Archivio per May, 2011

Il risotto romagnolesco di Pascoli

31 May 2011 - Commenti »

“Nel libro di Mariù e nelle lettere scritte agli amici custodite a Casa Pascoli, si evince che a tavola Giovanni Pascoli prediligeva piadina, tagliatelle al ragù, erbe di campagna cotte che lui chiamava ‘ragazul’ e le mangiava uso cassoni fra la piadina. Poi amava il ‘bazòt’ che era un formaggio semimorbido che metteva in mezzo alla piadina; poi la carne lessata o meglio ‘il lesso con le patate lesse’ come diceva lui e il pollo arrosto.” Lo dice Rosita Boschetti, direttore del Museo di Casa Pascoli, in un’intervista su RomagnaGazette.

La stessa opera poetica di Pascoli comprende liriche dedicate all’arte culinaria. Ve ne proponiamo una, che descrive la preparazione del “risotto / romagnolesco che mi fa Mariù”, risposta  a un altrettanto poetico risotto alla milanese (anche se con troppi… -ai) inviatogli da Augusto Guido Bianchi, cronista giudiziario del Corriere della Sera, allora diretto da Luigi Albertini, in risposta a una precisa richiesta del poeta.

http://www.pabaac.beniculturali.it/opencms/multimedia/BASAE/images/upload/small/3/1238415117385_2%20cucina%20.jpg

La cucina di casa Pascoli a San Mauro di Romagna

a

Amico, ho letto il tuo risotto in… ai!

È buono assai, soltanto un po’ futuro

con quei tuoi “tu farai, vorrai, saprai.”

Questo, del mio paese, è più sicuro

perché presente. Ella ha tritato un poco

di cipollina in un tegame puro.

V’ha messo il burro dal color di croco

e zafferano (è di Milano!), a lungo

quindi ha lasciato il suo cibrèo sul fuoco.

Tu mi dirai: “Burro e cipolle?”. Aggiungo

che v’era anche qualche fegatino

di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.

Che buon odore veniva dal camino!

Io già sentiva un poco di ristoro

Dopo il mio greco, dopo il mio latino!

Poi v’ha spremuto qualche pomodoro;

ha lasciato covar chiotto chiotto

in fin c’ha preso un chiaro color d’oro.

Soltanto allora ella v’ha dentro cotto

Il riso crudo, come dici tu.

Già suona mezzogiorno… ecco il risotto

Romagnolesco che mi fa Mariù.

http://www.rgnews.it/wp-content/uploads/2010/06/Pascoli.jpg

La ricetta è contenuta anche in Le Muse in cucina, un libro con 80 ricette di artisti, illustrate da artisti, pubblicato da Excelsior 1881 nel 2010.

Emanuele Bonati

La frase della settimana

30 May 2011 - Commenti »

“Io cerco di essere sempre gentile e carina, anche con gli asparagi”
Antonella Clerici, La prova del cuoco

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Buon CibVs col tè!

25 May 2011 - Commento (1) »

La preparazione del tè

Sorseggiare un buon tè rende piacevole e speciale ogni momento della giornata.

Per ottenere un buon tè è necessario utilizzare un prodotto di elevata qualità, un’ottima acqua minerale e prepararlo seguendo alcune semplici regole.

È bene chiarire che preparare il tè non significa semplicemente immergere un filtro in una tazza contenente acqua calda, aromatizzare con limone o latte e zuccherare a piacere. Anzi, la preparazione è un rito raffinato,  che varia da nazione a nazione – per molti popoli si tratta di una vera e propria arte.

Affinché il tè sia eseguito a regola d’arte è importante considerare: la scelta delle tazze e della teiera, la qualità del tè e dell’acqua, la temperatura e il tempo di infusione, il quantitativo di tè. Occorrono inoltre pochi, ma indispensabili, strumenti: il termometro per misurare la temperatura dell’acqua, la bilancina per il quantitativo di tè, il timer per calcolare il tempo di infusione.

Le teiera e le tazze non devono essere scelte in base a criteri estetici, ma devono essere funzionali al tipo di tè.

Le teiere di terracotta, chiamate anche teiere yixing, in quanto vengono prodotte con l’argilla tipica della cittadina di Yixing, sono adatte a tè neri e oolong.

Quelle di vetro non assorbono i sapori, però tendono a disperdere il calore.

Le teiere di ceramica trattengono meglio il calore, mentre quelle di porcellana sono migliori se sottili.

La teiera, inoltre, dev’essere sufficientemente ampia, in modo da consentire alle foglie del tè di espandersi durante l’infusione. In questa fase infatti le foglie  assorbono  l’acqua – e per questo motivo è sconsigliato usare i filtri, che impediscono alle foglie di “muoversi” liberamente ed espandersi. Inoltre, la teiera prima di accogliere le foglie per l’infusione deve essere riscaldata.

Le tazze migliori sono realizzate in porcellana fine, la fine bone China, dal bordo sottile. In questo modo il tè può essere degustato al meglio, apprezzandone le innumerevoli proprietà organolettiche.

Altro fattore importante è la qualità dell’acqua, definita dai cinesi “la madre del tè”. Già Lu Yu, nella sua opera dedicata al tè, Jha Ching, “Il canone del tè” (scritto fra il 760 e il 780), decantava l’importanza dell’acqua, sostenendo che la migliore è quella sorgiva di montagna, mentre la meno indicata è l’acqua del pozzo. Oggi che non abbiamo la fortuna di poter utilizzare acqua sorgiva, per preparare un buon tè è preferibile orientarsi su un’acqua minerale dal residuo fisso basso e con un buon equilibrio tra i vari minerali.

Il quantitativo di tè, la temperatura dell’acqua e il tempo di infusione dipendono dal tipo di tè scelto.

I tè bianchi, i più delicati e pregiati, richiedono lunghi tempi di infusione, circa 10 minuti, e basse temperature dell’acqua di infusione, intorno ai 75°. Per questa famiglia di tè è importante utilizzare una teiera capiente, le foglie molto grandi richiedono molto spazio per poter sprigionare al massimo la loro fragranza e aroma.

Foto Giovanna Nobile

Foto Giovanna Nobile

I tè verdi giapponesi richiedono temperature di infusione intorno agli 80° e tempi ridotti, solitamente 2 minuti. Un tempo di infusione maggiore renderebbe il tè molto tannico, amaro – un gusto al quale noi occidentali siamo poco abituati.

Per i tè verdi cinesi, invece, sono necessarie temperature di infusione più alte, intorno agli 85°, e tempi di infusione maggiori, intorno ai 3, 4 minuti.

I tè oolong e i neri richiedono temperature intorno ai 90°-95° e tempi tra i 4 e i 5 minuti.

È importante considerare anche il quantitativo di tè rispetto all’acqua. Per la maggior parte dei tè, ad eccezione di quelli bianchi, la dose è di 2,5 g di tè per 25 cl di acqua, quantitativi maggiori rischierebbero di rendere il tè troppo tannico. Per questo motivo è preferibile evitare di aggiungere un cucchiaino di tè “per la teiera”.

Appena il tè è pronto, è indispensabile filtrarlo subito, per arrestare l’infusione.

Quanto detto è riferito ai nostri gusti occidentali: gli orientali, invece, amano i sapori amari e hanno altre modalità di preparazione, quali tempi di infusione più lunghi, o maggiori quantitativi di tè.

A volte, quando vengo consultata circa la preparazione del tè, molte persone mi dicono che i nostri ritmi frenetici non permettono di impiegare così tanto tempo per preparare “una semplice tazza di tè”. In realtà, il tè non è solo una bevanda. È un piacere immenso. È il ripetersi di un rito millenario. È un ponte tra il passato e il presente, tra l’Oriente e l’Occidente.

Per me, scegliere con cura il tè, riscaldare la teiera per accogliere le foglie, pesare il giusto quantitativo di tè, controllare la temperatura dell’acqua e misurare il tempo di infusione, rappresentano un’oasi di calma e serenità.

Sono abituata a bere il tè già durante la colazione. Di solito, la mattina sono sempre di corsa, ma quando inizio a preparare il tè mi rilasso, e dopo averlo sorseggiato con calma, mi sento carica di energia, pronta ad affrontare la giornata.

Ed ora, cosa ne dite di preparare insieme un buon tè?

Giovanna

la cuoca eclettica












Rolli’n'Stokke a Genova

23 May 2011 - Commenti »

Di passaggio a Genova…

Ok, lo ammetto: volevo raggiungere la Titti – che si inerpicava sul monte di Portofino – andando in treno a Rapallo per andarle poi incontro ecc ecc, senza tenere nel debito conto lo sciopero dei treni (tratto in inganno dall’annuncio della partenza del treno, e dalla disponibilità del biglietto nell’emettitrice automatica, che si è guaradta bene dall’avvisarmi dello sciopero, e dall’assenza, mi sembra, di annunci di sciopero nella mezzoretta passata in Lambrate Station…), sciopero che mi ha costretto a scendere a Genova Principe (col rischio di restare sul treno… il controllore, passato qualche decina di minuti prima, non mi ha avvisato guardi che ci fermiamo a Genova… visto che erano scesi tutti quanti dal treno, un dubbio m’assalse…), da dove potevo forse sperare di proseguire, ma chissà poi se tornare…

Insomma, ho preferito abbandonare Titti e l’amica Sandra ai sentieri portofini e in attesa di un possibile treno alle 14.19 mi sono dedicato a un giretto per Genova, città sempre bella… Scoprendo che questo week end era dedicato ai “Rolli”, i palazzi patrizi seicenteschi che Andrea Doria aveva iscritto nella lista delle case che dovevano ospitare reganti ambasciatori alti prelati di tutta Europa di passaggio per la città. Tutti i palazzi (ora di proprietà dell’università, o di banche) aperti e visitabili. Come sempre Genova nasconde nei suoi cortili tesori inaspettati…

E fra i tesori c’era anche una deliziosa scatolina colorata – distribuita all’ingresso di Palazzo Rosso – con lo stesso nome di questo post: Rolli’n'Stokke, Rolli (i palazzi…) and baccalà. E all’interno, una delizia: un assaggio di “Baccalà ai sapori di Liguria”…

Purtroppo la delicata natura del pesce e della preparazione hanno impedito che esso potesse figurare in questa (peraltro non eccelsa…) foto: la mia macchina fotografica è ahimé defunta, il cellulare era semiscarico… e non si è trattato, come si potrebbe pensare, di un attacco di voracità, dovuto al profumo meraviglioso, all’aspetto invitante del merluzzo così preparato.

E allora… Ecco la ricetta, dovuta all’idea dell’Associazione Culturale dei Palatifini.

Baccalà completamente rinvenuto tagliato in pezzi marinati nel limone per 24 ore.

Condito con basilico, pinoli, olive e timo.

Abbondantemente bagnato con olio extravergine di oliva.


La frase della settimana

23 May 2011 - Commenti »

“Il piacere dei banchetti non si deve misurare dalle squisitezze delle portate, ma dalla compagnia degli amici e dai loro discorsi.”

Cicerone

La tuma all’argentiera di Simonetta Agnello Hornby

23 May 2011 - Commenti »

“La tuma è il primo pecorino senza sale, umido e di consistenza elastica; quella di qualità migliore si riconosce perché zirria – stride – sui denti. è scipita, ma si marita benissimo a una infinita quantità di sapori e di ingredienti nei piatti poveri. A casa nostra la si cucinava solo in quella pietanza dal nome affascinante – tuma all’argentiera – che evocava in me immagini di bagliori di candelabri, porcellana fina e tovaglie impreziosite di merletti. Ricordo ancora la mia delusione quando la mia amica Chicchi mi raccontò che quel piatto doveva il suo nome a un argentiere caduto in bassa fortuna; per nascondere la propria indigenza ai vicini curtigghiari, li gabbava cucinando sapientemente una fetta di modestissima tuma come se fosse un succulento filetto, con tutti gli aromi, e quelli ci cadevano! Ma a quel punto anche Chiara e io cominciammo a immaginare di prendere in giro i vicini, nel nostro caso inesistenti, e a divertirci moltissimo ogni volta che ci trovavamo nel piatto la tuma all’argentiera.

Caterina soffriggeva una cipolletta tritata con una cucchiaiata abbondante d’olio, sua personale variante alla ricetta. Quando diventava rosata adagiava le fette di tuma, alte un centimetro, nella padella e dopo averle fatte bruciacchiare da un lato le girava dall’altro; quindi aggiungeva dell’aceto di vino bianco, alzando la fiamma per farlo sventare velocemente, e all’ultimo, sale, pepe e una spruzzata di origano. A quel punto copriva la padella con il coperchio per mantenere calore e aromi, prima di portarla a tavola e servirci.”

S. Agnello Hornby,  Un filo d’olio, Sellerio 2011

Il mondo di Noma

19 May 2011 - Commenti »

«Spero che questo libro possa farvi provare alcune delle emozioni che ho provato io.» Questa è la conclusione del testo dell’artista danese Olafur Eliasson che introduce il bel volume su Noma di René Redzepi in uscita oggi da Phaidon.

Nelle righe precedenti Eliasson aveva così delineato la filosofia che sta dietro questa emozione: «Se è vero che il cibo è una cosa molto banale e che tutti mangiano e hanno idee particolari sull’argomento, è altrettanto vero che il gusto non è solo una percezione individuale e, soprattutto, che il cibo non è mai “solo cibo”. Che ci piaccia oppure no, quello che mangiamo modifica la nostra visione del mondo e la nostra capacità di percepirlo. Quando guardiamo un piatto dovremmo poter distinguere anche l’ecosistema più ampio di cui fa parte. Sapere quale sia stato e quale sarà il percorso di un ingrediente può esaltare un’esperienza gastronomica. C’è una grande differenza tra le patate che vengono dalla Nuova Zelanda e quelle della regione danese di Lammefjorden. L’arte culinaria che sceglie di non scindere consapevolezza e gusto ha grandi potenzialità – proprio come l’arte in generale non separa forma e contenuto. Ci dimostra che è possibile far coesistere diversi piani di lettura anche nella preparazione e nella degustazione del cibo. Cibo che può farsi politica. Cibo che può essere sinonimo di responsabilità, sostenibilità, territorio e cultura. Nell’incarnazione pratica delle idee di René ritroviamo una commistione tra piacere del mangiare e dimensione sociale che profuma di ricordi, cultura, ingredienti dei Paesi del Nord, nonché di esperienze individuali e collettive.»

Eliasson aveva esordito con la descrizione di uno dei piatti più famosi di Redzepi, che rende evidente quanto detto: «“Pellicola di latte con erba, fiori e aromi” era uno dei piatti del menù del giorno. Gli elementi di contorno provenivano dallo stesso prato sul quale la mucca produttrice dell’ingrediente principale aveva pascolato e defecato liberamente. In quel piatto sembrava rivivere una specie di perfetto ecosistema in miniatura. Assaggiarlo suscitò in me una certa meraviglia (anche perché, a vederlo, aveva solo l’aspetto viscido e poco invitante di una frittella imbevuta di latte con della verdura sopra). I sensi però non mi tradivano: con la bocca potevo esplorare ogni angolo di quel prato.»

Insomma, non si tratta di una presentazione informale, il mio amico René è bravo a cucinare andateci: Eliasson enuncia e descrive i principi della cucina di Redzepi partendo dalla propria esperienza di assaggiatore di un piatto “strano”, e introduce al mondo di Noma nel modo migliore.

Emanuele Bonati

I testi sono tratti  per gentile concessione dell’editore da

René Redzepi, NOMA: Tempi e luoghi della cucina nordica, © Phaidon Press 2011, €49,95

www.phaidon.com

Per le immagini: © Ditte Isager / courtesy Phaidon Press.

Libri in uscita: René Redzepi, Noma, Phaidon

18 May 2011 - Commenti »

Allora: Noma è l’acronimo di Nordisk Mad (cibo nordico) – ma è soprattutto il nome del ristorante che ha ricevuto lo Chef’s Choice Award nel 2009 che qualche settimana fa è stato nominato per il secondo anno consecutivo miglior ristorante del mondo nella classifica S. Pellegrino World’s 50 Best Restaurants (ne abbiamo parlato qui). Roba da niente per un localuccio di 12 tavoli fondato nel 2003 da Renè Redzepi in un magazzino portuale del Settecento a Copenhagen.

E poi il successo deve essere contagioso: il 7 maggio 2011, a New York, il volume Noma, pubblicato da Phaidon Press, ha ricevuto il James Beard Award (il più prestigioso premio USA per chef e libri di cucina) in due categorie: volumi di cucina per professionisti e libro di cucina fotografico.

Direi che varrebbe la pena di andare a Copenhagen – ma per prepararci, possiamo leggere da domani il libro di René Redzepi, Noma. Tempi e luoghi della cucina nordica, pubblicato da Pahidon anche in italiano (introduzione dell’artista Olafur Eliasson, 320 pagine, 200 illustrazioni a colori, € 49,95).

Emanuele Bonati

Milano Food Week: the week after

18 May 2011 - Commenti »

Domenica sera è finita la Milano Food Week. Cosa mi è rimasto?

Qualche piccolo neo: un evento degustazione annunciato alle 11,30 e non ancora iniziato un’ora dopo. Le scarpinate da un evento all’altro. Che però sono stati anche un’occasione per girare, chiacchierare con la gente in attesa, scoprire posti nuovi.

Il bicchiere: non conto più i vini che ci sono passati, enocratici e non solo, in quantità giuste, in varietà e qualità impressionante.

Il ricettario del Prosciutto San Daniele. E una serie di dépliant volantini card foglietti indicazioni varie da mettere a frutto.

Qualche persona, qualche incontro, qualche chiacchierata. Qualche cosa dentro.

Foto di Daria Graziussi - http://www.lazuccamezzapiena.com

A

Blogger critici commercianti produttori. Una serie di persone, di storie interessanti.

La serata Playboy, le conigliette, con copia della rivista. Per la cucina di Eugenio Boer, ovviamente (che attendiamo alla prova da Enocratia) – anche se le conigliette distraevano un po’, e ho dovuto fare una serie di bis per capire al meglio lo spirito di ogni piatto.

Un senso di divertimento di euforia di vitalità – non credo sia l’effetto del vino…

Mi sono divertito.

Emanuele Bonati