Archivio per February, 2012

Il giorno dei pancake: 21 o 28 febbraio?

29 February 2012 - Commenti »

Sappiamo più o meno tutti cos’è un pancake: una grossa frittellona, una crêpe spessa uno o due centimetri, la frittella di Nonna Papera da cospargere di quel denso sciroppo ottenuto spremendo degli aceri (il sapore dello sciroppo d’acero in effetti è più o meno quello…). Scherzi a parte, è uno degli alimenti tipici della colazione nordamericana; di origine britannica, era il dolce tipico del martedì grasso, che è diventato il Giorno dei Pancake. Anche ieri, nei paesi dell’area americana, era il National Pancakes Day: celebrato dal 2006, si tratta di una festa sicuramente più commerciale, che celebra comunque uno dei landmark della gastronomia d’oltreoceano.

Anche Pee-wee Herman, comico molto amato dai bambini, ha celebrato il suo personale Pancakes day con una foto postata su Twitter…

La frase della settimana

27 February 2012 - Commento (1) »

‎”Our most potent political weapon is food. If we take back our agriculture, if we buy and raise produce locally, we can begin to break the grip of corporations that control a food system as fragile, unsafe, and destined for collapse as our financial system. Food, along with energy, will be the most pressing issue of our age. And if we do not build alternative food networks soon, the social and political ramifications of shortages and hunger will be devastating.”

Chris Hedges

I consigli di Malafarina: “Kitchen Evolution” di Franco Luise

25 February 2012 - Commenti »

Franco Luise

Kitchen Evolution

Il menu management

Bibliotheca Culinaria

197 pagine, 44€


La realizzazione di un menu si basa su una ricerca che rispecchi le esigenze di marketing dell’azienda ristorativa e rappresenti convenientemente la filosofia gastronomica del locale.

Questo volume sarà utile sia a chi si accinge ad aprire un ristorante e desidera essere aiutato durante tutto l’arco creativo del menu, sia a color che decidono di rivedere quello esistente, cambiarne l’impostazione grafica o il concept.

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Malafarina

Libreria di cultura gastronomica

20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864

Pensieri oziosi di un goloso ozioso

22 February 2012 - Commenti »

A margine di Identità, Food&Wine e altro, a palato fermo, papille gustative che hanno ormai decantato, cosa si può dire ancora?

Il percorso fra le varie sale dei due eventi è stato diciamo ondivago, fluttuante, extravagante – all’inseguimento di profumi, luci, colori, aromi, visi, sensazioni, che in questa occasione certo non mancavano. Soste obbligate, i diversi incontri nelle varie sale di Identità: la voglia di comunicazione, di racconto, di condivisione delle esperienze sembra ormai un virus, e un indubbio merito di queste due manifestazioni è stato quello di portarci qui, fra gli altri, una serie di chef irraggiungibili proprio geograficamente (non impossibili da raggiungere, certo: posso uscire una sera o un weekend e andare da Battisti, da Bottura o da Uliassi; andare da Rodrigo Oliveira a San Paolo del Brasile richiede un tanticchio di improvvisazione in meno…).

Bisogna dire che ormai tutti i cuochi sono diventati dei bravi comunicatori – l’assiduità con manifestazioni come queste, in cui si confrontano con il pubblico, e con gli studi televisivi, che segna ormai la nostra epoca (il “quarto d’ora di celebrità”, pronosticato da Andy Warhol per tutti, è ormai parte dei curricula, e si punta già alla “serie di puntate” di notorietà…), ha prodotto chef sorridenti (quando sono truci o immusoniti, lo sono per contratto, per personaggio), che comunque di base sanno quello che dicono, e soprattutto ce lo fanno capire; uno poi (sarà l’accumularsi di stelle…) si spinge a bersagliare di briciole (o croste di formaggio?) il cameraman che lo riprende… E anche la presentazione dei filmati si inserisce in questo quadro di comunicazione a 360°.

L’unico cruccio – il non poter seguire tutto, la contemporaneità di eventi assaggi lezioni showcooking. Ovviamente, mettere tutti in fila, uno dopo l’altro, i cuochi su uno stesso palco, comporterebbe un paio di settimane di Identità – difficili da reggere da un punto di vista nutrizionistico (io devo assaggiare assolutamente tutto…). Ma è stato difficile scegliere fra i giovani chef e la cucina naturale (ci sono stato solo domenica, e ho scelto i giovani), e lo sarebbe stato nei giorni successivi fra donne e pizza, o pasta e carne e dessert… Meno male che i resoconti di Identità (nella newsletter, sul sito…) ci hanno permesso di seguire, o per lo meno di farci un’idea piuttosto precisa, di tutto quanto.

Donne, dicevamo: tante, poche, abbastanza? Giuste perché non ce ne sono altre? O ghettizzate in Identità Donna, o meglio diffuse nei vari programmi (una pasta di donna, carne di donna, questa donna è una pizza…)? E allora – scusate – perché non anche Identità Gay, dedicata a cuochi e cuoche omosessuali, Identità Daltonici, incentrata sulle difficoltà dei cuochi che non distinguono i colori a creare piatti esteticamente soddisfacenti, Identità Occhi Azzurri…

La polemica è circolata – è sempre un problema, se misurare le donne in termini di quantità, una ogni tre cuochi, no facciamo due, o se considerarle “normali” chef… E pure, un racconto di cuoche in quanto tali ha un senso, perché è indubbio che le specificità di genere hanno un qualche rapporto anche con la creatività (ovviamente, non nel senso che le donne sono fragili fanciulle che non scuoierebbero mai un pitone per cucinarlo, ma che piuttosto l’essere donne, e spesso madri, danno loro tempi e sensibilità diversi, ad esempio).

OK – è la prima edizione a cui partecipiamo, e non abbiamo termini di paragone. Ma l’organizzazione del tutto ci è piaciuta (meno il tenere separati Food&Wine e Identità, forse: organizzare un unico grande evento sarebbe stato preferibile, e più “comodo”), gli sponsor erano onnipresenti e visibili ma non opprimenti (qualcuno ha chiesto allo stand del Grana Padano se poteva prendere un pezzo di Parmigiano…), le lezioni gli showcooking e la mediazione di foodblogger e giornalisti un modo per avvicinarsi a quello che c’è dietro il piatto molto interessante.

La presenza delle e dei foodblogger (e un Identità Foodbloggero Masculo l’anno prossimo?) alla conduzione è una novità: stanno prendendo piede come realtà in grado di influenzare più o meno i media, con tutti i “rischi” che questo comporta, ovviamente, come una loro “commercializzazione” (peraltro possibile a tutti i livelli…).

Siamo a una via di mezzo fra l’incontro tra professionisti e la fiera campionaria, forse è vero – ma nessuna delle due sarebbe stata forse così interessante. E il risvolto commerciale è un male o un bene? Non so: certo è necessario, certo presenta dei problemi (come dire, è possibile che ci siano tutte le mucche di razza fassona che ci vengono cucinate, tutte le lenticchie di castelluccio, tutti i lardi di colonnata? e i peperoni coltivati dieci metri più in là, ma bene, non sono buoni?); cerchiamo di mantenere una distanza critica, di costruirci una nostra Identità di Golosi.

Emanuele Bonati

Milano Food&Wine Festival / 4 – Andrea Aprea e Giovanna Nobile

20 February 2012 - Commenti »

Andrea Aprea e Giovanna Nobile – due napoletani a Milano. Uno è lo chef del Vun del Park Hyatt, qui a Milano; l’altra è La cuoca eclettica, dal nome del suo blog, ed è anche nostra collaboratrice (Buon CibVs col tè!) e inviata speciale, l’anno scorso a Taste of Milano, e quest’anno anche qui al Milano Food&Wine, dove appunto ha presentato lo showcooking di Aprea.

Sedani Monograno Felicetti, cime di rapa, cozze, pecorino e bottarga: è questo il piatto preparato da Aprea e dai suoi collaboratori sotto gli occhi del pubblico e così illustrato da Giovanna sul suo blog: “Un piatto destrutturato, dalle diverse consistenze: il passaggio in padella, tra l’olio e il pecorino, è una vera mantecatura, le cime di rapa sono state in parte frullate, sia per accentuare l’aspetto cremoso del piatto, ma anche per consentire alla verdura di sprigionare appieno il suo sapore. Qualche cimetta integra ha colorato il piatto e nello stesso tempo ha fatto percepire un’altra consistenza di questa verdura.”

Mare e campagna, attenzione ai prodotti mediterranei, e alla stagionalità, lavorazioni semplici: tutto qui, sono queste le basi di una grande cucina italiana.

Emanuele Bonati

La frase della settimana

20 February 2012 - Commenti »

Nei libri di ricette gli errori sono  segnalati con ERRATA PORRIDGE?

uffa.it

I consigli di Malafarina: “Cucina di montagna 1″ di Paolo Marchi

16 February 2012 - Commenti »

Paolo Marchi

Cucina di montagna

vol. 1 Le Alpi Centrali

Bibliotheca Culinaria

160 pagine, 40€
Primo di una collana che racconterà l’Italia delle cime percorrendo prima la catena delle Alpi e più avanti anche quella degli Appennini, questo libro conduce il lettore per montagne e valli lombarde alla scoperta dei cuochi che vedono nel loro legame col territorio l’antidoto all’appiattimento del gusto generato dalla globalizzazione. Il giro non passa solo per le cucine: sono diversi i prodotti tipici da scoprire, dalla Bresaola al Bitto e molti altri ancora.
Stupende fotografie di Stefania Sainaghi.

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Malafarina

Libreria di cultura gastronomica

20129 Milano – Via B. Cellini, 21 Tel. e Fax: 02.36584864

L’AntipatiCibVs: gocce di miele

15 February 2012 - Commenti »

Gli scaffali di negozi mercati supermercati si affollano di prodotti che ci guardano sussurrando prendimi prendimi portami via di qui non resistermi… e uno dice sì dai, vieni con me, non lo sapevo finora ma ho bisogno di te…

Potrebbe essere il caso di questi vasetti di miele. Monodose monoporzione monogoccia. Acaciacastagnoeucaliptomillefiori, in una comoda e pratica confezione da quattro vasetti, da 40 gr l’uno, su un comodo e pratico supporto di legno, comodamente avvolti da una pratica pellicola trasparente. Anche il prezzo di 6,50€ (pari a poco più di 40€ al kilo) è comodo e pratico: una banconota, una o due monete, un minimo di resto (se fosse costato che so,  6,17€, sai che casino di monetine…).

Altrettanto comodo e pratico si rivela l’utilizzo: un cucchiaino da assaggiare, uno nel caffè, un altro nel latte  caldo per il mal di gola, ed è finito.

Ma l’apoteosi della comodità e praticità la si ritrova nello smaltimento dei rifiuti – la plastica va nell’apposito contenitore della plastica, i quattro barattolini nel vetro (possibilmente dopo aver staccato la carta dell’etichetta, che va nel contenitore della carta), le quattro capsule con la plastica; il pezzo di legno, a meno che voi non siate consumatori abituali di barattolini monoporzione in vetro di miele, marmellate, ragù, tonno, caponata, pere sciroppate, che potrete quindi inserire man mano negli alloggiamenti vuoti, ottimizzando così la spesa, il legno dicevo potete buttarlo nell’indifferenziato, anche se consiglierei, per proseguire nella vena ecologica, di usarlo per attizzare il fuoco nel barbecue, o magari come arma da conficcare nel cuore di un eventuale vampiro che volesse attentare alle vostre virtù (o alle giugulari) o simili…

Una volta ho visto addirittura un salame con il suo taglierino a dimensione (di quel) salame, e coltello (da salame) annesso. Utilissimo. Mai più senza, come il miele monoboccone.

Dirà qualche maligno che la spesa per fabbricare i vasetti e i tappi dei vasetti, e la carta e colla delle etichette, e la stampa, e il pezzo di legno in cui incunearli, e la plastica con la plastificatrice per tenere assieme il tutto, con la conseguente energia elettrica e lavoro e tempo di produzione, e tutto il lavoro e tempo per poi recuperare gli avanzi del prodotto, portarli dove di dovere e provvedere allo smalitimento riciclo, dirà qualche maligno che si poteva ridurre, magari facendo risparmiare qualche euro al consumatore, e alla società per smaltire il tutto. Un bel barattolone di miele, da mezzo kilo, costerà 5€, e infinitamente meno come costi annessi di produzione, riciclo, trasporto…

Veneranda Astrusi

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Totò nel paese delle meraviglie di Alice

14 February 2012 - Commenti »

“Non mi piace proprio.”

“Come?”

“Questo ristorante, Acciuga. Non mi piace.”

“Ma se non siamo nemmeno arrivati in via Adige! E poi si chiama Alice, non Acciuga.”

“E allora? Fai mente locale: continuiamo ad andare fuori a mangiare, e mai una volta che demoliamo un locale, critichiamo non dico la cucina, ma almeno la disposizione delle posate o delle briciole sui tavoli, le divise del personale, gli spifferi… Quindi, per dare una svolta alla nostra carriera gastronomica, dobbiamo darci alla cattiveria. Anche immotivata, per carità, ma se no non ci si fila più nessuno.”

Avevo paura che prima o poi sarebbe successo: il mio amico Totò è impazzito, il fatto che le nostre avventurette conviviali abbiano una certa diffusione lo ha precipitato in un delirio di onnipotenza. Ci manca solo che si metta ad attribuire delle “scope” ai locali che gli stanno antipatici (anche se proprio a cavallo di una scopa se ne è andato da Milano…), delle “baracche” a quelli poco ospitali, dei “calderoni” alle cucine non all’altezza (de che?)…

Comunque – dopo avergli spiegato che una critica negativa deve essere sostanziata da cospicui assaggi, punto sul quale Totò è stato pienamente d’accordo, e da un’analisi organolettica dei più vari dettagli, punto sul quale invece si è grazie al cielo perso, eccoci da Alice Ristorante, locale neostellato Michelin.

Abbiamo deciso – con Christian e Vincenzo Pagano – di portare Totò da Viviana Varese dopo i nostri vari passaggi a Identità Golose 2012. Il tema “Quote Rosa” era stato appena accennato, serpeggiava lungo tutta la giornata, ma non è per riportarci in quota che abbiamo deciso di venire da Alice: è la lunga lontananza da questa cucina del pesce, e la relazione della mattinata a Identità, che ci hanno fatto rompere gli indugi (e magari anche la gigantesca ombrina, teneramente abbracciata da Sandra Ciciriello, socia di Viviana – esperta di prodotti ittici, e sommelier – destinata a transitare dal palco alla cucina di Alice…).

Totò vorrebbe indagare sui motivi della critica gastronomica, sul rapporto tra giudici e giudicati – ma noi tagliamo corto: siamo narratori, raccontiamo il nostro pranzo, o cena, per quello che sono state le nostre sensazioni, dettate dal nostro umore, dalla compagnia, dal tempo, dal piacere di stare insieme in quel posto e in quel momento.

Il locale è molto piacevole, colori caldi, senza eccessi – il personale cortese quel giusto, cordiale quel giusto, amichevole e non invadente. Anche Viviana e Sandra  (in sala), che lo portano avanti destreggiandosi fra sala e cucina, sono come il loro locale: piacevoli. Ed è a loro che ci siamo affidati, lasciando a loro la scelta del menu da sottoporci.

“Ecco una nota di demerito”, dice Totò: “non possiamo mangiare quello che vogliamo!”

“Ma se l’abbiamo chiesto noi, di portarci quello che vogliono loro…”

Sopito il primo spunto critico di Totò, ci siamo dedicati all’antipasto: una serie di deliziosi finger food, molto delicati, a cui è seguito un Mini-hamburger di seppia con cime di rapa e burrata.

“Questo devo dirlo: a me ’sta storia del fingo food, no, finger, mi ha stufato: un bell’hamburger con una maxi seppia mi sarebbe piaciuto, va’.”

Lasciando perdere i tentativi di critica controcorrente di Totò, il Mini-hamburger non era male: sapore e consistenza, accostamenti, funzionava tutto. Diciamo che predisponeva favorevolmente al proseguimento della cena.

Christian:  “Sapore di cime di rapa anche nel pane! Delicato…”

Vincenzo: “Amuse bouche che dichiarano subito l’orientamento del ristorante votato sicuramente alle specialità di mare. Mini panino da mangiare in quantità industriali, netto e saporito con una seppia tonica.”

Totò mi ha guardato con aria ironica: anche Vincenzo ne avrebbe mangiato ancora… La predilezione ittica si materializzava poco dopo in una Zuppa di ceci al naturale con triglie, pomodorini confit, rosmarino, cipolla di Tropea e gamberetti, su cui nemmeno Totò ha avuto da ridire. Ingredienti della tradizione, mantenuti a un livello elementare, accostati con equilibrio e semplicità. E gusto. E sapore.

Christian è d’accordo: “Un totale equilibrio del piatto, tutto ben distinguibile.”

Vincenzo: “La triglia freschissima, spalleggiata da un gambero corposo, adagia il suo sapore di iodio sul gusto rotondo e pieno dei ceci ravvivati dalla nota appuntita del pomodoro confit. Ingredienti tradizionali, esecuzione contemporanea.”

A seguire, Baccalà cotto nella birra con insalata di rinforzo (piatto campano: Viviana è nata a Salerno) rivisitata, sottaceti “fatti in casa”, crema di cavolfiore, capperi e salsa all’acciuga. Ottimo il gusto dei sottaceti “fatti in casa”, che si sposano benissimo col pesce (si sente la birra, ma non prepondera come temevo) e con gli altri elementi che compongono il piatto (a proposito, le varie portate sono impiattate benissimo, direi con un gusto del colore molto “meridionale”).

Il critico Totò tace – ma il sorriso gli arriva alle orecchie… “Ora devo dire a mia madre che qualcuno ha superato la bontà della sua giardiniera!” si lamenta Christian. “E quella Moretti gran crù si sposava alla grande col piatto.”

Vincenzo: “L’insalata di rinforzo è un classico della tradizione campana e Viviana ne cura l’esecuzione con attenzione. Giardiniera da manuale con acidità ben calibrata sul baccalà, che non eccede in sapidità.”

Superspaghettino con brodo di pesce affumicato, vongole, julienne di calamaro, zeste di limone e polvere di tarallo: “Spaghetti in brodo? No, è una cucina troppo moderna per me, lo spaghetto non si fa in brodo, di pesce poi, e la polvere…” Vi risparmio la sequela di lamentazioni, che non ha impedito peraltro a Totò di mangiarsi gli spaghetti, il brodo, la polvere di tarallo e tutto quanto. Un piatto insolito, dai sapori originali, interessante: mi è piaciuto anche di più stasera di quando l’ho gustato a Taste of Milano l’anno scorso (assieme alla pizza fritta Omaggio a Sofia aveva fatto avanzare Alice nella classifica dei ristoranti da visitare quanto prima…).

Christian: “Davvero evocativo. Un tuffo nel sud Italia.” E secondo Vincenzo “è il piatto che meglio identifica il percorso di tradizione e di creazione della chef. Per chi è meridionale, l’utilizzo del limone e del tarallo riportano a giardini e a profumi che purtroppo oggi non sono più netti come una volta. Touché sull’amarcord ma anche sulla convinzione che il miglior utilizzo del superspaghettino al momento sia questo di Viviana e quello di Niko Romito con i porri. Già evitare di scuocerlo dal passavivande al tavolo è cosa di non poco conto.”

“Ecco: si fanno delle discriminazioni, il tuo pezzo di carne nella minestra è più grande del mio!”

La Minestra maritata alla mia maniera è una specie di poesia. Mi sembra di capire che da Alice si tenda a scomporre i piatti, la tradizione, ricomponendoli in modo più leggero, mettendone in evidenza lati cui prima non si era fatta attenzione – un po’ come Cézanne nelle sue nature morte metteva monetine e spessori sotto i piatti di arance o le brocche, sempre una natura morta era, ma vista con un occhio diverso. Anche l’insalata di rinforzo assieme al baccalà: da tradizione, era una grande insalata dai vari ingredienti (che veniva “rinforzata” riaggiungendo gli ingredienti man mano mangiati, o, secondo altri, usata per “rinforzare” il pranzo di magro della vigilia); qui, diventa un suggerimento, un’eco.

“Non avrei mai pensato di assaggiarne una versione così leggera, priva di grassi che possono appesantire. Il rischio sarebbe stato quello di ”ammazzare” l’intero percorso.”. aggiunge Christian. E Vincenzo osserva: “Totò ha poco da recriminare circa il lasciar fare alle signore del locale. In realtà due paletti li avevo messi: la minestra maritata e l’ombrina. Questa minestra è molto più contemporanea di quanto si possa credere. Per leggerezza, innanzitutto, ma anche per la scelta di virare la tradizione delle sette verdure a fare da corollario alla carne un’antecchia (un po’) troppo speziata.”

Travolta da un insolito panino. “Almeno questo me lo farai criticare, spero…” Cosa c’è da criticare? “Non mi hanno fatto mangiare il panino!”

Un trancio di ombrina avvolto in foglie di limone e cotto in un panino fatto con acqua, sale, uova, farina di grano arso, tè nero affumicato, timo e cenere di potature di limone, servito con un’insalatina di finocchi, una patata cotta nella cenere e un panino piccolino (a proposito, non diciamo nulla del pane: sette o otto tipi diversi, tutti fatti in casa), una serie di profumi che da soli bastavano – cottura perfetta, sapore anche.

Christian: “Io direi… travolti da grandiosi profumi!”

“La relazione della mattina prende forma sul tavolo.” chiosa Vincenzo. “Arrivano i panetti, non commestibili, che come piccoli scrigni tengono insieme il sapore del mare, l’arruscato (il bruciato) e l’intenso sentore del limone. E’ come te la aspetti l’ombrina, morbida e forte, con l’esatto punto di cedevolezza della carne. Il panino da mangiare è accanto, insieme ai finocchi. Vuoi vedere che le cotture in crosta potrebbero ritornare in auge dal lontano passato di forni a legna d’uso comune?”

Anche il carciofo era molto buono (“Monotono” secondo Totò: un piatto solo di carciofi…): ci è stato presentato in tutte le consistenze possibili: bollito, alla griglia, fritto, come crema, e come gelato, con qualche fogliolina di liquirizia. “Almeno posso dire che il cucchiaino di gelato era proprio poco?” – in effetti, Totò ha ragione (anche se il suo non ha fatto in tempo a sciogliersi), il gelato non era abbastanza per farsi notare, si è perso quasi subito nella crema, forse si potrebbe equilibrare meglio; molto bella l’idea delle foglioline di liquirizia (è piaciuta anche a Totò, che non ama la liquirizia, se non sotto forma di rotelle…).

Ha ragione Christian: “Ho avuto come la sensazione che Viviana avrebbe potuto proporci altre infinite varianti sul carciofo. Perfetto.” E per Vincenzo, “Un esercizio stilistico divertente con le diverse consistenze e temperature che si rincorrono, ma non è il piatto su cui punterei alla tavola di Alice.”

Interessante il predessert: sorbetto con insalata di agrumi e kiwi su finocchi.

Il dolce (“Una sceneggiata”, pensavo che dicesse Totò di fronte alla piccola cerimonia dell’apertura della “palla” con un martellone di legno – ma ormai, evidentemente conquistato, stava già meditando di intrufolarsi in cucina per dichiarare il suo amore incondizionato a tutto lo staff, e magari anche alle batterie di pentole) si chiama Che palla! ed è un tartufo con gelato al cioccolato amaro 84%, gelato alla vaniglia, zabaione e croccante di pan di spagna al cacao: la palla viene appunto presa a martellate ed aperta di fronte al commensale. Mi è piaciuto, e carina l’idea di fondo – ma forse troppo cioccolatoso. E mi sta ahimé venendo una piccola idiosincrasia per i petali di fiori che vengono sempre più spesso sparsi fra i piatti, buoni, carini, ma per carità non facciamoli diventare la nuova rucola…

Christian: “L’emozione finale. Grande sorriso.”

Vincenzo: “Un dolce gluten free appariscente e gustoso.”

E dolcini precaffè a seguire… “Troppo pochi! Questo è uno scandalo! Esigo un cabaret da 24 pasticcini!”

Ma forse forse Totò non ha tutti i torti, almeno stavolta…

Detto questo, Viviana è una delle poche cuoche in circolazione; il suo percorso l’ha portata dalla natìa Salerno a una serie di esperienze (con Gualtiero Marchesi, Maurizio Santin, Moreno Cedroni, Leonardo Di Carlo) fino all’incontro con Sandra, sommelier ma anche grande conoscitrice del pesce, e nel 2007 ad aprire questo locale (stella Michelin in 4 anni: non male, le ragazze…) – Alice. Il ristorante delle meraviglie.

Emanuele Bonati con Christian e Vincenzo Pagano

Grazie a Vincenzo e a Scatti di gusto per le foto

via Adige 9, Milano

Telefono             02 5462930

Non è più tempo di panettoni?

13 February 2012 - Commenti »

Sbagliato. Il legame panettone-Natale è in buona parte un’idea commerciale – e una cosa buona dell’amministrazione Moratti è stata il tentativo di fare del panettone il dolce milanese tout court, disponibile tutto l’anno…

E in effetti col panettone si può anche cucinare: lo ha dimostrato la serata Panettun Night, organizzata da Carlo Vischi qualche settimana fa a The Hub Hotel a Milano, in collaborazione con Loison, produttore (peraltro veneto) di panettoni: una serie di utilizzi del panettone come ingrediente in ricette tutte diverse, originali e indovinate, a opera di Sandro Mesiti, Resident Chef di The Hub, e dello Chef ospite, Alberto Basso del Ristorante 3quarti di Grancona (Vicenza). Se mai ce ne fosse bisogno, ricordo anche che queste ricette sono state ispirate da quelle  proposte dallo chef stellato Fabrizio Ferrari nel ricettario Mille e un… panettone! curato per Trenta Editore da Barbara Carbone e Dario Loison (che – curiosamente – si chiama come il panettone…). Ma vediamo qualche piatto…

Rotolino di panettone con mascarpone e carne salata

Millefoglie di panettone e foie gras

Risi e latte con alici del Cantabrico, pomodori secchi e crostini di panettone classico Loison

Filetto di vitello in panure di panettone, patate dorate, uvetta e pistacchi

Rivisitazione del panettone in evoluzione 3.4

Ottimo…

Che poi a uno viene il sospetto che Loison avesse la casa piena di panettoni, e non sapendo più come sbolognarli, abbia deciso di riciclarli così… E invece no, a quanto pare il panettone soprattutto all’estero “tira” tutto l’anno, è un dolce molto conosciuto e molto richiesto.

E cionostante, Loison si è inventato un altro utilizzo del panettone: il panettone-merendina, imbustato in fette singole in un sacchettino tipo merendina. E non è un prodotto derivato dal riciclaggio affettatorio dell’invenduto: si tratta di fette progettate apposta, confezionate singolarmente. A chi ama il panettone, come me, non può sfuggire la meraviglia di questa idea: una merenda sana, buona. utilizzabile anche nei distributori automatici (ogni riferimento a quello presente nel mio ufficio è puramente casuale).



Non ho poi molto da dire sul panettone Loison – anzi, sui panettoni Loison: sono semplicemente buonissimi, le varie versioni (mandarino, amarena su tutte) mantengono e arricchiscono il gusto del panettone, siamo veramente a un ottimo livello di gusto morbidezza sapore profumo… e quindi – panettone tutto l’anno.

ps alla benevola attenzione del dottor Loison: se comunque caso mai nonvolesseilcieloche – ma chissà – qualora forse potesse adombrarsi l’ipotesi che un panettoncino venisse storto, non lievitasse, o il ripieno di coda alla vaccinara non piacesse, mi offro come riciclatore biodinamico ultraveloce ecosostenibile…

Emanuele Bonati