vi chiediamo scusa in anticipo. Siamo felici di avere clienti affezionati e per garantire sempre un’offerta coerente (e divertirci lavorando), ogni giorno sostituiamo qualche piatto e spesso sperimentiamo novità, seguendo il corso delle stagioni. Avviso ai napoletani: alcuni piatti hanno origine a Napoli ma sono stati un po’ rielaborati, non li troverete fatti come da mammà.” Promesse diremmo mantenute.
E i viaggi del nome? A quanto pare, sono il ricordo della precedente avventura di Gattò – “morta” per ragioni tristemente burocratiche, per un “miracolo a Milano” non avvenuto…
Gattò
Via Castel Morrone 10
Milano
Tel. +39 02 70006870
Emanuele Bonati
Chuck Norris negli anni ‘60 poteva ordinare uno Chateau Lafite del ‘74 .
“Quaglio’, accà avimm’ ’a prennere ‘na decisione…”
Eh?
“E non taliarmi accussì – mi devi acridiri…”
Alt! …scusa – forse te la sei presa perché VMV (Valerio Massimo Visintin), il famoso critico sconosciuto del Corriere, citandoti nel suo post di congedo pre-vacanziero ti ha messo in bocca un accento napoletano (e peraltro si dice “guaglione”, non “quaglione”, e “taliare”, e l’infinito in -iri, li hai presi dal siciliano di Camilleri…).
“Tas! ti te seet minga de Milan, va ben?”
Ohi – un attimo: per parte di padre milanese-lombardo, mamma emiliana ma a Milano da ragazzina…
“Va ben – tirem innanz… Voeuri minga dì che me piasen no i napoletani, figures – anca perché vegnen tucc a Milan, come dice la canzone di Giovannino D’Anzi, e se vegnen chì, e stann chì, voeur dì che hinn anca lur milanes, no? Insomma – mi spiace un po’ che VMV abbia disconosciuto la mia milanesità… Dopotutto, sono proprio tornato per questa rubrica Miracolo a Milano dopo sessant’anni per fare un po’ il punto su Milano e il mangiare oggi…”
Il ragionamento non fa “gnanca on plissè”, diceva mia nonna – nemmeno una grinza.
Comunque – l’esordio di Totò voleva introdurre un’incursione nella napoletanità importata a Milano: Fresco & Cimmino, aperto da un anno e qualche mese in via Ugo Foscolo, in centro che più centro non si può… (“Ma qui sopra non avevano appoggiato The Cube? Hai visto? Tante polemiche, tanti nasi torti, e colli obtorti, e poi l’hanno smontato senza problemi, la piazza non è cambiata, la faccia bella di Milano ha resistito e metabolizzato lo ‘scempio’ architettonico, lo sfregio inferto per mano della modernità…”).
Bel locale, ampio, luminoso – rumoroso, anche. Molti tavoli (leggo in giro sui 250-300 coperti), a volte un po’ stretti. Che siamo in territorio napoletano si può capire dalle scritte (frasi detti proverbi motti) che si inseguono sulle pareti – idea carina, all’insegna appunto dell’incontro fra Pulcinella e Meneghino…. E ancora di più dall’accento meridionale, anzi, napoletano, del personale (che comprende peraltro anche calabresi ecc).
“Hai visto? I tavoli hanno i numeri e sotto il corrispondente nella Smorfia… 64: ‘a sciammeria… cos’è?”
Potenza dei mezzi iPhonici: è una giacca da cerimonia, la marsina (che appunto l’altro Totò indossava spesso…).
“Voglio il fritto di antipasto, ma anche mezzo kilo di mozzarella di bufala (19€ mezzo kilo… però…), e la pasta e due pizze con la pizza con le scarole…”
Fermo lì: io prendo un piatto di pasta (“Dai prendi O’ Scarpariell’, così la assaggio), tu ti scegli una pizza, e come antipasto un bel fritto cafone…
“O’ dittatore…”

Il fritto cafone è molto buono, leggero: formaggio mozzarella pasta fritta arancini di riso piccolini tocchetti di polenta (tocco di nordicità? “Ma no, è un ingrediente fondamentale del fritto cafone, non è che perché siamo polentoni la polenta sotto il Po non esiste…” – touché) niente verdure.
Buona anche la pasta: intanto, dopo qualche minuto di attesa il cameriere (bravo, gentile, cordiale) ci ha informato che bisognava attendere ancora un po’ perché il tempo di cottura, dodici minuti, e così via – arrivata, buona, ben condita, saporita (la pasta è stata passata in padella con pomodorini formaggio basilico, semplice ma buona, cotta giusta, che bellezza!).
“Posso prendere la pizza con parmigiana di melenzane?”
Certo, puoi scegliere quello che vuoi. La parmigiana è una nostra passione comune, anche se avrei preferito qualcosa di più “tranquillo”, non proprio una margherita o una marinara, magari una “Arriva, sta’ zitto!”
Eccola: cornicione alto, e in mezzo…
Insomma: melanzane, c’erano, mozzarella, c’era; ma probabilmente quella di Totò non è stata una scelta particolarmente felice.
Leggermente liquida al centro, la parmigiana erano melanzane e mozzarella, ok, ma diciamo “separate” fra di loro e dalla pizza: non che mi aspettassi una porzione di melanzane alla parmigiana gettate pari pari dalla teglia sulla pizza, ma così non diceva molto, e non ha convinto molto né me né il “napoletano arioso” Totò.
“Il cornicione poi era un po’ gommoso, non so, non mi è proprio piaciuto…”
Dolce? No, grazie, siamo comunque pieni. Peraltro sembra che la pastiera di Cimmino sia una delle migliori della città – sia di Milano che di Napoli. Sì, perché il locale Fresco & Cimmino è una filiazione del Gran Caffè Cimmino di via Larga, a sua volta fratello dell’omonimo locale napoletano – una garanzia nella tradizione culinaria e pasticcera partenopea, mi dicono.
Antipasti da 3 a 7-9€, fritto cafone 9,50, pizza di scarole 6€, primi 10-13, con pesce 20-22, secondi 12-20, pizze da 7 la margherita a 8,50, 9,50, 5€ marinara, 12 mi sembra la più cara.
Abbiamo provato ad andare sul sito: non funziona, c’è solo una homepage.
Via Ugo Foscolo, 4
20121 Milano
Tel. +39 02 97374869
Emanuele Bonati
Polvere di capperi. Cos’è? Si lasciano i capperi in una stanza chiusa, e dopo alcuni giorni, quando sono tutti impolverati, si spolverano avendo cura di raccogliere la polvere appunto in appositi vasetti portapolvere da cui trasferire la polvere stessa in un secondo tempo su piatti e portate?
Ok la polvere di caffè – e di cacao – e di fave di cacao? di pomodoro? di limone, di arancia? Polvere di arrosto su patata lessa? Polvere di coda alla vaccinara? Rigatoni con polvere di pajata?
Veneranda Astrusi
Carlo Petrini su “la Repubblica” del 16 luglio ha pubblicato un bell’articolo sull’Emilia terremotata. Anzitutto sottolineando la necessità di sostenere – nel nostro campo, che è quello dell’alimentazione, ma il discorso vale un po’ per tutti – la rinascita e la socialità attraverso i locali, i ristoranti, partendo da due esempi, l’osteria “La Lanterna di Diogene” a Bomporto, che impiega alcuni ragazzi disabili, e che è recentemente tornata all’attività, e l’osteria “Entrà” di Massa Finalese, vicino a Finale Emilia. Al di là degli sms solidali, degli aiuti concreti, è importante anche aiutare quelli che sono i centri di socializzazione, i loclai pubblici, i circoli, i bar, le biblioteche, i posti dove la gente del posto si incontra (e incontra gli amici e i visitatori “da fuori”) e ricostruisce quel senso di comunità “scosso” dal terremoto. E naturalmente le attività commerciali che ripartono fanno ripartire anche l’economia, la circolazione di denaro, i consumi…
Questa è anche la risposta che abbiamo dato, con sosblogger.wordpress.com, a quanti ci accusavano di aver organizzato le cene per il Rigoletto di Reggiolo e per l’Ambasciata di Quistello per aiutare dei ricchi chef che non ne hanno bisogno, per farci vedere e per farci pubblicità, per fare i fighetti, e quant’altro…
Ma Carlo Petrini nel suo articolo (lo potete leggere sul www.repubblica.it, o su Slow Food) avanza anche una proposta importante, e soprattutto operativa, per aiutare l’agricoltura in modo concreto, a cominciare dalle pere.

[...] parlando di agricoltura, essa ha le sue stagioni e presto ci sarà bisogno di una rete nazionale che si attivi per un’operazione che potrebbe diventare esemplare. Mi riferisco alle pere: le zone colpite dal sisma ne sono grandissime produttrici. [...] Le pere si devono di solito raccogliere tutte insieme, da metà agosto, un po’ prima che maturino completamente per poi stiparle in magazzini refrigerati che le mantengono per lungo tempo, per venderle a più mandate alla grande distribuzione e “allungare” la stagione di vendita. È il sistema agroindustriale, che sopperisce alla mancanza di varietà tradizionali precoci e tardive (queste sì che allungavano le stagioni), con un sistema più “tecnologico”. Il problema è che questi magazzini (come in un primo tempo anche le pompe per le massicce irrigazioni, ora riparate) sono stati pesantemente danneggiati dal sisma e non si recupereranno in tempo. Sappiamo bene che i capannoni non han tenuto (e adesso che saranno ricostruiti, oltre a rispettare i canoni antisismici cerchiamo di non creare altre ferite al paesaggio con ignobili costruzioni).
Ora, mentre si avvicina il momento della raccolta, chi coltiva le pere non sa come fare. Altri magazzini in altre regioni non saranno più liberi come ora, perché lì s’inizieranno ad accogliere le mele, si rischia dunque di dover far marcire i frutti sugli alberi. Allora, proprio mentre ero a Bomporto, si è pensato con il vicesindaco di San Felice sul Panaro, con il sindaco di Finale Emilia e con tutti i protagonisti della rete locale di Slow Food, di preparare per tempo un piano per salvare il salvabile. Cogliamo l’infausta occasione per tornare a un consumo più precisamente stagionale delle pere. Selezioniamo quei produttori che possiamo aiutare, costruiamo una rete di acquirenti (grandi distributori, gruppi di acquisto solidale, mense scolastiche e ospedaliere, ristoranti, mercati, viaggi nelle aziende per la vendita diretta) che s’impegneranno a comprare “en primeur” – in anticipo – queste pere, in cambio che vengano raccolte mature e nel loro momento migliore. Gli agricoltori non dovranno preoccuparsi se le pere sono sugli alberi e non andranno nei magazzini come di solito. Perché saranno già vendute, appena pronte ritirate o inviate a chi ha fatto la sua promessa. [...] Forse tornando a un modo di distribuire diverso, a rapporti umani invece che puramente commerciali, a un rispetto della vera stagionalità e quindi anche dei ritmi naturali, si potrà instillare quella che magari è una piccola goccia di solidarietà concreta, ma anche un modo di riflettere su come produciamo e consumiamo il nostro cibo. Tenetevi pronti, faremo sapere dove e come richiedere le pere, e poi per la settimana che si raccoglieranno belle mature dovrete correre tutti a comprarle, mangiarle, cucinarle.
Emanuele Bonati
“Per tutti i gusti” a luglio ci porta in Friuli Venezia Giulia con due nuove tappe di questo “giro d’Italia a tavola” : il 16 luglio e il23 luglio.
La prima, il 16 luglio appunto, prevede una cooking class per blogger e giornalisti e una cena (del costo di 55€), aperta al pubblico e ai blogger suddetti, al ristorante Il Canneto dello Sheraton Milano Malpensa. Il menu sarà poi disponibile per tutto luglio presso il ristorante, a 45€.
Gli chef del Friuli Venezia Giulia coinvolti negli appuntamenti sono
• Alessandro Gavagna (La Subida di Cormons, Gorizia)
• Micol Pisa (scuola di cucina Mestoli & Padelle di Buttrio, Udine)
• Andrea Canton (La Primula di San Quirino, Pordenone)
Prevista anche la partecipazione dello chef Andrea Gabin (La Mondina di Marulo, Lodi) – e del padrone di casa, lo chef Enrico Fiorentini.
Visto che il 16 luglio è oggi, i fornelli sono già accesi: e allora eccovi una foto di Micol Pisa e Virginie De Dea scattata da Carlo Vischi, deus ex machina delle serate Per tutti i gusti, da noi accortamente sottrattagli…