Archivio per March, 2012

L’arte di presentare i libri e “Il gusto delle donne” di Licia Granello

27 March 2012 - Commenti »

Presentare i libri è un’arte difficile, lo sappiamo – bisogna essere obiettivi e diplomatici, entusiasti e distaccati, informati e curiosi, spiritosi e colti e attenti e ironici e un sacco di altre cose. Bisognerebbe.

Anche fare il pubblico è difficile. Bisognerebbe aver letto il libro, o averne almeno un’idea, e intervenire, gratificare in qualche modo l’autore di turno. Bisognerebbe dimostrare interesse, applaudire a tono. Bisognerebbe fare domande con un senso se non proprio epocale almeno logico.

Come quella signora che alla presentazione del libro dello Chef Rompiscatole, Marco Squizzato, Un rompiscatole in cucina, che prevedeva uno showcooking con appunto scatolette che per non fare pubblicità ai prodotti erano state ri-etichettate con la copertina del libro, ha chiesto allo chef dove si potevano acquistare quelle scatolette così buone… Ma non è sola: alla presentazione del libro di pasticceria non può mancare la domanda su ma lei come fa il dolce x che a me brucia sempre?, e ad Allan Bay che presentava Cannella e zafferano di Lorenza Pliteri è stato chiesto dove comprare le spezie di cui sopra. Inutile dilungarsi su quelli che hanno già mangiato quella tal ricetta e che la fanno bene solo nel tal posto e…

E poi quel tono un po’ così di certe signore bene tutte bacini e complimenti smancerosi (“Oh tesora che brava che bel libro adesso no un bacetto al volo che devo andare che ciò la Picci che mi aspetta ma domani mi porto il libro in borsa e me lo firmi a pilates…”). E a volte ah io la vedo sempre in televisione.

Presentazione del libro di Licia Granello Il gusto delle donne. Il mestiere della tavola in venti storie al femminile (Rizzoli, 216 pagine, 16€) in Feltrinelli Piazza Piemonte a Milano. Una serie di imprenditrici del cibo in platea, sul palco con l’autrice Natalia Aspesi e Carlo Cracco (un poco uomo-oggetto nell’occasione: la stessa Granello ha ricordato che quando ha chiesto a Aspesi di presentarla, per convincerla ha inserito nella mail la foto, appunto, di Cracco).

La presentazione della Aspesi ha avuto momenti ineressanti e divertenti (è pur sempre una grande giornalista di costume e non solo) ma anche qualche momento poco indovinato – come la battuta sui negozi di ortofrutta, che per pagare l’insalata ci vuole un mutuo (la ricordo già nel 1973, ai tempi dell’austerity, ma mi sembra risalga all’antica Grecia…), che i pomodori del suo terrazzo sono buonissimi, o l’insistenza sul fatto che lei da Cracco non c’era mai stata – mentre forse si poteva insistere un poco di più sul tema-donna in cucina, recentemente tornato alla ribalta, anche insistendo con Cracco sulle donne-chef…

Bello, il libro (un po’ meno la copertina). Venti storie di donne che arrivano nei modi più disparati ai “mestieri della tavola” e ne fanno una cosa propria, li reinventano e se li cuciono addosso, perché essere donna anche in questi casi comporta un lavoro in più, una fatica supplementare… Per dire, a Mimma Ordine, panettiera, proprietaria de Il Fornaio a Torino, volevano rifiutare l’iscrizione all’albo dei fornai perché non esistevano fornai donne (ah… eravamo nel 1996).

Emanuele Bonati

La frase della settimana

26 March 2012 - Commenti »

Fizz: “E Larry?”

Gin: “Larry è morto. È morto mangiando delle scaloppine avvelenate.”

Fizz: “È proprio vero che a volte basta un secondo…”

Ale e Franz

I consigli di Malafarina: “La buona cucina della salute” di Ferran Adrià e Valentín Fuster

25 March 2012 - Commenti »
Ferran Adrià – Valentín Fuster – Josep Corbella
La buona cucina della salute
Sperling & Kupfer
320 pp. – 18,00 euro
***
Ci vogliono davvero pochi piccoli accorgimenti per potersi concedere il piacere della buona tavola rimanendo in salute.
La colazione, la spesa intelligente, apparecchiare la tavola, il pranzo in famiglia, come il corpo umano trasforma gli alimenti, lo specchio e la bilancia, spuntini antiossidanti, mangiare bene fuori casa, gli equivoci degli alcolici. Questi alcuni dei temi trattati da Adrià e dal medico cardiologo Fuster che davvero insegnano la formula perfetta per sposare gusto e benessere.

Malafarina

Libreria di cultura gastronomica

20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864

Dalla nostra inviata al Festival du livre culinaire a Parigi, Samantha Piazzolla

22 March 2012 - Commenti »

Si è tenuta nei giorni scorsi a Parigi la terza edizione del Festival del libro culinario; un’edizione alla quale è stato necessario aggiungere un giorno in più (richiesto a gran voce dagli editori), eguagliando così la durata delle altre note fiere gastronomiche europee di Londra e Francoforte. L’evento è durato quindi cinque giorni, di cui gli ultimi due aperti al pubblico. Ingresso 5 euro, cifra più che modica per visitare questa bella esposizione, allestita, come lo scorso anno, all’interno del centro artistico-culturale Centquatre a Parigi (Lieu Le 104, 104, rue d’Aubervilliers, metro: Riquet).
In cosa consisteva esattamente questa fiera internazionale?
In un perfetto punto d’incontro tra i migliori professionisti del mondo culinario – editori, stampatori, chef e produttori – per un dialogo tra di loro e per un contatto diretto con il pubblico di avventori, amanti del genere.
L’ambiente, spazioso e ben allestito, comprendeva al suo interno banchetti espositivi con proposte di libri di enogastronomia, liberamente acquistabili, provenienti da editori di 60 paesi diversi; ben 70 dimostrazioni culinarie in diretta con noti chef da tutto il mondo; 36 conferenze con degustazioni pomeridiane su vino, birra e superalcolici che riempivano le vaste aree del Centquatre e gli occhi (e non solo…) del pubblico partecipante. Protagonisti indiscussi i 1000 migliori libri culinari del 2011, qui esposti per esser visibili a tutti. L’Italia era rappresentata da Bibliotheca Culinaria.

Il festival ha avuto anche tre ospiti d’onore, prescelti tra una nazione, una regione della Francia e un tema, ai quali è stato dedicato un maggiore spazio espositivo.
L’anno scorso i temi furono l’Italia, il formaggio e la cucina di strada. Quest’anno la selezione è – nell’ordine – caduta sulla Cina, sulla Bretagna e sulla birra, che hanno potuto stupire il pubblico ponendosi al centro di libri, stand e conferenze estremamente interessanti.
Chi ringraziare per tutto questo? Tutto lo staff, naturalmente, e in particolar modo Edouard Cointreau – mai come in questo caso i latini hanno ragione, omen nomen: è un diretto discendente della famiglia creatrice dell’omonimo liquore a base d’arancia!
Cointreau è il presidente e l’ideatore di questo festival culinario, nonché creatore, fondatore e direttore del premio librario Gourmand World Cookbook Awards, creato 17 anni fa, nel 1995. Si tratta di un  riconoscimento assegnato annualmente da un comitato di noti gastronomi e professionisti del mondo editoriale che premiano la miglior produzione libraria di ogni singola nazione partecipante.
Una chicca poco nota: con parte dei libri premiati in questi 17 anni è stata creata una biblioteca unica al mondo, la Bibliothèque Edouard Cointreau, diventata un punto di riferimento mondiale nel settore enogastronomico in continua crescita, ricevendo ogni anno libri da 160 paesi circa.
Una kermesse molto piacevole, gustabile con tutti e cinque i sensi – ormai per quest’anno non è più possibile, ma possiamo prepararci per il prossimo: la quarta edizione è già in cantiere, teniamola d’occhio!
Samantha Piazzolla

A mangiare al Ratanà

20 March 2012 - Commenti »

Ne hanno parlato in molti, fonti autorevoli e non. Noi no. Almeno fino ad oggi.

Ormai sulla piazza di Milano da alcuni anni, Ratanà si è affermato come uno dei migliori ristoranti di questo livello con la sua cucina “semplice”, che usa prevalentemente prodotti dei presìdi Slowfood italiani.

La prima volta che ho potuto gustare un piatto di Cesare Battisti – beh, sono rimasto folgorato. Sono passati un paio d’anni: è stato alla prima edizione di Le Grand fooding, dove ha superato, secondo me, chiunque con la sua barchetta di nocciola con bocconcini di vitello.

Comunque – ecco la cronaca veloce di una cena veloce al Ratanà.

In sala Federica e Danilo, sempre disponibili e gentilissimi, che consigliano sul vino da abbinare ai piatti scelti: il famoso ossobuco con risotto, accompagnato da un calice di Bonarda; e una tartare di fassone con Limone Interdonato, che ha una morbidezza ed un sapore incredibili grazie proprio a questa grattugiata di  buccia di Interdonato e a un ottimo olio monocultivar umbro – abbinata a un bicchiere di Etna Rosso che con la sua mineralità chiude benissimo il piatto.

Il Limone Interdonato (dal nome del suo coltivatore, un generale siciliano) è un presidio Slowfood: si tratta di un incrocio fra un limone autoctono e il cedro, dalla buccia sottile e dalla scorza dolce. La coltivazione, concentrata sulla costa ionica della Sicilia, nel Messinese, è purtroppo in crisi, sia per la concorrenza dei limoni stranieri, più convenienti, sia per le difficoltà di manutenzione delle coltivazioni terrazzate, e l’Interdonato è quasi introvabile.

In chiusura della cena, una – ottima – mousse ai tre cioccolati equosolidali.

Proprio la cena che ci voleva per ridarmi un po’ di energia…

Ratanà Ristorante a Milano

Via de Castilla 28

20124 Milano

tel 0287128855

Christian Sarti

Buon compleanno Gualtiero Marchesi!

19 March 2012 - Commenti »

CibVs, BlogVs, AgendaFood, Foodsletter

La foto di Marchesi è di Bruno Cordioli, 2011

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La frase della settimana

19 March 2012 - Commenti »

“Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene”

Virginia Woolf

Old Man Blogger: io, Pasquale Palamaro e le epoche dei ricordi

18 March 2012 - Commenti »

Ogni epoca ha i suoi ricordi. Giusto. Io ricordo bambino la nonna, in campagna, che faceva il burro “a mano”, mi sembra in un fiasco di vetro… col latte delle nostre mucche – ah, sì – quello che bevevo direttamente dal secchio della mungitura, pratica che mi sembra di capire oggi possa provocare la peste bubbonica; certo più salutare era bersi l’ovetto appena uscito dal popò della gallina, caldo caldo, un buchetto sopra e uno sotto; lo stesso che mio papà ci riproponeva tornati a Milano, la sera, “all’ostrica”, aperto su un cucchiaio con due gocce di limone, sale e pepe…

Ma io ho una certa età: oggi i ricordi sono più moderni.

Per dire: l’altra sera alla Feltrinelli Buenos Aires a Milano, in una serata di presentazione delle iniziative di Carlo Vischi “Per tutti i gusti” dedicate alla Campania, è arrivato (presentato da Francesca SingerFood, simpatica e preparata blogger) un giovane e bravo chef campano, anzi ischitano: Pasquale Palamaro, chef del ristorante Indaco dell’Albergo della Regina Isabella. Che è giovane si vede; che è bravo, si capisce da come parla del suo lavoro e della sua cucina. Che poi ho anche assaggiato (La tazzulella è purp rivisitata: Gnocchetto fritto di polpo servito nel suo brodo leggero) in una cena appunto campana al ristorante Il Canneto (Sheraton Milano Malpensa) – buona, attenta, originale.

Allora: anche Palamaro ha i suoi ricordi d’infanzia, che tende a riproporre nella sua cucina. E sul ricordo delle gita al mare con la famiglia, accanto a una spiaggia di sabbia termale, quindi calda, dell’isola, dove sua madre seppelliva le vivande per il pranzo, che così cuocevano e si mantenevano calde, ecco il racconto del metodo di cottura da lui adottato per certe pietanze, diciamo una pentola di sabbia che riproduce la spiaggia…

E allora? Allora, lo chef è giovane, e anche i suoi ricordi sono giovani. E “giovane” è anche la procedura di cottura adottata dalla madre: il pollo, ad esempio, veniva preparato e avvolto, per la cottura un sabbia, in un foglio di carta d’alluminio

D’accordo, esagero un po’ – diciamo che mi adagio un po’ nella mia appartenenza al secolo passato. Che poi, la brava mamma di Pasquale cuoceva anche il pesce nella sabbia – avvolto nelle foglie di fico… E di fronte a questo procedimento preistorico, non posso che inchinarmi…

PS Indaco? è un nome – e un colore – bellissimo: devo andare a Ischia, magari all’Indaco del Regina Isabella, a controllare se è proprio lo stesso indaco che c’era ai miei tempi…

Emanuele Bonati

Foto di Bruno Cordioli

Totò e la manna dal cielo

13 March 2012 - Commenti »

“Masaniello? E che cos’è?”

“Frico!”

“Frico a me? Bollito!!! De sera e de matina.”

“Dai… qui Nella valle dei tigli Quasi Milano?”

“No. Vabbè, riflettevo… Una bistecca Contro il logorio della vita moderna e Vai via dottore!”

“E se mi sparo un Precolombiano?”

Siamo in tanti stasera – oltre a me e Totò, Christian, Vittoria (Gelato Giusto), e Francesco Paganelli con Elena (Gelateria Paganelli), Pietro. E il dialogo, un po’ assurdo forse, non è un dialogo: è la scelta dei piatti dal menu.

Siamo al Manna, il ristorante di Matteo Fronduti. A lui si devono i nomi dei piatti, così come i piatti ovviamente: ognuno dei quali seguito dalla dovuta spiega, grazie al cielo (“Ma io li avrei scelti anche senza sapere la composizione” – Totò parte condiscendente – “ogni piatto qui è una e vera e propria manna scesa dal cielo – la cotidiana manna / sanza la qual per questo aspro diserto / a retro va chi più di gir s’affanna” – ma questa volta, diciamolo, sbraca con stile dantesco).

Indubbio fascino dei nomi, “personaggio” Matteo – aspetto generale da biker, simpatico, di quelli che accompagnano le vecchine che devono attraversare la strada camminando sopra gli automobilisti poco gentili; resa in cucina che rivela delicatezze e sapienza compositiva.

Siamo dietro Viale Monza, in un angolo della vecchia Milano ancora non tocco da modernizzazioni, anzi, ben conservato, e tuttora in parte in fase di recupero. Vecchia Milano non tanto nel senso di antica, quanto in quello di “città di una volta”, che ha conservato le caratteristiche di un tempo (per dire, case basse, popolari…).

Il locale è sempre stato un ristorante (prima di Manna c’era un ristorante rumeno, se non sbaglio); due ambienti, collegati da un ampio corridoio di passaggio su cui si affaccia la cucina, che a noi sono sembrati molto piacevoli e originali: il concetto di caldo-freddo, riferito a un ambiente, è sempre soggettivo, ma in questo caso le critiche che ho trovato in rete mi sembrano proprio un po’ gratuite. L’ingresso è caratterizzato da una serie di vecchi cassetti, che Matteo aveva visto da un amico: al momento di arredare il locale, ha avuto l’idea di attaccarli (in orizzontale) alla parete, e ora ospitano alcuni esempi di “manna”, dai prodotti a base di manna a una confezione mi sembra di biscottini il cui nome in filippino è appunto Manna. Nella prima sala grandi quadri colorati alle pareti e lampade a pallone che scendono dal soffitto; nella seconda, una serie di affreschi e alla parete di fondo una specie di libreria scaffale irregolare disegnata dallo stesso chef.

Matteo sta fra la sala e la cucina: interviene presenta spiega consiglia. Peraltro il menu – come abbiamo visto – si presenta bene, con nomi di fantasia ma spesso indovinati e sotto delle rapide descrizioni (“Ma che senso ha descrivere un sapore, un odore, una sensazione?” – la deriva filosofeggiante di Totò continua, ahinoi). La conversazione si intreccia – si parla di viaggi, di amici comuni, di mantecatori frigoriferi gelati (siete avvisati, se volete uscire a cena con dei gelatai, preparatevi prima gli argomenti: la sorbettatura delle carote, la temperatura, la composizione delle vaschette, la tecnica della spalettatura o della spallinatura…), e naturalmente di cucina – dei piatti dello chef, di quelli che abbiamo mangiato in giro, di quelli che vorremmo mangiare…

Partiamo dagli antipasti. Il Frico? (uovo in camicia, patate, montasio): buonissimo (forse il purè di patate è un po’ troppo purè…). “Sarà che a me piacciono le uova, e le patate, ma ultimamente ne abbiamo assaggiate veramente di ottime – vedi quello di Eugenio Roncoroni, quello di Andrea Aprea…”

Totò ha ragione, ma non approfondiamo, distratti dalla bellezza degli altri piatti (e dagli assaggi reciproci…): Tutto Fumo (Cefalo affumicato, mela verde, zenzero e ’nduja croccante) suscita consensi, come il Bollito!!! – così punteggiato, come il Frico? – Cotechino e rafano, lingua e “bagnett ross”, testina e salsa verde (particolarmente riuscito anche sul piano estetico).

Il nostro primo ovviamente è Quasi Milano (Riso carnaroli, pistilli di zafferano e midollo di bue crudo): un’altra tappa della ricerca di milanesità di Totò, del suo desiderio di riscoprire e aggiornare gusti e sapori, di un nuovo “miracolo a Milano”. Cottura, gusto, presentazione – con il midollo crudo a far quadrato in mezzo alla distesa di Carnaroli – perfetti: è sicuramente una delle cose migliori della serata, da far tacere persino Totò (non prima di aver borbottato “è un miracolo  a ciompmilano…”). In compenso interviene Christian, a cui l’ho fatto assaggiare: “Il risotto è perfetto nella cottura e nella mantecatura, bella la presentazione con il midollo appoggiato al centro, a formare un quadrato. Credo sia una sorta di omaggio a Marchesi, che vi appoggia la foglia d’oro”.

Christian in realtà ha preso un Masaniello (Passata di fagioli borlotti, cozze e fregola sarda): “Poesia pura, per me. Mi piace la pasta e fagioli, e l’abbinamento con le cozze è speciale.” Per la cronaca, Nella valle dei tigli sono Ravioli tostati di grano saraceno e patate, bitto, coste e salvia: esattamente, un omaggio alla Valtellina (secondo alcuni significa “Valle dei tigli”) condotto attraverso un “riordino” dei pizzoccheri – come se fossero stati messi in cassetti diversi (“Come quelli alla parete!”), separati e riassemblati. Anche il Bollito!!! sembra rispettare questa logica di ri-ordine – e lo stesso il mio Riassunto di Cassoela: Costine, verzino, crocchetta di piedino, musetto, verze e cotenne sono riordinati, il gusto anche, messi nei loro cassettini ma comunque nello stesso mobile-piatto-contenitore. Mi piace moltissimo. Anche Contro il logorio della vita moderna (Carciofi, gamberi rossi, guanciale e timo) è piacevole, anche se non ha convinto del tutto Totò (“Manca qualcosa… forse solo più gamberi…”) – come piacevole il richiamo alla pubblicità del Cynar con Ernesto Calindri.

Una bistecca è un Trancio di controfiletto di manzo, spinaci e salsa all’uva, mentre De sera e de matina è un ottimo Baccalà mantecato, chutney di arancia e polenta taragna (ancora Christian: “Il baccalà è saporito al punto giusto, con una scioglievolezza notevole, e la polenta croccante contrasta bene questa sua morbidezza”). Si parla in questi giorni di un ritorno del baccalà, in mantecature e accostamenti vari: in effetti è uno dei piatti che girano, fra riscoperta e rivisitazione, con risultati – come qui – molto interessanti.

Infine, i dolci: e qui non ce n’è per nessuno. Sono stati assaggiati il Precolombiano – per Christian “Un ottimo dessert, molto equilibrato nei sapori”) – Budino bonnet, amaretti e caramello salato, e il  Nocciola più (Ft. Korova bar): Nocciola morbida, croccante di nocciole, cacao, caffè e rum (“Grandioso: non so quale dei due preferire” per Christian, “Ne voglio un altro” per Totò). Io ho preso Vai via dottore (Torta di mele rovesciata e gelato alla vaniglia) e Galak (Cioccolato bianco cremoso e zuppa tiepida di agrumi): “Due??”, ha fatto Totò, vedendomi con due meraviglie davanti. “Sì, due.” Direi che la descrizione non rende l’idea di quanto siano buoni, e nemmeno la foto. Andateci voi, e provateli.

In realtà, avrei preso volentieri due di tutto, ma come prima volta mi sono accontentato di assaggiare dai piatti altrui quello che non avevo preso. Non mi sono lasciato tentare dalle mezze porzioni: nel menù infatti sono previste mezze porzioni per alcuni piatti, per chi vuole tenersi più leggero, o assaggiare più cose. “Ah, no: sono contrario alle mezze porzioni. Non fai in tempo ad addentare che hai già finito. Facessero delle doppie porzioni a metà prezzo, piuttosto! ”

Invece il prezzo dei piatti è assolutamente abbordabile: 9-11 gli antipasti, 11-13 i primi (6-7 le mezze porzioni), 18-19 i secondi (10 le mezze), 8-9 i dolci. Abbiamo iniziato con un Prosecco di Valdobbiadene, e proseguito con lo stesso in versione extra dry.

Livello di soddisfazione (cucina + ambiente + cuoco + servizio + compagnia gelatiera…): alto. Siamo stati bene, piacevolmente bene – (“Posso prendere un altro Galak? un Precolombiano?” – no, Totò, basta!).

Un caffè? Grazie. A Christian la conclusione: “Molto buono il caffè, dall’aroma intenso e deciso ma gentile in bocca.”

***

Manna

Piazzale Governo Provvisorio 6

20127 Milano

tel 0226809153

Emanuele Bonati

Christian Sarti

Ecoforno per ecocucine…

12 March 2012 - Commenti »

Un alimento, un piatto, può essere bollito, fritto, soffritto, brasato, scottato, macerato, arrostito. Oppure? Oppure cotto sotto la cenere, o sulle braci o vicino al camino, o lasciato al sole – o lasciato cuocere a fuoco spento.

Il procedimento è semplice: si dà una prima cottura al piatto, all’alimento, dopo di che lo si mette in un ecoforno – una scatola cubica di feltro. Dopo qualche ora, lo si ritrova perfettamente cotto. Lo racconta, e lo spiega, Gabriella Zevi in un libretto appena uscito per le Edizioni Sì (80 pagine, 9,50€).

Inutile sottolineare i vantaggi (conservazione dei nutrienti, delle proprietà dei singoli alimenti, risparmio energetico), che vengono spiegati nel libro con molta chiarezza; e rimandiamo al libro anche per il racconto di come l’autrice sia arrivata a questa “scoperta” – attraverso l’osservazione, la sperimentazione, la ricerca di un metodo e di un materiale ideali, che sono stati trovati nel feltro. Il volume comprende anche alcune ricette di Ivana Carroli, e una serie di consigli pratici su come procedere.

Il libro verrà presentato lunedi 26 marzo 2012 alle ore 19.00 presso la Libreria Gastronomica Malafarina in via Cellini a Milano. In questa occasione sarà possibile anche acquistare l’ecoforno.

Emanuele Bonati

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