Archivio per October, 2011

Che fi-punto-gata!!

31 October 2011 - Commenti (4) »

Allora: ho cercato a lungo la fi-punto-gà, senza trovarla. Mi dicevo: come faccio senza fi-punto-gà?

Nel senso della nuova bevanda a base di guaranà di cui ci ha parlato Anna Maria nell’ultimo post di Tanto CibVs QuantoBasta. Anche se è stata una ricerca un po’ sui generis – non mi ci vedevo a entrare nei bar a chiedere scusi ce l’ha la fi-punto-gà? Cerco la fi-punto-gà – voglio subito una fi-punto-gà, ca-punto-z…

Insomma, noi uomini del secolo scorso, che pure abbiamo assistito “in diretta” allo sdoganamento di un vocabolario che è stato a lungo ritenuto disdicevole, che abbiamo sentito le parolacce di Cesare Zavattini e le (supposte) bestemmie di Mastelloni, e visto l’ombelico di Raffaella e il seno velato di Patty Pravo in un varietà, e così via, e rabbrividito la prima volta che abbiamo sentito papà nominare il membro maschile con un profluvio di zeta, abbiamo delle difficoltà. Per carità, conosciamo e usiamo (con una certa accortezza e parsimonia, in realtà) una pletora di vocaboli eufemismi sinonimi e tecnicismi, con una certa quantità di regionalismi dialettali, e potremmo ricordare a memoria, se ne avessimo ancora una, “Er padre de li santi” di G.G. Belli, o “Ricchezza del Vocabolari milanes” (e “Dormiven dò tosann… allora?) di Carlo Porta – eppure… eppure non avremmo mai commercializzato, e nemmeno pensato a commercializzare, una bevanda a nome fi-punto-gà. Nemmeno se il nome derivasse da un acronimo degli ingredienti, che so, da una decozione di fichi e garum, di finocchi e gavi – ah… in realtà è un acronimo… circa. Leggiamo dal loro sito:

Pensatela come volete. Voi consumatori siete i nostri unici padroni e giudici. In verità il nome è nato per caso, perchè il titolo originario era “Fiori di Guaranà”. Ma ci sembrò da subito troppo lungo e scontato come “brand”. Allora abbiamo deciso di abbreviarlo cercando di utilizzare le iniziali di “Fiori di Guaranà”. Il risultato era fi.GU’. Non ci sembrava soddisfacente nè interessante. Allora con un piccolo stratagemma abbiamo unito la primo e l’ultima lettera di “Fiori” (fi), con la prima e l’ultima di “Guaranà” (ga). Risultato “fi.GÀ” (l’accento sulla A). Suonava bene, era corto ma … c’era un dubbio! Chissà come lo avrebbero percepito i consumatori? Volgare, trash. E poi figuriamoci le battute. Poi abbiamo pensato: il prodotto è molto buono, il packaging particolarmente glamour ed elegante, perchè non rivolgersi direttamente al pubblico femminile? Anche perchè ci sembra che nel mercato delle bibite non ci sia nulla di specificatamente rivolto al mondo “donna”. Beh… ci crediate o meno le donne ne sono rimaste divertite ed affascinate. Ne sono diventate le testimonials per eccellenza, anche nei confronti del pubblico maschile. Hanno intuìto immediatamente che la “volgarità” sta negli occhi di chi guarda, e che ordinare un fi.GÀ (l’accento sulla A) può invece essere un modo simpatico e divertente per affermare la propria personalità e autostima.

Insomma – non molto convincente (vedi il post di Anna Maria), vagamente irritante (compreso il plurale di ‘testimonial’, che in italiano non si usa) nel suo vantare l’autoaffermazione femminile condotta nel poter dire al bar portami una fi-punto-gà… Anche lo sproloquio successivo, anti-marketing, così come anti-tutto e tutti (“Abbiamo deciso di non seguire nessuna “strategia di marketing”. Ci siamo stancati dei tanti moderni “Guru”: di stilisti che ci insegnano che cosa è l’eleganza, di “gastronauti” che ci dicono come, cosa, e dove dobbiamo mangiare, di “intellettuali” che ci suggeriscono cosa è bene leggere, quali mostre vale la pena visitare e magari quali “salotti bene” frequentare, di economisti che ci guidano negli investimenti più redditizi, salvo poi accorgersi che forse era meglio affidarsi alla classica “testa o croce” della monetina.”) non suona benissimo – mi sembra anzi marketing estremo, non sono i soli a sostenere l’inutilità degli ‘esperti’, dei ‘professionisti’, dei ‘politici di professione’ (che pure sono idee spesso giustissime), e declamarlo per il nome di una bibita è proprio seguire un trend, una moda (ti faccio vedere che la so più lunga, io – ah, i pubblicitari, che l’avrebbero chiamata Guà, che sciocchi, vuoi mettere l’icasticità di fi-punto-gà? ah, le guide culinarie, lo so io dov’è la vera trattoria tirolese che ti fa l’autentica ribollita alle cozze in tempura…).

E allora: allora niente scandalo, per carità, solo la donna – e la fi-punto-gà – sono un’altra cosa. E questa “guaranà fruit fusion”, porca miseria, è anche buona, fresca, nuova, senza quel tanto di eccessivo che hanno spesso i beveroni tropicali… Mi piace – è una fi-punto-gata!!

E vuoi mettere – son qui che stringo la fi-punto-gà in mano, e…

Pubblicato in bere, prodotti | 4 Comments »

La frase della settimana

31 October 2011 - Commenti »

L’ospitalità è la virtù che ci induce a nutrire e ospitare alcune persone che non hanno bisogno né di essere nutrite né di essere ospitate.
Ambrose Bierce

Critica del Gelato Giusto

30 October 2011 - Commenti »


Dal Laboratorio del Gusto Semantico di BlogVs, in collaborazione con CibVs e AgendaFood, e il patrocinio della FoodsLetter, vi presentiamo i Gelati Giusti Zucca & Zenzero e Pera & Amaretti.

“Partiamo da Pera & Amaretti: assaggiane un cucchiaino.”

“No le pere non mi piacciono – voglio assaggiare Cachi.”

“Si tratta di una degustazione scientifica: prendi il tuo cucchiano sterile e assaggia!”

“Ma a me la pera non piace tanto, il gelato poi, e gli amaretti mica tanto…”

“Cosa c’entra? una degustazione prescinde, ovviamente, da gusti e disgusti personali.”

“Ah, allora… dà qua… ecco.”

“Com’è?”

“Insomma…”

“Insomma non è un giudizio. Assaggia ancora.”

“Beh… in effetti… non è proprio pessimo, dai…”

“Quindi?”

“Ma che quindi e quindi, cosa vuoi, un giudizio affrettato? Lasciami tempo, le papille devono attivare i neurotrasportatori gelatofori…”

“Eh?”

“Eh – sta zitto che devo sentire la sensazioni periche…”

“Ma se la pera non ti piace!”

“C’è pera e pera – l’Abate ad esempio è ottima, come le Williams, e le Perine dell’albero della nonna, mentre la Decana, insomma… e la Pera Gelato è ottima…”

“La Pera Gelato?”

“Sì, quella che Vittoria ha messo dentro questa coppetta, emolliendola e amarettandola al punto giusto. Vedi, non è che si prendono le pere e gli amaretti e si gettano in un calderone e via: è una questione di equilibrio, di proporzioni auree, direi: e qui l’amaretto si limita a sottolineare e accompagnare la pera, non la sovrasta.”

“Sono piacevolmente sopreso – e meno male che non ti piaceva. Fammelo assagg… MA è FINITO!!!”

“Un assaggio deve essere approfondito, non è che puoi metterti un cucchiaino di gelato in bocca e poi diventi l’escoffier gelatier!”

“Va bene, va bene, guarda, taci, passiamo oltre.”

“Sì sì, passiamo al gelato di Cachi.”

“Ho detto di no. Ora, Zucca & Zenzero.”

“Zenzero? con la zucca? No no, non mi freghi. So che hai insistito con Vittoria, perché li mettesse assieme, ma proprio non mi va. Solo un cucchiaino, stavolta, ma puoi già scrivere che non mi va.”

“A me piac..”

“E sta’ un po’ zitto! Allora: freddo, al punto giusto, un attimo prima che il gelato diventi gelato. Anche qui, grande equilibrio, niente prevarica ma tutto si tiene e sostiene. La zucca conserva il suo essere zucca, anche se inzenzerata.”

“Per me Vittoria ci mette dentro qualcosa… che so, avanzi di ecstasy, cherosene, raspadura… butano… parli come se il senso fosse un optional inutile della sequela di sillabe che stanno evidentemente fuggendo l’horror vacui che le prende nella tua scatola cranica-”

“Taci… allora: la presenza di cubetti quadrilateri di dubbia provenienza ha permesso di ipotizzare non so bene perché che potesse trattarsi di brandelli di zucca, appunto, caramellati canditi o che altro. In realtà, a una disamina più accurata (ne ho assaggiato uno) trattasi in verità di cubetti di zenzero, il che magari non brillerà per originalità, ma è certo meglio dei cubetti di rognone che magari qualcun altro avrebbe messo…”

“Basta!!! Allora: Zucca & Zenzero è un gusto di estremo equilibrio, come dicevi tu. La scelta dell’abbinamento poteva aprire la strada a un effetto esagerato, un po’ pompier, di sapori forti e sottolineati come tali; invece, è tutto un gioco di delicati rimandi, di corrispondenze, segnati da episodi spigolosi (ma dagli spigoli amabilmente arrotondati) costituiti dai cubetti di zenzero candito, anch’esso con grazia, quasi sottotono, ma con una presenza importante che – diciamolo – è il tocco in più, anch’esso né troppo dolce né troppo in disparte.”

“OK – posso mangiare il gelato di Cachi ora?”

“Un attimo… aspetta – ogni articolo che si rispetti deve avere una bella foto, ora prendo… ecco… la mia macchina fotografica… allora, dove— ma… dov’è il gelato di zucca?”

“Gnom lo sciò…”

“Hai fatto fuori anche quello? Ma sei un mostro! E adesso?”

“Adesso torniamo dal Gelato Giusto e ci facciamo dare dell’altro gelato – anche del Cachi, che non ce n’è più…”

Emanuele & Bonati

Pubblicato in DOLCI, negozi | Comments »

L’AntipatiCibVs: modesta proposta per utilizzare i lavavetri all’angolo

25 October 2011 - Commenti »

Sul vialone che porta al Monumentale, al semaforo, ci sono spesso giovani e meno giovani ragazzi e ragazze che si offrono di lavare i vetri alle auto ferme in attesa del verde (ok, a volte non è proprio che si offrano gentilmente, anzi sembrano quasi assaltare i parabrezza altrui, anche se perfettamente puliti). Non sarà un grande lavaggio, ma troppo male non fanno.

Nelle vie che si dipartono dal vialone, dalla piazza, ci sono molti locali bar ristoranti e altro. Ti attirano le insegne, a volte anche la fama (l’Antica Trattoria della Pesa è un classico milanese…). Ad esempio, questo negozietto dall’insegna anonima, ma dai profumi solleticanti – vediamo cosa offre…

Vediamo?

Vediamo la nebbia, l’untume, la polvere dei secoli, le ere geologiche di particelle di carbonio, di piombo, depositate sulla vetrina. Accade spesso di trovare negozi dai vetri impolverati  – e solitamente hanno su di me un effetto repellente. Non concepisco un negozio qualsiasi con la vetrina sporca unta bisunta – figuriamoci un locale che vende commercia alimentari, sia freschi che confezionati – e figuriamoci poi un posto dove si mangia.

Lavavetri al semaforo. Vetrine sporche. Comincio a intravedere una funzionale soluzione…

Ah, non ci sono foto di questo locale – il vetro troppo sporco impediva la visione all’obiettivo.

Emanuele Bonati

Pubblicato in AntipatiCibVs | Comments »

Le Grand Fooding, gli spaghetti “Whoosh” di Oldani, il tovagliolone…

24 October 2011 - Commenti (2) »

Abbiamo anticipato l’altra settimana la ricetta degli Spaghetti tiepidi “Whoosh” di Davide Oldani, che è stata presentata a Le Grand Fooding giovedì scorso.

Alla fine, la ricetta invitava a mangiare il piatto con le mani – che idea pop, ho pensato, ma va beh, lasciamo perdere, e me ne sono dimenticato. Quando poi, durante la cena, è arrivato Oldani col megafono (anzi, col silenziofono: si sentiva pochissimo) a incitarci a mangiarli appunto con le mani, vista anche la presenza ai nostri colli dello strofinaccio da cucina offertoci proprio allo scopo di ripararci dagli schizzi, e di permetterci di suggere lo spaghetto col tipico “whoosh…” – potevo forse esimermi? Domanda oziosa e tendenziosa…

Emanuele Bonati

La frase della settimana

24 October 2011 - Commenti »

Remember “I” before “E,” except in Budweiser.
Professor Irwin Corey

Le Grand Fooding? Io c’ero!

21 October 2011 - Commenti »
Parto subito dicendo che la parte culinaria della scorsa edizione mi ha emozionato maggiormente. Ancora non ho letto nulla in merito alla prima serata di fooding ma, sentendo i commenti, so quasi per certo che ci saranno feroci critiche soprattutto nei confronti degli chef.
Partiamo dal presupposto che con tutto ciò che era compreso nel costo del biglietto (2 flute di champagne, pizza a gogo, bibita western, assaggi di pasta bullet, cena seduto con vini abbinati, caffè, ammazzacaffè, doppio ammazzacaffè e triplo gelato, music live show & superman dj stile fantozzianomachetantocièpiaciuto…) manco nel medio basso mediocre ristorante di Milano si poteva spendere meno.
Se ci mettiamo che il 20% dell’incasso è devoluto ad una ONLUS, vuole dire che abbiamo speso 40€.
Mettiamoci poi che lo spirito di questa edizione aveva come filo conduttore l’italianità…
La mega famiglia allegra chiacchierona e chiassosissima che si ritrova nelle grandi aie, in mezzo ai panni stesi a mangiare e condividere pietanze prendendole dal pentolone.. Mi ha ricordato un po’ uno scenario sul balcone de “Le fate ignoranti”.
Mettiamoci che gli chef hanno seguito lo “spaghetto conduttore”, proponendo piatti semplici da condividere… insomma cosa pretendiamo?!
Dobbiamo prendere la serata così senza avere appunto la pretesa di mangiare i piatti perfetti che escono dalle stesse cucine degli chef in azione ogni sera al fooding.
“…sì ma al Taste era diverso… i piatti erano meglio…” – ok sono d’accordo ma i costi di gestione erano altri, i costi per gli avventori pure. E comunque anche il “tono” della serata è diverso. Diverso il concept.
Rilassatevi e divertitevi al Fooding. Conoscete un po’ di gente e condividete l’italianità. Questo è lo spirito giusto.
Detto questo:freddo del tipo polare artico o antartico, fate voi – “eh sì ma l’anno scorso non era così freddo, anzi era clima primaverile…”

Arrivi e ti becchi sti pizzaioli moderni filo italiani che fanno una pizza paura. Fanculo alla pizza con patatine fritte e salsiccia o con la panna ed il salmone ecc. ecc. Impasti pazzeschi, abbinamenti al top. Bissare assolutamente. So già dove  mangiare quando andrò a Londra: http://www.pizzaeast.com/ o a Oakland: http://www.pizzaiolooakland.com/
Carini i piattini Mumm per le fette di pizza e porta flute. Smozzica e bevici sù!
Sempre avanti http://www.arabeschidilatte.org/ con i loro cocktail western.
Improvvisamente suona una campanella. Finalmente si entra al calduccio…
Il buio. Finti minatori ci indirizzano verso le tavolate. Originale. Alzo la testa e vedo panni bianchi stesi. ”…Molto suggestivo ma l’odore di bucato appena steso dov’è??? Io lo volevo!…”
Ben organizzato e veloce il servizio, i vassoi arrivano come vagoncini carichi di preziosi, guidati dai nostri minatori.
Buono ed originale l’hot dog di seppia.
Gli spaghetti tiepidi di Oldani erano un pochino freddi ma sfido chiunque a cucinare  all’addiaccio, servire nelle teglie  e portare il tutto a 50 m di distanza senza che si freddi.
Tra una portata e l’altra un suono cupo in crescendo si espande per la sala. “…ma è la sirena di una nave!?”
Spezzo-spremo “un’arancia” in favore di Oldani dicendo che se il clima fosse stato mite, avremmo apprezzato maggiormente il suo piatto.
Nella polenta di mais fresco sentiamo davvero la freschezza dell’ingrediente. Ottimi abbinamenti.
Il risotto con andouille porcini sedano limone, ottimo.
Vini azzeccati e molto gradevoli. L’acqua la conosciamo e ci accompagna dall’infanzia.
Finita la cena, eccoci catapultati in una scena del film Undergound di Kusturica. Dall’alto scendono le scale dapprima un teddy bear ballerino seguito dalla banda stile Goran Bregovic & The No Smoking orchestra.  Mi sembra di sognare.  Bravissimi!
Il clima allegro ci spinge verso la lounge dove ci sono i cocktail a base di Havana Rhum.. ma alla fine siamo attratti dal banchetto della macelleria clandestina di Cazzamali. In quanto clandestina, lui si accinge a preparare velocemente e con aria circospetta, dei gran bocconi della sua pregiata carne al coltello su una fettina di pane. Il rapporto carne pane è 10 a 1. E se gli stai simpatico ti versa un goccio di una salsa-pozione contenuta in un vasetto. Grazie di esistere, dico.
“Ma abbiamo appena bevuto il caffè, che fai mangi la carne ora?” La risposta è sì!
Buona la bomba di gelato di Franco Aliberti e non male il cocktail asprino e piccante di Rich Boccato.
Godetevi le gran tabù accompagnando la serata con la musica latin-jazz molto coinvolgente del simpatico Remy Kolpa Kopoul. Ed io che pensavo fosse un simpatico nonnino parente di qualche organizzatore francese…
cVs

Tanto CibVs QuantoBasta

20 October 2011 - Commenti (5) »

[omissis] on the rocks

Prima scena: interno giorno. Bottiglietta da 33cc fondo bianco e delicatamente decorata con disegni fucsia, svettante sopra il tavolo vero-fintopovero posto al centro della cucina.

Seconda scena: interno giorno. Creatura quattordicenne, adeguatamente accessoriata di brufoli e polluzioni notturne, entra in cucina.

La Creatura mi guarda, guarda attorno, si sofferma, mi guarda, scoppia in una fragorosa risata e inizia a smanettare col telefonino, sogghignando, tanto che il cellulare sembra posseduto.

Ma cosa avrà scatenato cotanta ilarità e frenesia diteggiatrice? Ovviamente la visione del packaging della bottiglietta di cui sopra, 33cc di soft drink, una “bibita funzionale”, come viene definita nel sito istituzionale www.fioridiguarana.it, ovvero che svolge alcune funzioni fondamentali (effetto tonico, vitaminico, dietetico…), che ha trasformato i principi attivi utilizzati per la preparazione del drink – derivanti dal fiore di guaranà – in un acronimo degno di un adolescente in pieno tsunami ormonale.

Base del ragionamento che ha portato i “fiori di guaranà” a diventare “fi-Gà”, recita il sito, è la scoperta che la pubblicità tradizionale è morta (ma va?), e che quindi bisogna inventare la mucca viola, o qualsiasi altra cosa, ovvero la parola, lo slogan che stupisce e che diventa virale. Questo. Questo? Una vera fi-gàta, insomma.

Continuiamo a farci del male, mi verrebbe da dire. A insistere sulla sineddoche malsana che negli ultimi trent’anni ha avvelenato l’aria respirata da una generazione: un’intera donna in una singola parte del suo corpo.

Continuiamo a consentire che la figura della donna venga dileggiata in ogni suo singolo aspetto: il suo impegno, le sue capacità, il suo ruolo istituzionale, la sua lotta quotidiana contro l’ignoranza, la deficienza, la sua dificoltà a portare avanti un quotidiano lavorativo, familiare, economico in un mondo che da lei tutto pretende e a lei molto rifiuta.

Nel sito si legge: “La nostra filosofia è continuare in questa strada, lasciare cioè che sia il consumatore finale ad essere l’unico ‘punto di riferimento’ e ‘giudice’ del nostro ‘brand’.”  Il tutto sulle note di La vie en rose – che imperversa in loop sul sito, a confermare che la felicità è un loop analcolico che comunque gira sempre lì attorno. Intanto sono indecisi se la cosa sia maschile o femminile il forum è fermo al 2010, l’e-shop è ricco di oggetti mai visti in giro, la galleria fotografica è quanto mai triste e stanca. Poveri fiori di guaranà, eletti a metafora altrettanto triste e stanca. Chi li ha mai visti, comprati, odorati, usati, i fiori di guaranà?

I fiori di guaranà non sono stati usati da Tawakkul Karman, 32 anni, “nelle circostanze più difficili sia prima che durante la Primavera araba”, insignita del Nobel per la Pace, premio che Comitato norvegese si augura possa ”contribuisca a porre fine alla repressione delle donne che ancora esiste in molti Paesi del mondo e a realizzare il grande potenziale per la democrazia e la pace che le donne rappresentano”.

I fiori di guaranà non stati usati, sostituti delle ottocentesche mimose, a coprire pudicamente il sudario di cemento e mattoni delle 5 lavoratrici morte a Barletta.

I fiori di guaranà non mi daranno sicurezza quando attraverserò sola il sottopasso di una stazione ferroviaria, dopo essere scesa da un treno al calar del buio.

Che la mucca viola se li sia mangiati tutti?

Nel frattempo la Creatura ha evidentemente finito il credito e si è fatto un’idea. “Ma ti pare che si possa ordinarla in un bar senza scoppiare a ridere come degli scemi?! Dai mami, me la fai portare a scuola? Così la presento ai miei amici…”

“Guarda che se continui così ti metto in castigo perpetuo.”

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Enoteca con Cucina Soul Wine a Casalecchio di Reno

19 October 2011 - Commenti »

Capita di trovarsi a Casalecchio di Reno all’ora di cena e di voler cenare. Capita anche di sapere dove andare ma di non avere voglia di andarci. C’è in zona una serie di posti, sui colli bolognesi, come da Amerigo a Savigno, o a Bologna, come dalla Gigina o da Serghei o da Gianni. Ma non avevo voglia…

Forse perché sono posti ottimi, dove tutti sanno che si mangia bene, ma ci sono già stato… E forse anche perché non ho così tanta fame da mangiare tutti quei piatti caserecci abbondanti succulenti… E poi – così, magari c’è qualcosa di nuovo in giro, che non conosco ancora, una bella scoperta… Quindi? Quindi il mio iPhone mi propone un posto proprio a 1km da dove mi trovo: leggo e già dal nome mi ispira un non so che…

Arrivato, riconosco subito un’aria familiare. I volti, il posto, anche se non li ho mai visti, mi ricordano altri volti, un altro posto. Sono persone con una forte passione, preparate e cordiali. Il locale poi, anche questo… è cordiale… e poi, la selezione di etichette di vini biodinamici, la cucina… Ecco: mi ricorda Enocratia, il locale milanese dei miei amici Davide Mingiardi e Anna Vitolo: stesso concetto di fondo, stessa filosofia.

Ci accoglie Massimiliano, ci fa visitare il locale, ci illustra il menù e ci guida nella scelta dei vini.

• baccalà mantecato con le chips aromatizzate ai capperi e finocchietto

• tartare di manzo battuta al coltello con i suoi ingredienti da comporre

• misticanza con scaglie di grana e guanciale sfumato all’aceto

• piatto di verdure miste di stagione

• crostatina di frolla con crema chantilly e amarene

• cremoso freddo al cioccolato  fondente con salsa inglese al rhum cubano.

I vini:

• Pigato della Cascina Feipu

• Cuvée Impériale del Domaine Gros-Pata (50%grenache, 50% sirah), Valle del Rodano

Ho chiesto a Bruno di raccontarmi qualcosa su di loro: “La nostra realtà è in essere da poco più di un anno in quanto abbiamo inaugurato il locale il 30 giugno dell’anno scorso. Io provengo da tutt’altro settore, quello delle costruzioni (ma non facevo edilizia), e avendo ceduto la mia precedente azienda ho deciso di intraprendere una nuova avventura occupandomi di una vecchia passione, quella del vino appunto. Una volta deciso ho coinvolto Massimiliano, con il quale sono diventato amico nel corso degli ultimi 10 anni, condividendone esperienze enologiche e soprattutto idee e modi di intendere il mondo del vino con tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Massimiliano, a differenza del sottoscritto, è un professionista di questo settore da circa 15 anni, avendo svolto la mansione  sia come responsabile di una delle enoteche più importanti della città sia come sommelier di 3 ristoranti stellati. Nondimeno egli ha una conoscenza e una capacità di valutazione dei vini  raramente riscontrabile, soprattutto nella nostra città. Lo chef Diego Parma è un ragazzo di 26 anni che, dopo essersi diplomato alla scuola alberghiera, ha frequentato la scuola di cucina dell’Alma a Colorno diretta da Gualtiero Marchesi. Successivamente ha avuto esperienze lavorative in diversi ristoranti tra i quali i più rinomati Locanda Liuzzi di Cattolica e Lido Lido di Cesenatico fino a condividere assieme a me e Massimiliano il progetto dell’Enoteca SoulWine.”

Giusto: sto parlando dell’Enoteca Soul Wine di Casalecchio di Reno. Un gran bel posto, che consiglio vivamente non solo per la qualità dei piatti ,semplici ma  di grande riuscita, e della scelta dei vini ,molto curata, ma perché soprattutto si ha a che fare con persone che amano il loro lavoro e che lo trasmettono in ogni modo possibile. Con quell’entusiasmo misurato che riesce a coinvolgerti.

Enoteca con Cucina Soul Wine

Via Calari 10-12, Croce di Casalecchio

40033 Casalecchio di Reno (BO)

cVs

Tags: ,
Pubblicato in locali, ristorazione, vino | Comments »

Prendi un dolce?

17 October 2011 - Commenti »

Mettiamo di trovarci in Inghilterra, anzi per la precisione nel Lake District, la regione lacustre cantata da Wordsworth, percorsa da tutti i letterati inglesi, abitata da Beatrix Potter… Meta ricercata, dunque – e per aggiungere ricercatezza ed esclusività al proprio soggiorno, si può passare al Lindeth Howe Country House Hotel,  Windermere, dove lo chef Marc Guibert ha creato per i suoi ospiti un dessert veramente unico.

Si tratta di un pudding – tipico dolce inglese peraltro – che non si segnala per l’abile mescola degli ingredienti o la presenza di prodotti locali esaltati dalla maestria dello chef, bensì per il prezzo. Per soli 35.000 dollari (22.000 sterline) potrete infatti gustare un pudding fatto con quattro diversi tipi di cioccolato amaro belga, aromatizzato con pesca, arancia e whisky,  con un biscuit Joconde, perle di caviale di gelatina di champagne, foglie d’oro, e un diamante di due carati, servito nella copia, dorata, edibile,m di un uovo Fabergè – e dove, se no?

Emanuele Bonati