Archivio per March, 2011

CibVs legge… “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi

30 March 2011 - Commenti »

Cento anni fa moriva Pellegrino Artusi, autore de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, che a sua volta quest’anno compie 120 anni.


Avevo data l’ultima mano al mio libro La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, quando capitò in Firenze il mio dotto amico Francesco Trevisan, professore di belle lettere al liceo Scipione Maffei di Verona. Appassionato cultore degli studi foscoliani, fu egli eletto a far parte del Comitato per erigere un monumento in Santa Croce al Cantor dei Sepolcri. In quella occasione avendo avuto il piacere di ospitarlo in casa mia, mi parve opportuno chiedergli il suo savio parere intorno a quel mio culinario lavoro; ma ohimé! che, dopo averlo esaminato, alle mie povere fatiche di tanti anni pronunziò la brutta sentenza: Questo è un libro che avrà poco esito.

Sgomento, ma non del tutto convinto della sua opinione, mi pungeva il desiderio di appellarmi al giudizio del pubblico; quindi pensai di rivolgermi per la stampa a una ben nota casa editrice di Firenze, nella speranza che, essendo coi proprietari in relazione quasi d’amicizia per avere anni addietro spesovi una somma rilevante per diverse mie pubblicazioni, avrei trovato in loro una qualche condiscendenza. Anzi, per dar loro coraggio, proposi a questi Signori di far l’operazione in conto sociale e perché fosse fatta a ragion veduta, dopo aver loro mostrato il manoscritto, volli che avessero un saggio pratico della mia cucina invitandoli un giorno a pranzo, il quale parve soddisfacente tanto ad essi quanto agli altri commensali invitati a tener loro buona compagnia.

Lusinghe vane, perocché dopo averci pensato sopra e tentennato parecchio, uno di essi ebbe a dirmi: – Se il suo lavoro l’avesse fatto Doney, allora solo se ne potrebbe parlar sul serio. – Se l’avesse compilato Doney – io gli risposi – probabilmente nessuno capirebbe nulla come avviene del grosso volume Il re de’ cuochi; mentre con questo Manuale pratico basta si sappia tenere un mestolo in mano, che qualche cosa si annaspa.

Qui è bene a sapersi che gli editori generalmente non si curano più che tanto se un libro è buono o cattivo, utile o dannoso; per essi basta, onde poterlo smerciar facilmente, che porti in fronte un nome celebre o conosciutissimo, perché questo serva a dargli la spinta e sotto le ali del suo patrocinio possa far grandi voli.

Da capo dunque in cerca di un più facile intraprenditore, e conoscendo per fama un’altra importante casa editrice di Milano, mi rivolsi ad essa, perché pubblicando d’omnia generis musicorum, pensavo che in quella farragine potesse trovare un posticino il mio modesto lavoro. Fu per me molto umiliante questa risposta asciutta asciutta: – Di libri di cucina non ci occupiamo.

La frase della settimana

28 March 2011 - Commenti »

I baci non durano. Saper cucinare sì.
George Meredith

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Cucina con uso di salotto

25 March 2011 - Commenti »

“Con uso di cucina” – un tempo era la possibilità offerta a chi affittava una stanza di utilizzare la cucina padronale. Ma ormai è la cucina il locale principale della casa – sta assumendo un ruolo sempre più centrale. E non solo la cucina nelle nostre case: l’arte culinaria nel suo insieme, nella società, in televisione, per radio, nella vita di tutti i giorni, nella pubblicità, nell’editoria… Nelle librerie, scaffali e scaffali di volumi dedicati all’arte culinaria in tutte le sue declinazioni – e al Mondadori Multicenter di Milano, in piazza Duomo, dove lo spazio dedicato ai libri d’arte al terzo piano è in ristrutturazione, e viene annunciato al suo posto un cook & books, libreria accessori scuola di cucina…

E naturalmente si moltiplicano le scuole e i corsi più o meno estemporanei, dalla Cucina Italiana a Teatro7 Lab a California Bakery e così via, giusto per restare a Milano.

Ma anche la pubblicità vede i cuochi come testimonial – di prodotti, ovviamente, dai dadi da brodo alla Nutella, alle cucine e fornelli, ma anche fuori dall’ambito culinario, vedi Filippo La Mantia recente testimonial della campagna della LILT con vendita di bottiglia d’olio…

O anche Davide Oldani per Oviesse…

Insomma, tutto quello che è cucina e culinaria va alla grande…

Sarà un bene o un male?

Emanuele Bonati

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Le Italie a tavola: Al ristorante, di Francesco Piccolo

23 March 2011 - Commento (1) »

“Quando si va a cena in tanti in un ristorante, faccio tutte le manovre per evitare che il cameriere proponga un misto di primi per tutti, da dividere; perché la mia serata diventa tesa ad aspettare che arrivi questo misto di primi per accaparrarmi la maggiore quantità possibile e questa comporta una tale frenesia nella consumazione, che la masticazione diventa approssimativa e di conseguenza anche la digestione.

Quindi preferisco ordinare solo per me, mangiare tutto quello che mi piace e se qualcuno mi vuole far assaggiare il piatto che ha scelto, dico di no, così poi ho il diritto di non fare assaggiare niente agli altri.”

Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità, Torino, Einaudi, 2010

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La frase della settimana

21 March 2011 - Commenti »

La prima volta che ho marinato la  scuola, se ne sono accorti perché puzzava di aglio, aceto e  rosmarino.
Guido Penzo

CibVs intervista… Andrea Giannone del Milano Whisky Festival (2a parte)

18 March 2011 - Commento (1) »

Continuiamo l’intervista ad Andrea Giannone del Milano Whisky Festival.

Parlavamo l’altro giorno degli effetti benefici dell’ingresso dei grandi gruppi nel mondo del whisky. Il primo di cui abbiamo parlato è quello qualitativo: la qualità è indubbiamente migliorata. Ma c’è anche un altro aspetto, che riguarda il prezzo della singola bottiglia di single malt.

È vero: l’arrivo dei grandi gruppi ha calmierato il prezzo, il costo medio per bottiglia si è abbassato, e la fruizione dei single malt è ora accessibile al grande pubblico. Una bottiglia di Macallan 18 anni costava nei primi anni 80 circa 100 mila lire, quando un blended ne costava circa 5 mila – quindi un rapporto di 1 a 20. Oggi il rapporto è 100 euro contro 15 – cioè 1 a 7. Faccio riferimento al Macallan 18 anni perché per un collezionista come me è facile sapere che ci sono alcune annate di questo whisky che sono introvabili – quelle imbottigliate tra gli anni 80 e gli anni 90, perché 18 anni prima se ne produceva proprio poco, quindi è più facile trovare Macallan 18 distillati negli anni 60 che non negli anni 70.

Il single malt è sceso di prezzo anche perché se ne produce molto di più. Negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento della produzione anche grazie all’aumento della domanda, proveniente soprattutto da Brasile, India, Russia e Cina. Questo aumento si riscontra non solo direttamente alle distillerie, dove si comprano i barili e si paga in contanti, ma anche nelle vendite all’asta, come mi ha riferito Kruger del sito whiskyauction.com: le offerte migliori negli ultimi due anni provengono da questi paesi, che non comprano per collezionare ma per bere.

In Italia, unica nazione al mondo, il consumo di single malt è per il 50% costituito da whisky torbato. Si tratta di una vera e propria anomalia: come te la spieghi?

Si tratta proprio di una anomalia: nel resto dell’Europa (Francia e Germania ad esempio) il consumo di whisky torbato rappresenta il 10% del totale dei single malt, per non parlare della Scozia, dove la percentuale scende all’1%. Secondo me dipende da due fattori. Il primo è che come consumatori di whisky gli italiani sono “giovani”, e quindi la gente è attratta da qualcosa di completamente diverso; il secondo è che noi abbiamo un distillato in casa, la grappa, che, per i palati meno fini, assomiglia al whisky non torbato, ad esempio a un Glenkinchie, mentre i whisky torbati rappresentano una esperienza completamente nuova, che può appassionare. Anche se quello che dico non viene neppur minimamente suffragato da quello che succede in Francia, dove nonostante la presenza del cognac il whisky torbato ha un consumo molto più basso.

Anche se il gusto è una questione personale, quali sono i tuoi whisky preferiti?

Se parliamo del whisky di tutti i giorni, cioè di bottiglie che vanno dai 25 a 40 euro, i miei top quattro sono: Highland Park, Talisker, Balvenie e Glenrothes, di cui in tutta la mia vita non ho mai assaggiato una bottiglia cattiva.

Un’ultima domanda prima di salutarci: che cosa pensi della moda di fare whisky facendolo passare nelle botti più strane? Una volta si usavano solo botti che avevano contenuto Bourbon o Sherry, adesso invece saltano fuori botti di Amarone, di Barolo, di Barbaresco, perfino di Sauternes: tutto questo ha un senso?

Per me si tratta solo di esperimenti. La prima distilleria che fece whisky affinati in botti diverse dalle classiche Bourbon e Sherry è stata Glenmorangie che iniziò con botti di Porto, Madera e Burgundy che ebbero un buon successo. Per quanto riguarda le botti di Porto ci sono state anche altre distillerie che hanno seguito questo esempio, come Bowmore. Poi invece è cominciata una sorta di circo equestre, con botti di Marsala, Rhum, seguite da Amarone, Sassicaia, Barolo – ma solo quello di Gaja: in quest’ultimo caso, utilizzare il nome di Gaja, noto in tutto il mondo, la rende evidentemente solo un’operazione di marketing. Si tratta comunque di edizioni limitatissime, che costano molto, in qualche caso possono essere anche buone ma nella maggior parte dei casi non valgono niente e rimangono largamente invendute. E comunque questi esperimenti non sono stati fatti dalle grandi distillerie – anche se alla Glen Grant ho visto delle botti della Sella e Mosca, la nota casa vinicola della Sardegna, in cui stava maturando whisky, e il distillery manager era orgoglioso di mostrarmele.

In definitiva, molto spesso si tratta solo di marketing, con qualcuno che spera di imbroccare il filone giusto – che poi è un filone che non vale niente, perché dato che i barili in gioco sono pochi, ogni volta il whisky che si ottiene sarà diverso da quello precedente, il tutto diventa difficilmente replicabile, e le bottiglie diventano solo oggetti da collezione.

Grazie ancora Andrea per la tua disponibilità. Chi volesse saperne di più sul Whisky Festival e sulle degustazioni organizzate durante l’anno trova informazioni sul sito www.whiskyfestival.it. E con Andrea l’appuntamento è per questo autunno, quando ci presenterà la sesta edizione del Milano Whisky Festival che si terrà il 5 e 6 novembre 2011.

Ernestino “Virgilio” Losio

Le Italie a tavola: “Tavola” di Michele Serra

17 March 2011 - Commenti »

“Povera o ricca, la tavola imbandita è l’anima di ogni casa italiana. Infelice la casa dove non si apparecchia per gli amici. Le cucine regionali italiane sono un’enciclopedia vivente della sconfitta della penuria, dell’abbandono, della fame. La recente tendenza a unificare cucina e soggiorno rende omaggio alla nostra storia contadina e smentisce il vezzo borghese di separare il cibo, con i suoi odori e i suoi fumi, dalla conversazione. Ci sono tavoli pluricentenari che hanno visto molte generazioni discutere, litigare, odiarsi, amarsi. Nei letti si nasceva e si moriva, ma è attorno al tavolo che si viveva.”

Michele Serra, 1861-2011: Alfabeto italiano, “la Repubblica” 17/03/2011


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Concorso: Le Italie a tavola. Cucinare un’emozione

17 March 2011 - Commenti (2) »

Curiosamente – ma nemmeno poi tanto, a ben vedere – il cibo, la tavola, sono in qualche modo partecipi del processo unitario: scriveva infatti Cavour all’ambasciatore del regno di Piemonte a Parigi, il 26 luglio 1860, per annunciare che la Sicilia era stata occupata: “le arance sono già sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle”. E riguardo allo sbarco sul continente, “per i maccheroni bisogna aspettare, poiché non sono ancora cotti”. La (non troppo ardita, almeno all’occhio moderno) doppia metafora è significativa: indica infatti l’identificazione di popolazioni e zone con un loro prodotto o piatto, che ci accompagneranno nel tempo – e con l’Unità, nei tempi moderni, tutti gli italiani diventeranno mangiamaccheroni…

Ma c’era ancora molta strada da percorrere per arrivare a un’Unità, oltre che geopolitica, di lingua, di cultura, di cuore, di menti, e perché no di stomaco.

Un percorso, quello dell’unità culinaria, che presenta diversi punti fermi. Lo sforzo di catalogazione dell’Artusi (anche se limitatamente alle ricette di qualche regione), il desiderio di innovazione e rivisitazione di Marchesi: in mezzo, lo sguardo femminile e femminista di Petronilla, e in una posizione più defilata, che non metteva in discussione il ruolo femminile, ma lo esaltava in quelle che erano le sue qualità più “donnesche”, leggi casalinghe, Il Talismano della Felicità, Il Cucchiaio d’Argento e così via.

E una serie di “manovratori” che hanno guidato alcune svolte importanti, da Mario Soldati a Luigi Veronelli (con Ave Ninchi), importanti innovatori del mezzo televisivo (che peraltro hanno anche portato ad alcune derive del cuoco in tv, purtroppo), a organizzatori visionari e numi tutelari come Carlin Petrini.

Un percorso che adesso è in larga parte compiuto – con tutti i limiti e le approssimazioni che questo comporta, dall’identificazione cui accennavamo prima dell’italiano con la pizza e gli spaghetti, alla disponibilità pressoché atemporale e ubiqua di panettoni zeppole fragole zucchine e altri dolci e piatti e frutta e verdure una volta legati alla stagionalità e alla località.

Ma ormai 150 anni sono passati: e cosa è rimasto, in ognuno di noi, della storia culinaria d’Italia? Non si tratta di una domanda retorica: è una curiosità reale, che abbiamo fatto diventare un contest: Le Italie a tavola. Cucinare un’emozione . Sì, proprio una ‘gara’, come ce ne sono molte sul web – che parte dal dato storico – il 17 marzo si celebra il centocinquantenario dell’Unità d’Italia – per cercare cosa questa ricorrenza fa risuonare dentro di noi, proprio fra il cuore e lo stomaco. Abbiamo: noi di CibVs e Anna Maria di la cucina di qb (e della nostra rubrica Tanto CibVs QuantoBasta). E proprio su lacucinadiqb potrete trovare regolamento, premi e tutto quello che riguarda il nostro concorso.

E allora: che cosa – quale piatto, quale specialità – rappresenta secondo voi i 150 anni dell’Italia? Mandateci le vostre ricette, o quelle dei vostri nonni, o quelle che avete letto o assaggiato; mandateci i vostri piatti, i vostri vini, e spiegateci il perché della vostra scelta, raccontateci le vostre emozioni, spiegateci il vostro menu unitario, sia esso un trionfo di bianco-rosso-verde o una specialità regionale, un primo o un dolce – ma comunicateci la vostra emozione, magari anche abbinando a un piatto un vino, o, perché no, una bella canzone, un film, un posto. Un’emozione, appunto.

Emanuele Bonati

Anna Maria Pellegrino

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CibVs intervista… Andrea Giannone del Milano Whisky Festival

16 March 2011 - Commenti (2) »

Qualche mese fa abbiamo raccontato l’edizione 2010 del Milano Whisky Festival, grazie a un reportage di Ernestino “Virgilio” Losio, che ci ha fatto da “guida” tra la miriade di bottiglie che ci guardavano dai vari tavoli tavolini scaffali…

Oggi Ernestino, la nostra guida, intervista Andrea Giannone, ideatore e fondatore – insieme a Giuseppe Gervasio Dolci – del Milano Whisky Festival, e uno dei massimi esperti di whisky in Italia. Durante un viaggio in Scozia Giannone e Dolci hanno preso la decisione di farsi ambasciatori in Italia dei single malt Scotch whisky e di portare qui e raccontarci le migliori distillerie delle Highlands, quelle che, in 500 e passa anni di storia, ci hanno regalato emozioni e sapori unici. Va ricordato che il Milano Whisky Festival è l’unico evento italiano dedicato al single malt.


Pubblichiamo qui la prima parte dell’intervista: la seconda potrete leggerla venerdì qui su BlogVs.

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Andrea ci puoi fare un breve quadro dello sviluppo della produzione e del mercato del whisky degli ultimi anni – magari partendo dall’importante punto di svolta degli anni ’80?

Nei primi anni ’80 c’è stato un grande sconvolgimento nel mondo del whisky, quando la Diageo, il gruppo industriale oggi proprietario del maggior numero di distillerie in Scozia, acquista più di 60 distillerie, decide di ristrutturare il tutto e ne chiude 12 (tra cui le famose Port Ellen, Brora, Glen Mhor, Dallas Dhu). Bisogna considerare che nei primi anni ’80 di single malt ne veniva bevuto pochissimo, e che il blended whisky cominciava a sentire la pressione del rhum, che già a partire dagli anni ’70 aveva cominciato a sostituire il whisky nel gusto dei consumatori.

Tra le prime cose che Diageo ha fatto, anche per recuperare liquidità, è stata quella di vendere barili ai famosi imbottigliatori indipendenti, che fino ad allora rappresentavano un mercato assolutamente di nicchia e prevalentemente britannico. Le distillerie allora imbottigliavano pochissimo single malt: ad esempio, Caol Ila allora produceva più di 4 milioni di litri di whisky all’anno, ma solo 20 mila litri finivano in single malt, mentre il resto finiva nei blended (nella fattispecie Johnny Walker e J&B). Le distillerie non erano state lungimiranti: quando c’era stato il boom degli anni ’60, avevano cominciato a distillare come disperate; con la crisi degli anni ’80 si erano ritrovate con i magazzini pieni di barili che, anche se avevano ridotto la produzione, non riuscivano a smaltire. Agli imbottigliatori indipendenti non è parso vero di poter acquistare barili ad un prezzo molto conveniente, Gordon & MacPhail comprò tantissimo Macallan, Signatory comprò moltissimo Port Ellen.

Con l’inizio degli anni 90 la situazione è migliorata (con ancora un altro piccolo assestamento tra il ’91 e il ’93, quando hanno chiuso le ultime distillerie, tra cui la Rosebank), perché il mercato aveva cominciato a virare sul single malt. Gli imbottigliatori indipendenti, che avevano acquistato tutti questi barili agli inizi degli anni ’90, si sono trovati con il whisky maturo, e quindi hanno cominciato a metterlo in commercio. Così il pubblico ha potuto scoprire un grande numero di nuove distillerie che prima non imbottigliavano, a parte i classici Glen Grant e Macallan per l’Italia. E  a questo punto anche i due gruppi più grossi, Diageo e Pernod Richard, hanno cominciato a imbottigliare single malt delle loro distillerie.

Per le distillerie il gioco vale la candela: oggi un barile di whisky di almeno tre anni viene venduto ai grossi gruppi che fanno blended tra le 250 e le 500 sterline, cioè mezzo euro al litro: allora conviene tenere il barile per altri 8 o 10 anni per poi metterlo sul mercato come single malt a 40 euro al litro. La prima grande distilleria che ha investito moltissimo sul single malt è stata la Glenfiddich, che è stato il single malt più venduto nel mondo per non so quanti anni. Questa è stata a grandi linee l’evoluzione del whisky scozzese in questi ultimi decenni – ma il discorso vale un po’ per tutto il mondo.

Secondo il direttore di Gordon & MacPhail, Derek Hancock, l’obiettivo è quello di arrivare nel 2020 ad avere come percentuale di mercato del single malt il 15% rispetto all’85% del blended.

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Sono molti i nostalgici del mondo arcaico e artigianale del whisky… Invece a sentirti parlare mi sembra che secondo te l’intervento dei grossi gruppi industriali abbia fatto bene a questo mondo.

Senz’altro. Se andiamo a confrontare una singola distilleria – ad esempio Caol Ila – può darsi che il loro single malt prima del 1980 fosse più buono di quello di oggi. Se però analizziamo complessivamente la qualità del whisky offerto oggi da Diageo – che ti dà la possibilità di bere un centinaio di whisky, tutti buoni – vediamo che la situazione è migliorata.

Prima dell’arrivo dei grandi gruppi, le singole distillerie dovevano fare un whisky perfetto per essere usato per i blended – ovvero con tre anni di invecchiamento: i veri master blender mischiavano fino a 40 whisky differenti per ottenere il blended  voluto. Quando nel 1974 hanno fatto dei lavori di ristrutturazione alla Caol Ila e hanno cambiato e aggiunto degli alambicchi, nel 1977 i master blender della Johnny Walker hanno notato subito che il whisky era cambiato e alla Caol Ila hanno dovuto rimettersi a farlo come prima.

Si capisce quindi che tutta l’attenzione era per il whisky molto giovane, che doveva servire per i blended, e del whisky invecchiato non importava niente a nessuno. Tanto è vero che se si prendono bottiglie di single malt degli anni ’70 di Glenfiddich e di Glenlivet di oltre 10 anni di invecchiamento e si fa il confronto tra due bottiglie di annate differenti, si sente subito che sono molto diverse, non c’era cioè nemmeno l’attenzione nel tentare di replicare lo stesso gusto; oggi invece un whisky invecchiato mantiene la stessa qualità per molti anni.

Grazie Andrea – per oggi ci fermiamo qui.


Nel ringraziare Andrea per la sua disponibilità, ricordiamo che chi volesse saperne di più sul Whisky Festival e sulle degustazioni che per tutto l’anno si tengono a Milano può consultare il sito www.whiskyfestival.it.

Ernestino “Virgilio” Losio

Degustazione dolce-salata all’Ecotime Store di via Pasubio

14 March 2011 - Commenti »

Mercoledì 16 marzo, dalle ore 18, all’Ecotime Store di viale Pasubio: Cakes! dolce, salato e sfizi di primavera.

Remo e Daniela presentano i prodotti dell’azienda artigianale Le torte fatte in casa accompagnandoli con una selezione di vini come il Rosso delle Mandorlaie – e con uno sconto del 10%…

Potete trovare maggiori dettagli qui.

www.ecotimestore.it

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