Gastronomia. Arte e pratica domestica che consiste nel rendere immangiabile ciò che era indigeribile.
Ambrose Bierce
Conosciuti in Liguria come gianchetti, cicenielli a Napoli, i bianchetti sono il novellame del pesce azzurro; la loro pesca, oggetto di forti limitazioni, è consentita solo in alcuni mesi dell’anno – questi.
Le ricette per cucinarli sono diverse (tralasciando preparazioni come la mustica calabrese, in cui vengono seccati con il peperoncino e conservati) – infarinati e fritti, oppure impastellati e fritti, in tortini, in zuppette (con i carciofi, altra delizia di stagione…). Ma anche semplicemente lavati, immersi velocemente nell’acqua bollente, scolati, olio, limone, un pochino di pepe…
Emanuele Bonati
La Tenuta Montelaura si chiama così perché la zona dell’Irpinia dove l’agriturismo è ubicato è ricca di piante di alloro che danno il nome, prima alla montagna che sta alle spalle della struttura, e poi all’azienda stessa.
L’alloro, in dialetto irpino ‘o lauro, sta al maiale come la pizza sta alla birra, come i tortelli di zucca stanno al lambrusco,come la mozzarella sta al pomodoro, come Luciano Pignataro sta al Coda di Volpe – ed è particolarmente nella preparazione della gelatina di maiale che l’alloro predomina. Essendo una preparazione dalle indiscutibili origini rurali, la filosofia di questo piatto è naturalmente improntata al recupero di tutto ciò che è recuperabile: quindi i piedi del maiale, le orecchie, e le ossa. Sì, le ossa, perché oltre a dare un buon brodo, che rappresenta la maggior parte del contenuto della gelatina, la loro bollitura consente di recuperare fino all’ultimo pezzettino di carne attaccato all’osso, difficilmente spolpabile a crudo.
La preparazione è lunga e laboriosa: per arrivare al piatto finito occorrono circa quattro ore, e poi bisogna raffreddare, sgrassare…
Allora, dopo aver avviato la preparazione di un brodo vegetale con l’aggiunta di una decina di foglie di alloro, si mettono a bollire i piedi, le orecchie e le ossa del maiale nello stesso pentolone del brodo. La cottura, che dipende dall’età dell’animale, non può in nessun caso durare meno di tre ore e mezza-quattro ore. Si procede quindi a disossare i piedi, a sminuzzare le orecchie e a spolpare le ossa, un lavoro che presuppone una pazienza quasi infinita. Si ripongono questi pezzettini di carne, cotica e nervi in una teglia d’acciaio bassa e larga e si versa sopra il brodo ristretto, dopo averlo filtrato per togliere eventuali ossicini rimasti.
Qui siete ad un bivio: se volete seguire la ricetta classica tradizionale, nel brodo dovete aggiungere un bicchiere di mosto cotto di Fiano di Avellino, non di aglianico perché non solo la gelatina verrebbe troppo scura, ma il mosto predominerebbe su tutto. Per la ricetta classica aggiungere anche dei pinoli, dell’uva sultanina e qualche gheriglio di noce.
Esistono altre due varianti, quella al limone, con l’aggiunta di buccia di limone grattugiata, e quella dolce-salata, con l’aggiunta di cacao.
Ultima operazione è la sgrassatura, che generalmente avviene il giorno dopo, e che consiste nell’eliminazione di quella patina di grasso che intanto è affiorata in superficie con il consolidamento del brodo.
In abbinamento credo proprio che il meraviglioso Coda di Volpe, naturalmente annata 2006, di Vadiaperti sia più che giusto.

Ricetta a cura di www.tenutamontelaura.it
SABATO 20 FEBBRAIO
A MILANO IN LARGO MARINAI D’ITALIA
DALLE 9 ALLE 15
MERCATO DELLA TERRA
I Mercati della Terra sono mercati contadini creati secondo linee guida che seguono la filosofia Slow Food. Mercati gestiti collettivamente, che sono luoghi di incontro dove i produttori locali presentano prodotti di qualità direttamente ai consumatori, a prezzi giusti e garantendo metodi di produzione sostenibili per l’ambiente. Inoltre, preservano la cultura alimentare delle comunità locali e contribuiscono a difendere la biodiversità.

www.mercatidellaterra.it
Segnaliamo il concorso IL BRASATO della Cucina Italiana: la vostra ricetta preferita per il brasato… L’idea è carina (mi sembra faccia seguito a un analogo concorso di tagliatelle), basta commentare il post con una ricetta (giustificando la propria scelta, questa mi sembra una buona idea…) e si partecipa.
Unico neo, piccolo per carità – il premio non è che so un abbonamento alla rivista, o un quarto di bove da brasare, ma la pubblicazione sull’home page della Cucina Italiana, e la segnalazione di autore e blog nella newsletter… Scherzo: ovviamente la pubblicazione è una cosa grandiosa, e penso proprio che inizierò a brasare il brasabile…

Emanuele
Davide Oldani in occasione di Identità Golose ha presentato per la sua cucina “POP”, fatta utilizzando le materie prime meno nobili, un falso caviale realizzato usando la tapioca (credo che sia tapioca nera) anziché il caviale vero e proprio.


Nel mio paese, il Giappone, c’è una cosa molto simile al caviale, si chiama Tonburi, sono i semi di una spece di pianta che si chiama Kochia scoparia in nome scientifico (il nome comune è cipresso d’estate). Questi semi assomigliano molto al caviale, tanto che noi lo chiamiamo “caviale dell’orto”.
Si possono usare anche per condire la pasta, ad esempio con le acciughe.
Non credo che possiamo trovare il caviale dell’orto qui in Italia, nenche nei negozi che vendono i prodotti alimentari asiatici: ma se lo trovate, vale la pena confrontarlo con il caviale, sia con gli occhi che bendati…
Kumi Matsuda
foto di Bruno Cordioli
http://www.flickr.com/photos/br1dotcom/sets/72157623197380787/
La cucina giapponese non è qualcosa che si mangia, ma qualcosa che si guarda.
Junichiro Tanizaki
“Ogni sera riscaldiamo e affettiamo il pane di Pol, ma sul tagliere resta sempre tantissima crosta, la parte migliore”, spiega Cannavacciuolo. “Da qui è nata l’ispirazione. Sotto la crema di burrata, sopra la purea di scarola, bollita con la vitamina C e montata all’olio di oliva, e una retta di trucioli di pane per la croccantezza e l’acidità.”
Semplice…

Foto di Bruno Cordioli
http://www.flickr.com/photos/br1dotcom/sets/72157623197380787/with/4320503328/
Fragola e lampone, delicati capezzoli di frutta che nel codice dell’erotismo invitano all’amore. Sono il completamento naturale dello champagne nei rituali del corteggiamento, come diceva la bella e frivola Paolina Bonaparte.
Isabel Allende, Afrodita