Archivio per May, 2010

Dalle stelle al firmamento 3: Dai fornelli al territorio

31 May 2010 - Commenti »

Termina stasera alla Triennale a  Milano il ciclo di incontri Dalle stelle al firmamento.

Lunedì scorso 24 maggio l’incontro era intitolato Dai fornelli al territorio. Il ruolo dei ristoranti stellati nella propulsione del distretto territoriale eno-gastronomico, appunto sul rapporto che può e/o deve intercorrere fra un distretto eno-gastronomico e un polo ristorativo.

Una parte dell’incontro è stata dedicata a un collegamento via satellite con la “Festa a Vico” di Gennaro Esposito (Chef, Torre del Saracino) a Vico Equense, con gli interventi, coordinati da Massimo Bergami, di Stefano Bonilli (Giornalista e critico); Norbert Niederkofler (Chef, St. Hubertus, San Cassiano in Badia, BZ); Massimo Spigaroli (Chef, Antica Corte Pallavicina e Presidente Euro-Toques Italia, Presidente del Consorzio del culatello di Zibello), e Paolo Parisi. Molto interessanti, ma un po’ offuscati dal contesto e dall’occasione – pensavo, ma guardali là, belli contenti, a mangiare chissà che bontà…

Tornando a Milano, gli interventi degli economisti hanno evidenziato le difficoltà di riuscire a identificare nelle statistiche ufficiali le interazioni alta ristorazione / territorio, a parte elementi quali la presenza di ristoranti stellati in zone ricche di rodotti DOP; ed è anche stata avanzata l’obiezione – è giusto che la nicchia (il prodotto di nicchia) debba cercare di uscire dalla nicchia?

Al di là comunque dei vari interventi tecnici, sono risultate particolarmente interessanti le testimonianze di due imprenditori del centro Italia.

Riccardo Baracchi, il Patron del Relais Il Falconiere, a Cortona, provincia di Arezzo, ha illustrato la storia della sua impresa, nata dalla ristruttazione di una villa di famiglia del Seicento, bellissima, in una posizione splendida, e dalla successiva riqualificazione del territorio circostante, con la reintroduzione di vigneti (da cui vengono fra l’altro vini in purezza come lo Smeriglio Sangiovese, e Astore, un trebbiano vinificato con le sue bucce) e olivi, una spa, scuole di cucina, e insomma un centro che ha veramente influenzato il territorio intorno, e ne è stato influenzato, anche a livello economico. Baracchi poi è un bravo comunicatore, ed è riuscito a raccontare la sua storia facendoci capire soprattutto la passione che di questa storia è il filo conduttore – ho scambiato due parole, casualmente, con lui, e penso proprio che prima o poi da quelle parti ci dovrò andare…

Lo stesso discorso vale per Marco Caprai, Amministratore Delegato Azienda agricola Arnaldo Caprai a Montefalco, Perugia: artefice di una rivalutazione del Sagrantino, vino del territorio, attraverso la ricerca e la comunicazione (come si può vedere sul sito, le iniziative spaziano dalle partecipazioni e fiere ed eventi alle cantine aperte a un Motorhome, un camion ristorante su cui, operano chef di spicco…), che è stata un vero e proprio motore economico per la zona di Montefalco, divenuta Distretto del Vino.

Emanuele Bonati

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CibVs per la mente

31 May 2010 - Commenti »
«Nel vivere con gli altri vi è un momento in cui nello sparecchiare insieme e nel riordino della cucina ripongo gli avanzi del mio cucinato. Qualcosa finisce in una tazza, qualcos’altro in un piatto … la cucina si trasforma in quel momento nella mia macchina del tempo.»
Fabio Picchi, Senza vizi e senza sprechi, Mondadori

Jazz:Re:Food

28 May 2010 - Commenti »

Jazz:Re:Found (Vercelli Music Art Festival): i cartelloni promettono tre giorni di concerti, djset, animazione video, cultura, divertimento, sponsorizzati da un energy drink, Burn – per dire, ci sarà Tricky, ex Massive Attack, concerti di nu-jazz con Casino Royale, Lamb, Jazzanova, e ancora The Cinematic Orchestra, The Herbaliser, Bertallot, Zero7, The Bamboos… e la Peggy Guggenheim Collection nell’ex chiesa di san Marco, e un sacco di latre cose, e… food. In questa terza edizione del festival ci sarà un Teaser di Jazz:re:food, un evento gastronomico che prevede un’area di ristorazione all’interno del villaggio del festival legata al territorio, con produttori o distributori locali, una sezione legata al Biologico, una sezione legata a Salumi e Formaggi, una sezione legata ai panificati e ristorazione più veloce con primi ‘locali’ e carne allevata in zona, e, sul fronte delle ‘bevande’, produttori di vino dell’area limitrofa del Monferrato e produttori di birre artigianali dell’alto Vercellese.

Insomma, tutto quello che è food è motore di iniziative in proprio, ma anche, come qui, si affianca a iniziative esistenti in una sinergia che mi sembra molto promettente.

L’iniziativa è organizzata dall’Associazione Culturale Casanoego di Vercelli, che ha preparato un documento che illustra nelle sue premesse lo stretto legame jazz-food. Ad esempio, i primi jazzisti nel quartiere a luci rosse di New Orleans avevano tra i loro fan le prostitute di quei locali, che all’occorrenza si trasformavano in cuoche – vedi anche Billie Holiday, che cucinava, durante le tournée, per Count Basie e tutta l’orchestra; spesso gli spettacoli comprendevano buffet, che altrettanto spesso erano anche sostentamento (o pagamento) per i musicisti (i rent parties, a base di blues, trippa di maiale e interiora); e a volte al cibo erano erano intitolati addirittura brani musicali, che del resto consentivano ai musicisti accesso gratuito ai party… immagino che qui ci sarà qualcosa di diverso (ma se i Portico Quartet o Tricky vogliono cucinarmi due spaghetti, o che lo faccia io per loro, ci sto).

Insomma, volevo farvi capire che io, a Vercelli, ci sarò…

CHRISTIAN

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Christian in New York 3

28 May 2010 - Commenti »

Leggendo la Lonely Planet, mi avevano particolarmente incuriosito due locali: un noodle bar, del quale poi ho visto un libro sugli scaffali delle librerie (e la cosa ha accresciuto ancor più il mio desiderio di andarci), Momofuku, e un locale vegetariano crudista, Pure Food & Wine.

Siamo arrivati piuttosto presto da Momofuku, verso le 18.30, perché si dice che ci sia addirittura la coda di persone fuori ad aspettare per cenare, visto che non prendono prenotazioni. Una volta lì, effettivamente c’era già un bel po’ di gente che mangiava, e qualcuno in attesa di collocazione…

Lungo e stretto il locale; ci siamo accomodati al bancone, in fondo al quale una brigata di almeno sei chef e sous chefs  alle prese con spadellamenti e tagli ultraveloci. Abbiamo optato per il menù degustazione che prevede 4 piatti a prezzo fisso di 30$. All’inizio, un assaggio: cucchiaio di petto di coniglio, maionese di rafano, cavolo rosso marinato e cilantro (cos’è il cilantro? O culantro? Il nostro coriandolo…). Poi un piatto di tonno in crosta di qualcosa, con salsa di barbabietola, e salsina al lime. Quindi, Clam Ramen: noodles fatti a mano e con alghe nori, molluschi tipo vongole, dei crostini di pesce e olio al peperoncino, il tutto immerso in brodo di pesce – è un piatto tipico giapponese.

Un fuori menù che ho visto al tavolo accanto e mi ha decisamente invogliato… Una sorta di panozzo stramorbido tipo nuvola e bianco (di riso) che avvolgeva delle fettine di pancetta di maiale alla piastra con del Kimchi (verdure orientali fermentate con spezie).

Ancora, petto di anatra scottato e servito con una restrizione agrodolce. Infine, due dessert: palline biscottate che facevano “crunch” moooolto buone, e un bicchierino di soft ice cream all’olio di oliva e ciliegie.

Spesa = 78$ (per 2 persone).

Non ho comprato il loro libro (edizione speciale) perché, ho pensato, sicuramente su IBS lo trovo, e non appesantisco il bagaglio… Ecco, non fate come me: prendetelo lì.

Vorrei infine soffermarmi su quella che è stata la mia vera esperienza culinaria di questi giorni a New York. Prima di partire dall’Italia, leggendo sempre quella che per me è una sorta di Bibbia del viaggiare bene, avevo notato – come dicevo – un locale molto particolare, un locale di cucina vegetariana-vegana. Ma non solo… un locale dove si mangia del cibo crudo. Insomma, di ristoranti vegetariani-vegani ne ho provati molti, ma uno che propone il solo crudo – no, mai.

Ho prenotato con largo anticipo perché sembrava un altro posto molto gettonato e frequentato…

Il locale si chiama Pure Food & Wine dell’amica Sarma Melngailis (chef e patron) – e ringrazio subito Tiffany Burton dello staff, che mi ha gentilmente inviato le fotografie dei piatti scattate da Erica Graff e quella del giardino estivo scattata da Ayo Oto.

Arrivati nel quartiere, troviamo il ristorante, la cui entrata è seminterrata. L’atmosfera è molto intima. Colori scuri, luci basse e candele; siamo accolti con simpatia dal personale. C’è anche questo delizioso giardino dove si può cenare, ma il tempo ancora non lo permette, purtroppo.

Come bevande servono ovviamente dei tè organici, dei succhi e dei vini biodinamici. Scegliamo un calice di vino della California (che ovviamente non ho memorizzato) davvero ottimo. Poi, con non poco imbarazzo, scegliamo i piatti dalla carta – li riporto qui senza traduzione (pensateci un po’ voi…): dei rolls (tipo gli Hosomaki giapponesi) di alga nori, formaggio vegano cremoso, baby bok choi, hijiki, avocado; crostini di cocciola con funghi, bernese di capperi, crauti e riduzione di sidro di mele; una composizione che assomiglia a una lasagna, anzi, è una lasagna, però composta da fette di zucchine alternate a fette di pomodoro, tra le quali viene inserito del pesto di pistacchio e basilico, del pesto di pomodorini essiccati e una sorta di ricotta fatta con semi di zucca e macadamia, ovviamente, tutto crudo; ravioli fatti con fette sottili di barbabietola marinata, farciti di un formaggio di pistacchio ed uva passa, cavolfiore arrostito al curry, anacardi speziati e canditi, olio al peperoncino…

Come dessert:

• Trio of Dark Chocolate Coated Indian Spiced Ice Cream Treats (chocolate cardamom coconut ice cream cone, pistachio gelato ice cream sandwich, and chai tea creamsicle)

• Chocolate Passion Fruit Tart (passion fruit curd with fresh raspberries, framboise pearls, vanilla cream and chocolate cacao nib ice cream)

Grandiosa esperienza! Non posso descrivere le sensazioni provate e soprattutto il gusto: io e il mio commensale ci siamo guardati interdetti per tutta la cena!

Una cosa simpatica che tutti i ristoranti di un certo livello fanno, è quella di portare assieme al conto anche una cartolina da compilare per lasciare una sorta di feedback. Sulla cartolina di Pure Food & Wine ho scritto: Great Experience!!!

Volendo si possono trovare le loro specialità nel takeaway dietro l’angolo,vicino al ristorante, oppure nello shop all’interno del Chelsea Market.

Christian

I macaron di Ladurée

27 May 2010 - Commenti (4) »

Gnam.

Questo probabilmente è il succo di tutto il post. Posso specificare che Ladurée ha aperto una sua boutique a Milano alla fine di aprile, in via Spadari, ma ne hanno già parlato tanti, tutti, qualcuno magari in modo approssimativo: qualcuno l’ha collocata nel cuore del quadrilatero della moda, che però è da tutt’altra parte, Montenapo-Manzoni-Spiga-Venezia, ed è riuscito a non dire che cosa sono i macaron… a parte che sono dei dolci, almeno quello…; secondo alcuni c’è la sala da tè, secondo altri ci sarà, secondo altri ancora non saranno mai consumati in loco, come nelle pasticcerie parigine, che assolutamente non hanno posti a sedere, ma peraltro alcuni commentano avere distese di tavolini; sulla composizione (meringa o pasta di mandorle?) altre versioni contrastanti, e per il prezzo si parla di 8 euro al kg (in realtà 80, ovvero circa 1.60€ cad); si danno ricette (in diverse versioni, anche una filmata) e nomi di produttori alternativi, in altre città…

E allora – qualche notizia su Ladurée, pasticceria (anzi originariamente panificio) fondata nel 1862, che ben presto si specializza nei macaron, diventati suo prodotto-simbolo e grande successo internazionale (oltre a Parigi e Milano, negozi a Londra, Monaco, Tokyo, Dublino, Nagoya, Zurigo Losanna Ginevra…). Sembra che i macaron milanesi arrivino da Monaco.

I macaron peraltro sono di origine medievale (e italiana, come suggerisce il nome); citato da Rabelais (1552), fu dolce di corte sin dal 1682, e il dolce preferito di Maria Antonietta (si veda il bel film omonimo di Sophia Coppola).

E allora – a una prima veloce occhiata nessuno li ha mangiati e descritti. Io sì. Diversi macaron, diversi gusti – meraviglia vaniglia, gustosa mimosa, delizia liquirizia (e a me la liquirizia piace ma come dire solo a volte, a tratti)…

Non credo siano descrivibili più di tanto, in realtà – si metta insieme sulle papille gustative della memoria il dolce, la consistenza della meringa e quella del ripieno morbido e consistente a un tempo, perfettamente amalgamato al contenitore, e il gusto riconoscibile del ripieno con le sue sfumature diverse…

Insomma – gnam.

Emanuele

Dalle stelle al firmamento: Tra pop art e crescita industriale (17 maggio)

25 May 2010 - Commenti »

Proseguono alla Triennale a  Milano gli incontri del lunedì della serie Dalle stelle al firmamento. Sempre interessanti, ricchi di spunti e riflessioni, e dei racconti di esperienze esemplari…

Lunedì 17, ad esempio, il tema era Tra pop art e crescita industriale. Standard, prototipi e replicazione nella ristorazione di qualità con Rossella Cappetta, Moreno Cedroni, Oscar Farinetti, Gianni Lorenzoni, Davide Paolini e Davide Scabin. Da un lato (Cappetta, Lorenzoni)  sono state evidenziate le difficoltà tutte italiane nell’arrivare a una replicazione dell’offerta della ristorazione di qualità su vasta scala – o meglio su scala industriale, dovuta forse a un timore di fondo, ovvero a uno stereotipo che vede nella replicazione il pericolo di una standardizzazione, vista come negativa – ma in realtà il ripetere ogni volta lo stesso piatto è una forma di replicazione… Si tratterebbe quindi di arrivare a una definizione di identità – identificare una chiara formula distintiva – e di codificarla (un po’ come ha fatto Lidia Bastianich).

Ma forse più che alla replicazione si potrebbe pensare a diversificazioni correlate, cioè all’applicazione di conoscenze e competenze in ambiti complementari – ovvero, muoversi come hanno fatto all’estero, ad esempio se si considerano i locali di Ducasse o di Gordon Ramsay si vede che sono tutti diversi tra loro…

Un altro aspetto da considerare è l’importanza delle filiera: la performance di uno chef si misura anche sulla sua influenza a monte e a valle nella filiera, sui fornitori ad esempio – le recenti comunità di imprese vinicole sono nate e cresciute probabilmente anche per rispondere alle esigenze dei ristoratori che avevano bisogni di carte dei vini adeguate e legate al territorio…

Moreno Cedroni (Madonnina del Pescatore, Senigallia) ha quindi descritto il suo percorso, dall’inizio nel 1984 come cameriere al passaggio in cucina nel 1988 allo stage con Ferran Adriá nel 1997, e le sue “illuminazioni” – ha pensato “crudo” e ha aperto il Clandestino, ha fatto un corso con un macellaio di Bolzano e ha aperto Anikò, è entrato in un supermercato e ha ideato la sua linea di prodotti a lunga conservazione, Officina… Detto così suona un po’ sbrigativo – in realtà, c’è dietro molto studio, sperimentazione, anche rischio commerciale, mentalità imprenditoriale… E se la Madonnina del Pescatore non è replicabile, lo è -pur con le debite differenze rispetto all’originale, con la creazione ad es di piatti nuovi, diversi – il Clandestino (ora anche a Milano nella Maison Moschino).

Un altro imprenditore di successo, Oscar Farinetti (Eataly), ha descritto  a sua volta un percorso partito in modo completamente diverso, ma che lo ha portato a realizzare con i diversi Eataly una replicazione (forse) perfetta, riproducendo più un aspetto caratteriale che fisico – il suo concetto di format è la capacità di creare un’atmosfera, e proprio per questo i cinque Eataly sono tutti diversi fra loro (e, come gli ha fatto notare Stefano Bonilli, davanti a ciascuno Farinetti sostiene che proprio quello è il più bello di tutti – così come il giornalista che ha davanti è il più bravo di tutti – e il bello è che ogni volta che lo dice è perché in quel momento è vero…).Ogni anno viene scelto un valore metafisico che caratterizza la comunicazione dell’anno stesso – nel 2009 la semplicità, nel 2010 l’armonia, la necessità di armonia, di fronte a un sistema sociale in crisi, che confonde l’obiettivo – la felicità – con il mezzo per ottenerlo – il possesso del denaro.

Sentirlo parlare è un piacere, perché riesce a comunicare molto bene, con grande efficacia e simpatia, senza dire banalità – se da un lato ha sostenuto che Cedroni e Scabin sono forse più felici di Rebuchon e Ducasse perché probabilmente più “romantici” dei colleghi francesi, dall’altro ha sottolineato la grande semplicità alla base della cucina italina, e soprattuto la sua grandfe biodiversità, dovuta anche alla presenza di una forte civiltà comunale…

Anche Davide Scabin ha descritto le sue imprese dall’esordio “pubblico” nel 1987 fino a combal.zero – anche qui, una ricerca continua, in ambito diverso da Cedroni, ma proprio per questo molto interessante…

Secondo Gastronauta – Paolini invece non c’è un caso di alta cucina che sia replicabile…

Stefano Bonilli da un alto ha citato Ferran Adriá che sostiene che “il lusso è finito” e che “il nuovo lusso sarà la qualità delle materie prime”, mentre dall’altro ha sottolineato la lotta impari che in Italia si svolge fra gli chef e un pubblico che non riconosce il nuovo che sta maturando.

Emanuele Bonati


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CibVs per la mente

24 May 2010 - Commenti »

La cucina giapponese non è qualcosa che si mangia, ma qualcosa che si guarda.

Jun’ichiro Tanizaki, Libro d’ombra, 1933

Christian in New York 2

22 May 2010 - Commento (1) »

Proseguo nel racconto del lato gastronomico del mio viaggio newyorkese, iniziato qualche giorno fa.

Non avendo molto tempo a disposizione per avventurarmi e scovare locali interessanti in cui mangiare, mi sono affidato alla Lonely Planet, secondo me la guida più affidabile per soddisfare ogni esigenza – non solo quelle gastronomiche. La sera, prima di andare a dormire, si organizzavano i giri del giorno seguente in base ai ristoranti in zona. Non male, vero? Quindi, una visitina ad un museo, a una zona, a una strada, e poi a tavola per recuperare le energie spese… Ma ecco, in ordine sparso, alcuni dei locali che ho visitato.

La mattina a colazione: AQ Kafé – locale segnalato anche da blogger ed esperti del settore italiani. Il posto è molto “Ikeoso”, che non è necessariamente una connotazione negativa: caldo, accogliente, tutto è strabuono. Dolci di ogni tipo, sandwich, insalate.

La colazione tipica americana invece la facevamo a due isolati dall’hotel, al Lyric Diner, tipico locale americano.

Ho mangiato una pizza davvero buona. Del resto, lo chef è italianissimo e negli USA è una vera star: parlo di Mario Batali. Sono stato infatti da OTTO enoteca & pizzeria, uno dei suoi numerosi locali (in società con Joe Bastianich e altri). OTTO è un locale accogliente, con una zona enoteca dove ci sono le grandi affettatrici laccate di rosso, le sorelle bilance, e le bottiglie in bella vista, e dove si consumano pasti veloci o degustazioni con assaggi di formaggi e salumi; poi c’è la sala ristorante, dove stare comodamente seduti a godersi la fantastica pizza o la pasta o lo strepitoso gelato all’olio d’oliva, per non parlare di quello alla Guinness… Non fate le facce schifate, è davvero ottimo! Chiaro, deve piacervi la Guinness.

La spesa per una pizza, acqua e un gelato servito a modo nella coppa di peltro? Neanche 20$. Poca spesa – quasi ridicola rispetto a certe pizzerie italiane… – tanta resa.

A proposito di Guinness, per due volte sono stato a mangiare un ottimo hamburger all’Old Town Bar, un vecchio pub molto, molto carino dove bere della buona birra alla spina e gustare dei piatti come l’hamburger con le patate fritte (rigorosamente semi-molli e con la buccia). Pare essere un ritrovo di sportivi, anzi forse uno dei proprietari è coach di qualche squadra di energumeni perché, l’ultima sera che ci sono stato, ero circondato da questi chiassosissimi tipi che intonavano canti goliardici assieme al coach dietro al bancone, facendoci uscire frastornati. Bello però. Bisogna andarci.

Vi chiederete… ma una steakhouse tipica americana? Sì, provata. Non so se sia una delle top, comunque mi è piaciuta. Sono stato da Sparks. Ambiente elegante con mille camerieri in livrea. Costi medio-alti ma la steak è fantastica.

Un  giorno, per pranzo, sempre “casualmente” mi trovavo nella zona di un localino che propone cucina semi araba semi ebraica semi qualcosa, Hummus Place. Hummus a volontà, falafel e tante altre squisitezze. Adoro l’hummus. Ne ho mangiato una gran quantità a Beirut, la scorsa estate. Anche qui, poca spesa tanta resa. Molto buono, molto frequentato.

Tanto CibVs QuantoBasta

20 May 2010 - Commenti (11) »

Il gatto brasato e l’etica del cibo…

Sicuramente conoscete la fortunata trasmissione televisiva “La prova del cuoco” ed il burbero Beppe Bigazzi, un attempato toscanaccio gastronomo, espulso qualche tempo fa dalla trasmissione a colpi di mattarello perché ha osato parlare di una ricetta che, secondo gli ipocriti che hanno l’email e il commento facile, offende gli animali d’affezione.

Ma cosa ha detto questo signore di tanto grave che ha fatto saltare sulle poltrone i dirigenti Rai, che pure lasciano passare come acqua fresca le tantissime simil-notizie che si sentono al TG1?

Ha spiegato come si marina la carne di gatto, la quale, come si dice nel Veneto, altrimenti odorerebbe di “freschin”, ovvero di selvatico – azione, la marinatura, evidentemente utilizzata sessanta/settanta anni fa dalle massaie che, magari sfollate dopo un bombardamento aereo, cercavano di nutrire la numerosa prole. E visto che comunque una delle malattie più frequenti al tempo era la pellagra, ovvero la mancanza cronica di vitamine del gruppo B, causata dall’utilizzo pressoché esclusivo del mais (leggi polenta) per l’alimentazione, evidentemente di gatti non devono esserne stati marinati poi così tanti…

GATTO BRASATO E ANATRA ALL'ARANCIA?

Attenzione, non sono una sostenitrice del gatto arrosto con le patatine novelle, per carità, ma trovo quanto meno ipocrita stracciarsi le vesti per gli eventuali ipotetici mici brasati, e soprassedere  allegramente sulle torture quotidiane alle quali vengono sottoposti gli animali dei quali ci nutriamo e che hanno avuto la sfortuna di nascere che so, con il becco al posto delle vibrisse. Animali che crescono, vivono e muoiono rinchiusi in gabbie che impediscono loro qualsiasi movimento, pulcini scartati dalla selezione perché maschi e quindi impossibilitati a produrre uova, frullati vivi per comporre le allegre cotolette che fanno bella mostra di sé nel banco frigo, polli  disciplinatamente accomodati in nastri trasportatori per amputare loro, sempre da vivi ovviamente, le ali che diventeranno piccanti e golose alette tex-mex. Perché i quaraquaquà dall’email facile e dal commento stupito, stupido e parziale non si scandalizzano? Perché la gallina non fa miao? C’è tanta differenza tra un animale d’allevamento e un animale d’affezione? Ma avete mai visto quanto è simpatica la gallina padovana?

Foto jacilluch / jacinta lluch valero / flickr.com

Le notizie andrebbero divulgate tutte e per intero altrimenti è facilissimo rovinare la reputazione a qualcuno, come accadde nel Vicentino durante il dominio della Serenissima. Nel 1698 la città fu invasa dai topi, e il ricordo della terribile pestilenza del 1630, che decimò la popolazione di Venezia (e fu il motivo della costruzione della bellissima Basilica della Madonna della Salute), era ancora vivo nella memoria dei più. All’epoca, la gestione della sanità dei territori della Serenissima, tra cui Vicenza appunto, era centralizzata, e la città chiese a più riprese di inviare in “teraferma” gatti, unico ed efficace rimedio per eliminare le colonie di topi. E, all’ennesima richiesta, il doge esclamò: “Ma i Vicentini i magna i gati?!”.

Questa è la storia, il resto è leggenda…

Anna Maria Pellegrino

lacucinadiqb

Il formaggio Asiago non è stato sequestrato…

18 May 2010 - Commenti »

Nei giorni scorsi è comparsa anche su CibVs – nei post selezionati dal nostro motore di ricerca – la notizia del sequestro in Veneto, da parte dei NAS, di forme di Grana Padano e di Asiago, ripresa dal sito Mala Cibus Currunt.

Ci è giunta oggi una precisazione dall’ufficio stampa del Consorzio Tutela Formaggio Asiago, che fa presente che il sequestro riguardava esclusivamente forme di Grana Padano (dodicimila…), prodotte peraltro da un’azienda che non fa nemmeno parte del loro Consorzio. La notizia originaria è stata rettificata dall’Ansa, così come dal sito Mala Cibvus Currunt (che aveva riportato la notizia originaria): lo facciamo anche noi, e ben volentieri, lieti di riconoscere che non c’è in giro dell’Asiago contraffatto (e il Grana Padano è stato sequestrato dagli uomini dei NAS!).

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